( Terre Violentate dal Fuoco) 

( P. BISCARI )

 Nar seppe dell’esistenza dei fiori neri una volta che, in estate, andò col padre in Gargano a passare le vacanze in un posto di mare poco lontano da casa sua. Per due settimane furono ospiti di Giacomo, un amico di famiglia che era il massaro di una masseria arroccata su un’altura a guardia di un’estesa piana di ulivi e mandorli degradanti al mare.

Quella che passò da Giacomo fu un’estate eccezionalmente secca e ventosa, tale che così non la si ricordava da anni. Il sole aveva prosciugato l’aria e i campi; gli alberi si erano rinsecchiti ed erano ormai ridotte al lumicino persino le riserve dei grandi invasi approntati per mitigare i disagi della siccità. Durante quell’estate anche il mare era quasi sempre di cattivo umore e pareva diventare ogni giorno più violaceo, più cupo e più salato.

Insieme ai ragazzi della masseria, Nar cercò di proteggersi dalla calura con delle lunghe nuotate in mare e in quei giorni trovò anche il modo di lambiccarsi con dei giochi di enigmistica proposti dal massaro. Il suo nuovo cruccio era diventato la scoperta dei fiori neri dell’estate annunciati da Giacomo quasi come un gioco, un indovinello. E non perché gli sembrasse così assurda l’esistenza dei fiori neri dell’estate, ma solo perché a dirlo era stato quel burlone di Giacomo.

Davanti alla facce incredule dei ragazzi che non capivano cosa volessero significare i fiori neri, Giacomo aveva promesso di farglieli conoscere. Avrebbe radunato tutti i ragazzi della masseria e da lì sarebbero saliti per un’escursione in cima alla collina. Nar pensava fosse una delle solite burle… delle parole scherzose che quel buontempone di un massaro era solito fare girare tra i ragazzi. Non era la prima volta che si divertiva a spazientire i figli dei braccianti dall’indole credulona, e a mettere sulle loro bocche sciocche tiritere. Il gioco aveva sempre effetto, perché quelle fole impressionavano la fantasia dei ragazzi ancor più delle cose vere.

Giacomo, però, sapeva anche che doveva fare i conti con un refrattario di razza come Nar. Diversamente dagli altri, il ragazzo dimostrava una tenace resistenza ai suoi imbonimenti. Uno di quei giorni di calura, mentre erano a pranzo sul terrazzo, il moccioso aveva dato persino del bugiardo a lui che era il massaro, un boss in quella comunità agricola.

  • Te lo giuro che esistono… - assicurò Giacomo a Nar mentre erano a pranzo - I fiori neri te li posso far vedere quando vuoi… Non solo, ma potrai raccoglierne quanti ne vorrai… Sai, qui da noi d’estate spuntano a bizzeffe e più fa caldo, più ne spuntano… Nessuno li raccoglie e la gente non fa che guardarli consumarsi sugli steli fino all’arrivo delle piogge d’autunno…
  • Non è vero – incalzò Nar seccato – e, poi, non m’interessano neppure i tuoi fiori neri !
  • No ! – riprese Giacomo stavolta verrai a vederli insieme agli altri per due buoni motivi. Primo, perché mi hai dato del bugiardo e, secondo, perché è una cosa che devono conoscere tutti i ragazzi per riflettere e imparare a vivere... -

Il parlare deciso e serio di Giacomo davanti agli adulti convinse Nar. Quella volta poteva davvero trattarsi di una cosa che doveva valere la pena di vedere e non la solita burla. Così un pomeriggio, con Giacomo in testa, s’incamminarono sul pendio della collina che sovrastava la masseria. 

Man mano che facevano la salita gli ulivi lasciavano il posto ai mandorli e questi alle macchie dei pini circondate da siepi basse di timo e rosmarino. Il viottolo che seguivano diventava sempre più stretto, impervio e a un certo punto sembrò morire dentro un boschetto di pini. Oltre il boschetto seguitarono ancora a salire in fila indiana lungo le scriminature segnate tra i cespugli dalle acque piovane e dal calpestio delle capre.

Una buona mezz’ora di marcia fiaccò le ginocchia di Giacomo. L’uomo si fermò a sedere su un masso e attese lì che arrivassero anche i più lenti. Quando li vide raggruppati fece sostare tutti i ragazzi un po’ più avanti all’ombra di un enorme carrubo.

- Vedete quella macchia scura lì in cima? – disse indicandola col dito ai ragazzi che ansimavano per la fatica – bene, è lì che d’estate crescono i fiori neri…  noi ci arriveremo tra una diecina di minuti. - 

Quella macchia scura sulla collina, Nar l’aveva vista da lontano il primo giorno che era arrivato alla masseria. Era come una nube ostinata, minacciosa, che incupiva la chioma dell’altura. E proprio da lì sembrava arrivare quell’odore strano, acre e a volte pungente, che gli lambiva le narici fino a farlo tossire, quando il pomeriggio si coricava sul saccone di paglia a fare l’odiata siesta. Non era mai stato capace di darsi da solo una spiegazione. Quell’odore acre che il vento spingeva a valle misto a lapilli grigi ogni giorno, alla stessa ora, continuava a infastidirlo e a incuriosirlo. Si, in quei giorni alcuni contadini ardevano le stoppie nei campi, c’era fumo e cenere che volava nell’aria; ma quello strano odore acre era diverso, malevolo, veniva da tutt’altra parte e lo portava di primo pomeriggio sempre alla stessa ora, il vento di Altino che soffiava verso il mare e lo increspava coi refoli più vivaci.

Quando ripresero la salita Giacomo li avvertì di restare compatti; dovevano procedere a piccoli passi a causa dell’asperità del terreno. Camminava davanti a tutti a passo lento e diventava sempre più silenzioso man mano che saliva la china. Subito dopo, appena ebbero superato un gruppo di rocce dentellate disposte a barriera ai lati del viottolo, quasi fossero miniature di dolomiti, cominciarono a notare sparsi qua e là piccole isole di terreno arso dal fuoco. L’erba era bruciata e solo qualche zolla verde ogni tanto spuntava dal nero mantello di polvere. Proseguirono il cammino in un paesaggio di cenere e di morte. Alberi neri e spogli, spaventosi come fantasmi apparvero davanti ai loro occhi; i piedi erano costretti a posarsi su rami e sterpi carbonizzati prima radi e poi sempre più fitti. Alcuni ragazzi davanti a quella desolante foresta di sterpi e di rocce annerite s’intimorirono. Le pigne arse e gli aghi dei pini neri come il midollo di una matita denunciavano il passaggio del fuoco. Il fuoco appiccato da un brigante incendiario, aveva trasformato un magnifico paesaggio montano, un paradiso verde, in un lugubre luogo di solitudine. A volte sotto i mucchi di cenere affioravano le carogne di piccoli animali imprigionati e uccisi dal fumo.

Giacomo ormai taceva da molto tempo. Si era chiuso in un garbato silenzio e aspettava che uno dei ragazzi rompesse con la sua voce cristallina l’aria luttuosa di quel girone infernale. Inutili le parole. I ragazzi avevano capito bene ciò che il massaro voleva capissero  A quel punto Nar pensò di doversi ricredere su Giacomo. Anche gli altri ragazzi aprirono gli occhi sull’immane delitto e non ci fu davvero bisogno di dire una sola parola durante quell’insolita lezione di vita. Continuarono a vagare tra quelle terre nere e deserte che ancora sprigionavano un acre odore di desolazione e di morte. Ognuno si rifugiò in un amaro silenzio e tutti si ricredettero su Giacomo. Era un uomo che resisteva, senza paura, alle mute minacce di criminali con progetti malefici per quei luoghi di rara bellezza che lui amava. Combatteva la sua coraggiosa battaglia contro quelli che, con la lingua del fuoco e della violenza, in estate, seminavano i fiori neri… i fiori del male. 

 Nar, prima di allora, aveva sentito già nominare i fiori del male, ma non ricordava né quando né dove. Ne’ aveva mai capito che aspetto avessero e dove crescessero fiori con quel nome curioso, così esotico... Non era che un ragazzo e non capiva bene certe cose. Quella volta però era certo di aver capito e l’avrebbe anche giurato: i fiori neri dell’estate che ricoprivano le cime, i pendii, i valloni, i contrafforti di quelle alture e i fiori del male dovevano essere davvero la stessa cosa.