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di Matteo Notarangelo*

  È arrivata. La crisi economica e sociale morde. Crescono i disoccupati e aumenta il costo della vita. Gli alberghi, i ristoranti, i bar e i tanti negozi hanno le porte chiuse.

Dopo la pandemia sanitaria, si manifesta l'epidemia economica e, a breve, il conflitto sociale. 

La situazione finanziaria di tanti piccoli e medi imprenditori è catastrofica e non permette alcuna ripresa. 

È questo il momento per attuare politiche economiche protettive, per sostenere le popolazioni e le tante attività produttive in pericolo.

I Comuni si mostrano  poco disponibili a fornire aiuti alle tante "vittime" della crisi sanitaria e deboli a governare i tanti processi economici, già attivi nei loro territori.

Nelle città, gli esercenti   denunciano l'assenza di una visione economica della propria classe politica.

Tra le macerie sociali, stanno per agire il Governo e le istituzioni europee, che propongono fondi di rilancio produttivo e occupazionale, finanziati con debito pubblico.

Aumenta la paura e ritorna lo spettro dell'austerita'.

Le politiche di deficit serviranno a contenere il crollo sociale, occupazionale ed economico, ma l'incremento del debito pubblico è più temuto della crisi.

Il debito pubblico dovrà pur essere pagato e per onorarlo verranno attuate politiche restrittive.

Il prezzo della crisi cadrà sulla parte più fragile della popolazione, con la riduzione della spesa pubblica e la rintroduzione del "Patto di Stabilità".

Nella vita economica, non ci sono "pasti gratis". La ripartenza non sarà solidale e presto ritorneranno le fredde condizioni economiche del Patto di Stabilità.

Da sempre, il debito è una promessa di restituire quanto ricevuto più l'interesse. Chi presta soldi vende denaro.

Dal commercio di denaro "ozioso" nasce il capitale finanziario. È interesse, della finanza, quindi, mobilitare il "denaro ozioso" per dar vita ai mercati finanziari.

In pratica, chi vende denaro mira al profitto, all'affare come l'industriale che produce merce, vende merce per incrementare il profitto.

Il debito pubblico è un affare per il debitore.

Affrontare la crisi economica con il debito pubblico, vuol dire creare i presupposti per fare acquisire ai debitori, banca centrale europea o altro, il controllo dello Stato, a cui hanno concesso i prestiti.

L'Europa lo dice in modo chiaro: il Paese che riceve il sostegno economico è soggetto a sorveglianza rafforzata e vincolato a condizionamenti economici strutturali.

Il Meccanismo europeo di stabilità (MES) è un fondo finanziario per fronteggiare la crisi dei debiti pubblici degli Stati europei aderenti alla moneta unica e l'articolo del suo statuto lo enuncia in modo chiaro: "L'obiettivo del Mes è quello di fornire un sostegno alla stabilità, secondo condizioni rigorose…".

In questo momento di forte crisi, con una previsione di contrazione del 10% del prodotto interno lordo, il debito nazionale può diventare una scelta obbligata, ma, anche, una scelta capestro. Una equivoca politica basata sull'idebitamento per accedere ai risparmi dei cittadini.

Nei momenti di crisi, lo diceva Adam Smith, "non vi è arte che un governo impari prima che cavare soldi dalle tasche della gente".

Sono strani e ingiustificati gli entusiasmi della classe politica, che ricorrere al debito.

A fermare gli entusiasmi è la teoria di "equivalenza ricardiana". Non fa alcuna differenza che il Governo scelga oggi di ricorrere al debito pubblico e domani d'imporre nuove tasse per pagare il debito, i tassi d'interesse e i costi di transazione.

La spesa pubblica potrebbe incoraggiare l'economia e creare più impiego, ma la storia economica del Paese racconta altro.

In tutti i disastri nazionali, i cittadini hanno pagato non solo i forti danni subiti, ma anche l' alto costo della corruzione e dell'elusione fiscale.

In Italia, purtroppo, è risaputo che il sistema fiscale non è né equo né efficiente.

Da questa crisi, si vuole uscire, facendola pagare ai cittadini, rinunciando alla sovranità dello Stato e abbandonando il controllo del sistema fiscale  nazionale.

Le conseguenti politiche di austerità non saranno di aiuto alla finanza pubblica, ma condizioneranno la vita futura delle prossine generazioni.

La crisi sanitaria, economica e sociale sta già acuendo la rottura di fiducia e la rappresentatività dei popoli europei con le sue elites politiche.

L'Unione Europea non è credibile e ha manifestato la sua incapacità a gestire la crisi sanitaria.

Anzi.  I cittadini considerano la politica neoliberista europea la causa della distruzione dei sistemi sanitari pubblici nazionali. L'Italia, infatti, in diciotto anni ha perso 120 mila posti letto pubblici.

Il Governo parla di deficit e di spesa pubblica, ma pare che dimentichi che a dicembre l'Italia era già in crisi e l'Europa condizionava in modo rigido la sua economia.

E adessso, si vuole pagare la crisi con i risparmi degli italiani.

 

*Sociologo e counselor professionale.