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Negli anni '50, la campagna necessitava di mestieri specifici: pastore, salariato, massaio, vignaiolo, curatolo, fattore.

Il pastorello era addetto al pascolo e a procurare i ceppi (fascina) per il fuoco serale.

Il massaio era il pastore che oltre a prendersi cura delle bestie e tutelarle dai pericoli, dalle intemperie, dalle malattie era in grado persino di seguirle durante il parto nonché mungerle e trasformare il latte in cacio, ricotta, mozzarella caciocavallo ecc.

 Il salariato era al servizio del curatolo o del fattore e svolgeva tutti i lavori stagionali di campagna: preparava il terreno per la semina, lo ripuliva dalle erbacce, predisponeva canaletti di scolo per salvaguardare il seminato dalle violente piogge, mieteva, predisporre mucchi di fieno e paglia in modo da riparali dalle intemperie, definite in gergo dialettale (mete) e all'occorrenza aiutava il vignaiolo.

Il vignaiolo era addetto alla vigna e alla produzione del vino, a l' uliveto e alla produzione dell'olio nonché alla potatura e a gl' innesti di tutti gli alberi da frutta.

Il curatolo era responsabile del bestiame e dei raccolti e aveva il comando su tutti gli addetti dell'azienda ( masseria).

Il fattore, nelle grandi aziende, sostituiva il proprietario latifondista e il curatolo necessitava del suo benestare per le decisioni importanti. Nelle piccole aziende questo ruolo veniva ricoperto direttamente dal proprietario della masseria.

Oltre a quelli di campagna esistevano altri mestieri artigianali: coloro che avevano scarsa manualità ma buona favella si trasformavano in ambulanti di piazza. Essi erano in grado di barattare di tutto: gli scarti di ferro dei cavalli, i peli della criniera, nonché i capelli delle donne che restavano nei pettinini dopo la quotidiana pettinatura, in cambio di bottoni, aghi e tanti altri oggetti.
Altri artigiani di paese si rendevano disponibili in tutte le ore e nei giorni festivi : il mugnaio, il fornaio, il sarto e il parrucchiere che accontentavano i cafoni che facevano ritorno al paese dopo un lungo periodo di assenza. Infatti, gli addetti alla campagna avevano. Essi accontentavano i cafoni che facevano ritorno al paese dopo un lungo periodo di assenza in quanto gli addetti della campagna avevano diritto ad un giorno al mese di riposo consumato spesso a fare la fila nel salone.

 Il falegname, il sellaio e il fabbro erano gli artigiani creativi. Essi avevano sempre lavoro: il fabbro era in grado di modellare all'istante i ferri riscaldati dalla brace della forgia sempre tenuta viva dall'addetto che manovrava il mantice. Inoltre esercitava anche il ruolo del maniscalco. Davanti alla sua bottega, ai cavalli, ai muli e agli asinelli venivano attorcigliati i musi con un elastico duro legato ad un corto bastone. Il dolore rendeva le bestie innocue e impotenti di scalciare.

.Il lavoro che si effettuava in campagna era paragonabile ad una catena formata da tanti anelli. In ogni istante, in ogni giorno, in ogni stagione un'azione lavorativa ne sviluppava altre. Si lavorava con ritmi concitati e con pochissime pause, e per sfamare la famiglia si trascurava la propria salute. L'assistenza che si dedicava agli animali era quotidiana. Contemporaneamente occorreva svolgere molte altre attività. L'economia della campagna aveva una scaletta da rispettare e delle priorità: assicurare una buona riserva di alimenti per animali e persone, assicurare un alloggio per gli stessi come un recinto resistente e un solido tetto per la casetta o per la capanna. Tenere puliti e disinfettati cisterne e pozzi utilizzando la calce viva che si realizzava facendo cuocere ad alta temperatura i sassi; poi si facevano sciogliere in delle buche colme di acqua. Queste buche se non venivano ben ricoperte rappresentavano un vero pericolo per animali e persone. La calce viva ha provocato diverse vittime ma il suo utilizzo era indispensabile per disinfettare le acque, per l'impasto con la sabbia nelle costruzioni, per dipingere di bianco le abitazioni.

La provvista della legna costituiva altra priorità soprattutto d'inverno. Veniva tagliata, trasportata, sezionata spaccata e accatastata. I lavori dovevano essere svolti nella stagione appropriata, così come occorreva rispettare le stagioni per effettuare i lavori relativi ai preparativi della semina e dei raccolti.

La coltivazione dei legumi richiedeva una particolare assistenza prima del raccolto. A fine Maggio le piante vengono mietute e sistemate in covoni, a loro volta fatti essiccare sul terreno e poi trasportati nell'aia per essere frantumati. La trebbiatura dei legumi e dei cereali richiedeva lavoro di attenzione, Occorreva preparare prima di tutto l'aia per effettuare la pesatura. Si circoscriveva un cerchio pianeggiante, lo si liberava dalle erbacce e si bagnava con sterco di mucca e di calce viva sciolta nell'acqua al fine di indurire il terreno e per disinfettarlo. Verso mezzogiorno si trasportavano i covoni venivano sciolti e depositati nell'aia. Le piante dovevano essere possibilmente secche. Uno o più quadrupedi venivano utilizzati per calpestare a passo o a trotto il mucchio. Le bestie erano guidate da una persona posta al centro dell'aia che scandiva loro i ritmo tenendo con una mano la redine e con l'altra la frusta facendola scoccare più volte gridando: “ iamme, iamme cavalli che vi ho dato da mangiare l'avena per trasformare le piante in paglia” . Le piante venivano tritate e i semi liberati dal baccello. Si attendeva il venticello della sera o la brezza del mattino per ventilare il mucchio (vigilato di notte per evitare che gli animali da cortile ne facessero pasto)Il mucchio era desiderato da tutti gli animali da cortile, necessitava quindi vigilarlo giorno e notte. Si attendeva il venticello della sera o la brezza del mattino per ventilare il mucchio così da dividere paglia e polveri che volavano via, restando soltanto i semi perché più pesanti.

La polvere delle fave si depositava nei pori della pelle provocando un forte prurito. Si spalmava la farina di grano per attenuare la rogna. Il Dottore consigliava una decina di giorni di bagni di mare.

Non tutti però avevano la possibilità di andare al mare. Coloro che possedevano un pozzo o una cisterna, riempivano di acqua un recipiente (tinozza) che facevano riscaldare al sole per poi immergersi nelle ore più calde

I poveri spesso precedevano le bestie si rinfrescavano nei che andavano all'abbeveratoio per rinfrescarsi prima che l'acqua diventasse torbida oppure si rinfrescavano nei rigagnoli o in qualche piccolo ruscello.

 I contadini agiati che possedevano i mezzi di trasporti trainati da quadrupedi erano i frequentatori di spiaggia insieme a tutta la famiglia.

Ultimati i raccolti estivi si effettuavano i preparativi per raggiungere il mare più vicino. I bagagli erano tanti: provviste per il cavallo e per le persone, tavolati per le lettiere e due pali da fissare nella sabbia per sostenere il carro sollevato in verticale. Il carro veniva ricoperto da un grosso telone e fissato con i tiranti. Si provvedeva a dare il grasso ai cilindri dei cerchi delle ruote del carro e si lucidavano con olio gli ornamenti del cavallo. La partenza era fissata all'alba del 28 luglio per fare tappa presso il Santuario di San Nazario posto al confine di quattro comuni: Sannicandro, Lesina, Apricena e Poggio Imperiale. Località famosa e divina già dal tempo dei Greci, poco distante dal Castello di Lesina ed il Feudo di Sannicandro. Da quella località si scorgono i bastioni delle Tremiti e il rilievo imponente di Monte d'Elio. Nelle vicinanze Maletta e Sant' Annea, in località Turchio, sono stati ritrovati reperti archeologici appartenenti ad antiche ville romane.

Un piccolo fiumiciattolo denominato Caldoli (acque calde curative) veniva utilizzato dai Patrizi per le cure termali. I crociati, di passaggio per la terra Santa e vittime di distorsioni, immergevano i piedi e le braccia disastrati.

San Nazario vi lavò il piede appoggiandolo su un cippo marmoreo che attualmente si trova nella chiesetta levigato dalle mani dei tanti pellegrini.

La località è suggestiva ricca di vasche colme d'acqua tiepida circondate da canneti.

L'ultima guerra aveva messo a dura prova la popolazione garganica devastata da lutti e dalle malattie. Sopravvivere era considerato quasi un privilegio e non si dava importanza all'istruzione dell'obbligo. L'analfabetismo era dominante per la maggior parte della popolazione del Promontorio ma la Fede era molto sentita ed era espressa con voti, con digiuni, con pellegrinaggi, con fioretti, con preghiere. Essa colmava la lacuna dell'ignoranza. Il ringraziamento al Signore veniva espresso in ogni istante e qualsiasi avvenimento religioso radunava Fedeli dei paesi vicini.

La chiesetta era ornata di gessi che i malati portavano dopo la guarigione.

I pellegrini durante la processione così cantavano: “Il piede di San Nazario quanto l'adoro e quanto l'adoro. L'adoro come il cuore di Gesù oh San Nazario aiutaci Tu”.

Fuori dalla chiesetta si allestiva una piccola fiera con le bancarelle di utensili di campagna, di frutti scelti dell'orto, di nocciole abbrustolite, di zucchero filato e di torrone.

Su qualche fornace si arrostivano al momento interiora di agnelli e capretti (torcinelli).

Nelle vasche formate dal fiume c'erano rane, anguille e pesci di acqua dolce. Molti ne approfittavano per effettuare la pesca. I più piccini si esibivano con tuffi nelle calde vasche, mentre le bestie si nutrivano delle foglie del canneto.

Si provvedeva alla sistemazione notturna per poi riprendere all'alba il viaggio per il mare. Le strade non erano asfaltate e le ruote del carro segnavano nella breccia dei veri binari a volte profondi. Si procedeva in fila e tutti i carri portavano il cane di razza volpino come guardia e per compagnia al cavallo. La polvere della breccia sollevata dagli zoccoli dei cavalli imbiancava gli ornamenti delle bestie. I cavalli portavano alle teste pennacchi e campanelli. Dai carri si alzavano i canti, stornelli giocosi e gioiosi.

Si giungeva a destinazione nella tarda mattinata e tutti si adoperavano per predisporre l'accampamento. Gli adulti sistemavano i cavalli dando da bere e mettendo una sacca al collo piena di paglia e biada oppure il fascio delle foglie del canneto. Le bestie venivano sistemate all'ombra insieme al cane volpino. Si posizionava il carro a mò di capanna ricoperto da un grosso telo e così le lettiere.

Le donne raccoglievano la legna mentre i più piccini con i rastrelli si dedicavano alla pulizia della spiaggia estirpando le piante spinose (lappariddi). Sugli scogli vi era una sorgente di acqua dolce e si facevano lunghe file per prendere l'acqua alla fontanella.

 Non esisteva la corrente elettrica e neanche la fognatura ma vi era il rispetto per la natura per gli animali e per le persone “l'armonia di pace”, “l'ordine nella confusione” , “il riposo nel divertimento” e “il rispetto nel 'insieme”.

Sugli scogli in due baracche si vendeva il ghiaccio, la gassosa, il vino aspro, la birra peroni, l'aranciata fatta con le bustine piene di polveri effervescenti e le granite (ghiaccio grattugiato con dentro il miele di fichi o il succo di limoni). Gli adulti acquistavano la cassetta di birra e giocavano a carte e a fine partita facevano la passatella (sceglievano il padrone e il sotto per comandare chi bere la birra oppure chi restare all'asciutto determinando l'olmo). Gli inviti spesso erano viziati da sottintesi che provocavano risate e cattivi umori per gli invitati che venivano esentati dal bere. Alcuni ingordi per fare dispetti agli avversari beveva tutto fino ad ubriacarsi.

La giornata iniziava all'alba tutti s'improvvisavano pescatori. I più piccini rincorrevano i granchi che uscivano dagli scogli. Gli adulti prendevano nel mare, infilando due dita nella sabbia, i cannolicchi e cozze. Alcuni tiravano al mattino i pesci catturati durante la notte in delle reti cilindriche. Gli esperti nuotatori dalle rocce immerse staccavano cozze. Le donne provvedevano a cucinare il pescato, alla sera, con le varie salse a base di olio, aglio e pomodorini. Il sugo dei granchi era prelibato mentre quello delle telline serviva per inzuppare il pane duro fatto a fette. Venivano soffritte con aglio e olio, si aggiungeva acqua e alla fine si tritavano le foglie di prezzemolo (conchiglie a pan bagnato). I cannolicchi e i ricci di mare si mangiavano crudi. Le cozze nere, in parte erano mangiate crude con limone, prezzemolo e olio, in parte venivano ripiene con l'impasto di uova, formaggio, prezzemolo e pane grattato e cucinati al ragù per condire gli spaghetti.

Al mattino si usava mangiare l'uovo. Lo si bucava alle estremità e si succhiava l'albume poi si allargava il guscio, si aggiungeva un po' di sale e si immergevano pezzettini di pane a forma di grissini per gustare il tuorlo. La fetta di pane era l'alimento quotidiano. Spesso veniva spalmata con il pomodoro, con lo zucchero, con il vino o con l' aceto accompagnato da un filino d' olio e un pizzico di sale. Talvolta le fette venivano spalmate con la ricotta fresca o con il miele di fichi. Il pane duro veniva immerso nel latte fresco. A mezzogiorno si consumavano i cibi freddi o gli avanzi della sera, il pane con il caciocavallo o il pane con la ricotta oppure una alice con aceto e olio.

Al mattino le persone anziane scavavano buche nella sabbia. La sabbia a mezzogiorno diventava cocente e proprio a quell'ora venivano effettuati i bagni di sabbia calda, rimedio per guarire i raffreddori e i reumatismi. Sotto il sole quelle buche si trasformavano in forni ardenti. Il “paziente” , di solito l'anziano nonno, ne usciva sfinito con i mutandoni e la maglia di lana di pecora inzuppati di sudore, dopo aver invitato più volte il nipotino a uscire dal mare, che con la testa appoggiata sul cocomero raccolto in una retina e ancorato nella sabbia in riva al mare per tenerlo al fresco, si trastullava tra bagno asciuga, così gli urlava: “ non tenerle a mollo le ossa se no da vecchio”.

Dopo alcuni giorni la campagna richiamava i vacanzieri a rientrare. I pomodori erano maturi per fare la salsa e così il raccolto del granoturco. Bisognava anche sfilare le pannocchie con i ceppi appuntiti per ricavare il fogliame con cui riempire i sacconi dei letti (lettiera dei ricchi). Mentre il saccone dei poveri veniva riempito di paglia.

Apprestarsi a vendere i galletti di primo canto nelle fiere per consentire alle brave casalinghe di cucinare ogni parte del corpo. Infatti il sangue veniva fritto con olio e sale, con le piume si riempiva il cuscino, con le budella e le interiora si preparava il torcinello, mentre la testa e le zampe venivano messe nel brodo dopo aver eliminato con il becco e le unghia. Il restante veniva riempito con uova misto al pane e al formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio, chicchi di uva matura e cucinato nel ragù. Pietanza tipica garganica di Ferragosto.

Il rientro coincideva con altri eventi religiosi importanti: la Madonna dell' Assunta e San Rocco Patrono di molti paesi del Promontorio.