Le celebrazioni svoltesi nei giorni scorsi a Roma, nella sala degli Orazi e dei Curiazi, fra i 27 Paesi aderenti alla UE, per il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, che nel 1957 fecero nascere la Cee (Comunità economica europea), sono l’occasione per ripercorrere, a grandi linee, sulle colonne di questo giornale, le tappe che portarono alla nascita dell’Unione europea e nello stesso tempo l’opportunità per fare qualche considerazione sul processo di unificazione tra gli Stati del Vecchio Continente, giunto ad un punto topico e per certi versi assai critico, per via dei tanti dubbi che vengono sollevati da chi vede nell’Unione politica e monetaria un vulnus all’equilibrio politico ed economico continentale e forse mondiale. Già qualche anno prima della fine della Seconda Guerra Mondiale si stavano delineando le direttrici lungo le quali un gruppo di “solitari pensatori”, trai quali ricordiamo Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, Jean Monnet e Alexander Marc, stavano costruendo, almeno dal punto di vista filosofico, le basi su cui si sarebbe retta la futura Unione Europea, non più fondata sulla competizione e sull’emulazione fra le Nazioni, ma improntata ad uno spirito collaborativo e di cooperazione che facesse uscire gli europei dal clima di continua guerra e conflittualità che stava caratterizzando quel primo scorcio di secolo, almeno fino al 1945. Il filosofo del Novecento, Hans Georg Gadamer, descrive efficacemente, con le parole che seguono, il clima immediatamente antecedente alla nascita dei primi accordi internazionali che preluderanno all’Unione Europea, all’interno di un panorama mondiale in cui emergeranno le istanze di una generazione che vorrà chiudere definitivamente i conti col passato: “Al fine di definire il nuovo posto occupato dall’Europa nel panorama mondiale, un’Europa che non appare più piccola, provinciale e frastagliata, occorre ricordare come il cambiamento provocato dalle due guerre mondiali fu davvero enorme, riguardando proprio la posizione dell’Europa nel mondo e le attese di una gioventù che cercava di aprirsi un difficile cammino nella generale incertezza delle cose. L’epoca delle due guerre mondiali ha ingrandito tutte le cose portandole ad una scala globale. Non si tratta più di un equilibrio delle potenze in Europa, si tratta ormai di un equilibrio globale, della coesistenza di enormi concentrazioni di potere, in cui persino la vecchia espressione “Economia nazionale”, che ci era così consueta, suona a questo punto decisamente invecchiata. Che cosa sono le Nazioni, che cos’è l’economia nazionale nell’epoca odierna delle multinazionali e dell’economia planetaria, in un’era che ha ricevuto la sua impronta dalla Rivoluzione Industriale? Certo tutto questo è una conseguenza degli enormi sviluppi tecnologici avviati dalla furia distruttiva delle due guerre mondiali: alla fine di quest’epoca, ossia a cominciare dalla seconda metà del XX secolo, negli anni della ricostruzione, la rivoluzione industriale ha di nuovo raggiunto le proporzioni di un’onda immane che tutto sommerge e trascina. E la legge incrollabile di questo processo è la necessità di non restare indietro come condizione per vivere e sopravvivere, una legge che si è trasformata di colpo alla minaccia alla vita e alla sopravvivenza. E’ questa la nuova situazione in cui l’Europa e non soltanto l’Europa è venuta a trovarsi in seguito allo sviluppo degli ultimi decenni”. Le parole del filosofo Gadamer sembrano preannunciare quelli che saranno, dopo la fine della Guerra, gli assetti politico-economici continentali e mondiali, partendo dal presupposto che gli Stati nazionali europei mirano ormai ad avere un peso politico europeo comune e non soltanto nazionale. I prodromi dell’Unione europea vanno ricercati nella firma dei primi trattati economici fra gli Stati che fino a qualche anno prima si erano dati battaglia durante la seconda guerra mondiale: in primo luogo nacque la CECA (comunità del carbone e dell’acciaio) che coinvolse 6 Paesi europei quali Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda Lussemburgo, e poi l’Euratom, la Comunità europea dell’Energia Atomica, precedute dall’entrata in campo di un altro organo, ovvero l’Alta Autorità per la Ruhr che ebbe come compito primario quello di porre fine alla perenne contesa politico-economica fra Francia, Belgio e Germania sui territori della Ruhr (situati nel cuore dell’Europa, ricchi di giacimenti carboniferi e siderurgici nonché oggetto di una continua disputa fra Germania e Francia a causa del grosso potenziale energetico che il carbone e l’acciaio conferivano alle industrie europee soprattutto belliche). Poi nel 1957 ci fu la firma dei trattati di Roma per la costituzione della CEE, una volta abbandonati i sogni di creare una politica comune di difesa militare (la cosiddetta C.E.D.), la quale non andò in porto per la strenua opposizione della Francia, decisa a non condividere con nessuno il privilegio di poter disporre della bomba atomica, ma anche a causa dell’opposizione degli Stati Uniti d’America che avevano appena firmato il Patto atlantico di difesa militare (North Atlantic Treaty Organization meglio conosciuto col nome di Nato). Nel 1973 entrano a far parte della CEE anche Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca mentre nel 1981 entra la Grecia e e nel 1986 Spagna e Portogallo. Poi sarà la volta dell’Austria fino a che, a seguito della firma dei Trattati di Maastricht, l’Europa assumerà i connotati di un’entità economica autonoma con l’adozione tra il 1999 e il 2002 di una vera e propria moneta comune quale l’Euro. Al momento attuale la politica monetaria e quella sull’immigrazione sono i temi su cui i 27 Paesi dell’Unione europea non trovano un accordo. Sul primo punto c’è chi vagheggia un’economia a due velocità (una per i Paesi del Nord Europa e una per i Paesi del Sud con due monete differenti), una decisione difficile da prendere visti tutti i sacrifici che si sono fatti per giungere fino a questo stadio, mentre sulla politica dell’immigrazione sarebbe auspicabile un controllo maggiore su chi arriva in Europa alle volte senza documenti e con le idee poco chiare su quello che intende cercare nel Vecchio Continente. Dal punto di vista poi del Regno Unito va rilevato come i britannici abbiano votato, l’anno scorso, per l’uscita dall’Ue essenzialmente perché avevano paura di impoverirsi maggiormente, anche se va detto come in Scozia e nell’Ulster i voti a favore della Brexit siano stati minoritari rispetto a chi voleva la permanenza della Gran Bretagna nella U.E. Fra qualche giorno Theresa May deciderà in merito alla questione e non paia strano che finalmente potrà darsi la possibilità di una separazione tra Scozia e Inghilterra e magari una unificazione dell’Iranda del Nord con l’Eire. Al momento attuale sembra però che siano in tanti a preferire una permanenza della Gran Bretagna nell’UE alla luce anche delle manifestazioni di adesione all’Unione Europea dei giorni scorsi svoltesi a Londra. Il nostro auspicio è che gli ideali federalisti ed europeisti dei solitari pensatori del Novecento non rimangano lettera morta, al fine di non intralciare quell’inarrestabile marcia verso l’Unificazione politica, economica e sociale del Vecchio Continente in modo da affrontar insieme e con più forza le sfide che il futuro ci pone davanti, almeno per i prossimi dieci anni come è stato chiarito dai Capi di Governo e di Stato dei 27 paesi riuniti nella sala degli Orazi e Curiazi, sabato scorso a Roma. Per ciò che riguarda noi italiani, non deve meravigliare che i giovani con un grado di istruzione elevato siano quasi tutti favorevoli ad una permanenza del Bel Paese nell’Ue, anche perché l’occasione di poter fare un’esperienza di studio o di lavoro all’estero che valga anche in Italia, magari imparando una lingua straniera, non è cosa che si presenti con tanta facilità al giorno d’oggi, atteso che nel nostro Paese le occasioni di lavoro e le opportunità di fare carriera si stanno davvero riducendo enormemente. Per questo pare appropriato concedere spazio alla speranza e all’iniziativa dei giovani, in modo da non tradire gli insegnamenti dei vecchi federalisti del Novecento come Altiero Spinelli, Jean Monnet, Alexander Marc, fautori di un sogno che sembra essersi, in gran parte, realizzato.

Matteo Rinaldi