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Accade già da molto tempo che dalle nostre parti non si riconoscano più le stagioni. Se arriverà il fresco, mi tornerà anche la voglia di girovagare per i campi e scendere giù a valle lungo i tratturi per andare incontro agli ulivi e al mare di color smeraldo.

Per ora, spesso di mattina, cammino a lungo per il viale e mi attardo ad osservare il corteo interminabile degli studenti con le schiene zavorrate… portano gli zaini, tutti uguali, come fossero clonati. In questa terra di Puglia Garganica i giovani vanno tutti a scuola. Non lavorano perché non c’è lavoro… la scuola per loro è già un gran lavoro. Forse perché da noi è cambiato quel che doveva restare ed è restato quel che doveva cambiare…

Tra i ragazzi che ho visto passare stamattina c’era uno che portava al guinzaglio un cane. Il guinzaglio era di corda lisa e sfilacciata, raccattata di sicuro in una di quelle piccole discariche così frequenti lungo le strade di periferia. La corda cingeva il collo del cane, scompigliando la criniera fulva che scendeva sulla groppa come una mantellina. Lo conosco quel ragazzo. Ha i capelli tirati all’indietro sulla nuca, unti di gelatina. Non avrà che undici o dodici anni, ma ha già il cranio di un uomo fatto; gli manca solo una barba che prenda il posto della peluria ramata che ricopre le chiazze di efelidi.

Sono rimasto per un pezzo ad osservare quel ragazzo. Mi hanno incuriosito i gesti rapidi e i movimenti risoluti della sua statura minuta e quadrata. Chissà per quale motivo, la prima volta che l’ho incontrato, notai subito qualcosa che lo rendeva simile ad un tartaro al seguito di Tamerlano. Sì, un tartaro di questi nostri tempi, che semina la paura... tanto che io lo chiamo il Piccolo Tamerlano. Mi è successo di dargli questo nome per il fatto che è lui l’inquisitore dei randagi. E’ uno di quelli che da queste parti tiene a bada tutti con la semplice forza dello sguardo. Non esagero se dico che non ha bisogno quasi mai di parlare o di alzare la voce; a lui basta davvero un semplice sguardo. Appartiene a quelli che portano scritta la loro storia nello spazio tondo e profondo delle pupille. La prepotenza, le minacce, la superbia, il passato e il futuro lampeggiano lì, nelle tremende pupille con cui ti guardano. Già, anche il loro futuro tragico è scritto lì... si sa come vanno a finire le loro storie.

Ce ne sono tanti fatti in questo modo. Anzi, a volte nel nostro Feudo, chi non nasce con questo dono avvelenato fa di tutto per prenotarselo dalla Provvidenza… E’ un bel vantaggio avere gli occhi della protervia. Diventa tutto più facile... basta far seguire al lampo dello sguardo, il tuono di un grugnito e il gioco è fatto. Chi sta di fronte già suda di paura.

- “ fatti i cazzi tuj !”-  è questo che dicono gli sguardi del Piccolo Tamerlano. E non è poco. Lo sa tenere bene il gioco e quasi sempre gli riesce... gestire la paura è cosa sua. Da noi tutto questo significa, quasi sempre, credito e rispetto tra gente ormai malata a tal punto da non sapere più da che parte stare...

Ormai lo conosco il Piccolo Tamerlano e conosco i suoi seguaci. Si muovono in gruppo, come una setta. Hanno i loro luoghi e i loro riti... Li ho seguiti molte volte. Lui è il più in alto di tutti. - “ Il mio regno è solo di questo mondo... e nulla è perdonato…” - sembra dire col suo fare da inquisitore. Mi nascondo tra le frasche dei pini e li osservo... Hanno la testa piena di pensieri purulenti quei ragazzi.

E’ lì, nel boschetto dei pini che il Piccolo Tamerlano convoca i suoi tartari, ordisce le condanne e conduce il gioco al massacro. A volte li vedo da dietro i vetri che già alla controra del pomeriggio si muovono per i campi e vanno alle due casupole diroccate. Le bestiole sono segregate là.

Lui sa come si seviziano i randagi rei di essere stati abbandonati. E’ questa la loro  colpa… ma è una colpa grave. Un peccato per il quale il piccolo inquisitore non ammette abiura. Perciò li avvilisce con le tecniche più infami... Con poche briciole di pane e mezza bottiglia di acqua, riesce a tirarsi dietro almeno tre anime di randagi. Una volta vorrei dirgli che chi fa del male agli esseri viventi come i cani avrà la maledizione perpetua degli dei… Già ! Ma lui se ne sbatte dei precetti di Iside.

Ce ne sono tante di bestie impazzite in giro. C’è qualcosa nell’aria che le ammala; forse le onde magnetiche, la cattiveria umana, forse i rumori del globale, forse gli ultrasuoni o gli ultratutto di questi nostri tempi senza compassione.

Aiuto queste bestiole specie quando non sono in grado di farcela da soli. Come quando restano intrappolati nei cassonetti della spazzatura, o quando sono feriti, come appunto è successo a Studè. Li sento guaire anche quando c’è vento forte e corro subito a liberarli. Al buio, dal fondo del cassone, i loro occhi mi ipnotizzano. E’negli occhi che i randagi portano impressa la memoria della loro storia. Ormai sono vecchio e mi accorgo che ogni giorno riesco a fare sempre meno. Da un po' ho cominciato anche a pregare per loro. Sì, prego il loro santo che è S. Rocco, il romeo... E anche il loro dio prego, il dio dei randagi. Anche se so che il loro dio è l’uomo, che non è quasi mai un buon dio.

I randagi, invece, sono saggi e, forse, anche santi. Prego per loro perché altro non riesco a fare. Quelli della legge, dopo i sopralluoghi nel lager dei randagi governato dal piccolo inquisitore, hanno detto che il loro mestiere è quello di arrestare altri delinquenti... quelli veri. Così davanti a queste colpe senza colpevoli, ho creduto davvero che il Piccolo Tamerlano fosse intoccabile. E’ per tutte queste sconfitte che adesso prego. Anche se non è un gran che per un randagio, altro non riesco a fare. Ho visto spesso questi randagi leccare le mani agli accalappiacani. Lo sanno bene che sono i loro tirapiedi, ma li leccano lo stesso. Sanno di dover morire per l’imperdonabile colpa di essere stati abbandonati dall’uomo e sperano soltanto di ottenere una morte che sia la meno umana possibile

Li scorgo subito i randagi... ho l’occhio ancora buono. Li vedo trottare con la testa bassa tra i cespugli. Annusano l’aria, si fermano e tendono le orecchie a qualsiasi rumore. Si acquattano nell’erba e strisciano tra i cardi secchi con la lentezza dei bradipi. Tutte le provano pur di avere via libera agli avanzi di una cena o a un sorso d’acqua.

I randagi sono gli eroi disperati dei miei pomeriggi al cardiopalmo. Eroi solitari. Vagano di qua e di là, anche se sanno che, alla fine, lo pagheranno sempre loro il prezzo dell’abbandono … per loro non ci sarà perdono.  

Così proprio stamattina il Piccolo Tamerlano si tirava dietro Studè. A chiamare Studè quel cane sono stato io.

Lo chiamo così perché sono certo che è questo il nome che gli appartiene. E so anche che gli piace. Un randagio accetta un nuovo nome solo quando gli va bene. Per dargli un nome bisogna fissarlo bene negli occhi almeno per un po'. Solo così gli trovi il nome giusto. Diversamente è solo un suono senza musica.

Studè significa appunto studente, ossia studioso, capace di leggere nelle pupille degli uomini la natura della loro anima. Studè è così perché studia l’animo degli umani… s’interroga su di loro e si vota al sacrificio per una colpa incolpevole... Forse non sarà per nulla normale ciò che sto dicendo, ma é questo tutto ciò che mi è parso di capire di quel cane che non crede più negli umani.

Quando lo seppellirò, credo proprio di scrivere questo suo nuovo nome - Studè - sul cartello. Non deve essere lantana la sua ora, è dimagrito molto in questi giorni. L’ho visto più malandato di quando venne qui la prima volta due mesi fa. Il pelo è diventato rado e già le tigne spelacchiano le cosce e il garrese.

Ha perduto molti denti, ma non la dignità. Prende ancora le mie scodelle, ma non fa promesse... non vuole restare. Prende la pappa e va subito via. Si ferma appena il tempo per rifocillarsi e farsi accarezzare.

E’un cane molto singolare. Il giorno che arrivò dalle mie parti si fece notare per i lunghi lamenti a bocca chiusa che laceravano l’aria a causa della mascella rotta. Parevano pietose litanie. Le sassaiole di accoglienza assestate dai settari del piccolo Tamerlano come benvenuto, gli avevano paralizzato una coscia e spaccata la mandibola. Perciò venne a rifugiarsi in un angolo del mio cortile. Guaiva per la cianca, digrignava i denti e lasciava sul terreno, di tanto in tanto, una pozza di sangue misto a siero. Chissà quale storia avrà avuto Studè prima di venire dalle mie parti... Forse avrà vegliato fino all’ultimo un padrone vecchio e malato come me… oppure avrà ripudiato un uomo violento… oppure semplicemente sarà stato abbandonato da un disinvolto vacanziere.

Successe dunque proprio in quei primi giorni che gli diedi il nome Studè. Ma solo dopo aver capito che non voleva più né un padrone, né un amico. Forse già d’allora, studiava.. era alla ricerca di un giustiziere che gli ordisse una fine degna di rendere immortale il suo amore per gli umani !

E’ vero, in questo mio scorcio di vecchiaia non è più tanto normale quello che dico; ma la sua storia è comunque una storia grande e sfortunata... E’ un po' come quella del Figlio dell’Uomo che per il genere umano si fece attore di una tragedia d’amore e di passione. Sarà un’assurdità, ma è proprio questa strana sindrome che vedo in quel cane.

Tra l’altro sono anche certo che ne avrà avuti fin troppi di padroni... Chissà quanto avrà pagato per il suo amore. Questo lo capisco quando mi guarda con gli occhi pieni di compassione e fugge via. Fugge perché non vuole una nuova malastoria. Sa che anche questa volta, come sempre, sarà ancora lui a pagarne il prezzo.

Non agisce in questo modo un cane qualunque. E’ la vita che ha insegnato a Studè la dignità della solitudine e il sacrificio finale. Succede così quando non si ha la fortuna di avere un buon amico; e proprio questa sua passione sfortunata gli impedirà di continuare a vivere. Il piccolo Tamerlano lo condannerà. Uno di questi giorni vedrò morire Studè come ho visto morire prima di lui altri randagi.

Io sono il becchino dei randagi.

Quando li vedo che sono prossimi alla fine, li seguo e li tengo d’occhio. Appena giunta l’ora devo fare presto, perché di notte i cinghiali, le volpi e i rapaci portano via tutto... Così io li corico su una lastra bianca di calcare e spargo sopra un spessa coltre di terra. Sul crinale della montagna lungo una balza ampia come un anfiteatro c’è un boschetto di pini. E’ lì il cimitero. Prima di morire anch’io, scriverò su un cartello che quello è il posto dove riposano Studè e gli altri suoi amici. Spero che altri seguiteranno questa opera di misericordia.

Ho impiegato molto tempo a capire cosa c’è nella testa di un cane... Ora lo so. Ma prima non sapevo se quello che li anima fosse saggezza o istinto. Ora so che per loro, la passione, la resa, e l’affidarsi ad un carnefice è solo la vittoria di un vinto che vuole darsi per amore… alla grande, fino in fondo.

Adesso che la mascella non gli fa più gran male e la cianca riesce a sorreggerlo di nuovo, Studè non aspetta altro che si compia il suo destino. Non so spiegarmi il perché di quel suo accettare così pazientemente il gioco del piccolo inquisitore. Di sicuro sente la gravità della colpa che lo pervade… altrimenti avrebbe già cambiato zona; avrebbe preso stabilmente il mio pane e accettato il mio tetto… si sarebbe scaldato al mio calore, invece di stare lì acquattato nell’anfratto di un muro a secco o sull’erba zuppa di rugiada.

Sa bene che lo veglio dalla finestra. Noi due ci capiamo... I cani hanno da sempre questo istinto arcaico e profondo della mente. E’ tanto oscuro, quanto vero.

Più ci penso e più divento piccolo di fronte a tanta mitezza dei cani; né riuscirò mai a comprendere fino in fondo la loro misteriosa devozione nei confronti dell’umano. Questa storia mi fa pensare alle storie di tanti uomini costretti anch’essi a vivere da randagi. A questo mondo si è in tanti a subire angherie come quella di Studè.

Forse tra poco comincerà anche la mia. Anch’io sento il conta giorni che scandisce inesorabile la cifra... Tra non molto un numero, l’ultimo numero, apparirà sul soffitto ingiallito della mia camera, oltre quel numero non potrò andare.

Povero stupido!... - mi dico - tu credi che Studè non sappia la sua cifra e quale destino lo stia aspettando ? Sono saggi i cani. Loro sentono queste cose... come gli umani.

Anche se a volte immaginiamo di essere ancora lontani dalla fine, il nostro destino è lì, già fatto. Quando arriva il momento, sullo stesso display che si azzera, s’accenderà un’altra cifra che scandirà un nuovo tempo per un nuovo essere che comincia a vivere.

Ciò che si può sperare è che la nostra storia diventi la breve frase di una bella musica.

Nel libro di un uomo semplice ho letto che i cani sono nati prima dell’uomo e persero la parola quando questa, (tolta loro da un dio che li punì chissà per quale colpa…), fu donata agli uomini per un uso più degno... Ma quel dio si pentì già prima di sera.

Come mi sono pentito io di quelli dell’ordine pubblico a cui mi sono rivolto, assillandoli. Mi hanno rinfacciato che è difficile risolvere il problema...

“E’ questione di cultura ... ” mi hanno risposto. Sarà così, ma per ora la cultura che impera è quella del dominatore, del consumatore, dell’uomo Tamerlano che si lascia dietro fuoco e distruzione. Seviziare gli animali è una perversione che prende, per fortuna, solo pochi; è questa la strada che porta poi alla violenza sull’umano.

Ricordo che quando arrivò Studè, era estate. Sì, ricordo che c’era caldo, molto caldo e, bene o male, tutti e due avevamo voglia di sopravvivere all’afa che ci toglieva il respiro. E mi sovviene anche la sua lotta spietata quando, ancora con le ferite, fu attaccato dai gatti del circondario. Uno scontro furibondo di pochi attimi che non riuscii a evitare. Subito dopo fu silenzio. Dalla bocca di Studè pendeva il corpo lasso di Barbarossa, il capo superbo di quel branco di gatti. Studè ringhiava, lo mordeva, lo sbatteva come un fagottino esanime sul selciato... Lo so, Studè è un randagio rinselvatichito e come tale un predatore. Un predatore è comunque, colpevole e, al tempo stesso, innocente. Forse tutti i predatori hanno dentro l’innocenza e la colpa insieme… devono ubbidire a qualcosa di nobile e di micidiale che hanno dentro... forse anche il Piccolo Tamerlano è così... come anche tutti gli uomini. Non sempre c’è certezza di colpa o di innocenza negli esseri viventi.

Stamattina il Piccolo Tamerlano ha legato Studè a una sbarra del recinto della scuola. - Guai a chi lo scioglie! - hanno gridato i suoi occhi. Ero lì ben nascosto, ma quello sguardo di minaccia è valso anche per me. Poi è salito in classe insieme agli altri e, di tanto in tanto, la sua testa rossa ha fatto capolino da dietro i vetri. Forse aveva già deciso come finirlo. Un marchingegno studiato ad arte per portare il povero Studè nel lungo sonno della morte. Quando lui guardava Studè, Studè guardava lui e sembrava dire - “quando ? ”-

Studè è convinto che un randagio dopo la fuga o l’abbandono dell’uomo non abbia più diritto a vivere. Sa che per un randagio non ci sarà futuro. Anche se violento, un padrone bisogna seguirlo sempre… un padrone non si abbandona mai ! Solo lui, il padrone, ha il diritto di abbandonarti quando non gli servi più. Da come mi guardano i suoi occhi, credo che in questi ultimi giorni Studè avrà assistito alla terribile esecuzione di un randagio suo simile.

E’ per questa ragione che da stamattina, ben nascosto, sto qui ad osservarli entrambi. Non sto un gran che bene… mi assale un forte dolore alle tempie e sento i brividi percorrermi la schiena. Ho dimenticato di prendere le medicine e ora sento quasi addormentati il braccio e la parte destra del corpo. Vorrei tornare a casa a scaldare le mie ossa. Ma non devo muovermi, non posso, non voglio, o Tamerlano mi vedrà… ecco, resisterò per Studè.

Non mi resta da fare che una rapida sortita… l’ennesimo tentativo per liberarlo, senza farmi scorgere dal piccolo cosacco che sbircia da dietro i vetri.

Se succede so già cosa m’aspetta...

Avrei creduto più facile l’operazione…. Invece ho l’impressione che abbia già fiutato la mia presenza, il giustiziere.

Ahimè! So già cosa m’aspetta...  Tamerlano mi devasterà l’esistenza.

Ne sono certo, ma non m’importa ! Voglio salvare Studè. Colpevole o non colpevole, per ogni essere vivente un perdono è possibile… 

Carponi sull’asfalto del cortile, con fatica cerco di raggiungerlo. Ci sono… sono lì che quasi lo tocco… uno sforzo e riesco a liberarlo dal cappio. Lui mi fissa con due occhi languidi. Sono occhi pieni di compassione, di riconoscenza… vogliono continuare a vivere... Stento a crederci, ma penso che Studè voglia riprovarci.. Sono sicuro che saprebbe come difendersi dal piccolo Tamerlano… troverà qualcun altro che saprà amarlo. Sono grandi i cani quando riescono a capire i sentimenti degli umani. Credo di andarmene col cuore in pace ora che gli è tornata la voglia di vivere.

Ma intanto sento una fiamma pulsare dentro la testa… non sto affatto bene… un gran gelo narcotizza il resto del mio corpo… forse è giunto il momento di chiedere perdono a Dio e agli uomini per le mie mattane… con l’arrivo dell’autunno molte cose sono cambiate… in autunno muoiono le foglie e anche in me muore il vecchio animale...  L’animale è quasi morto…   rimangono l’uomo e la sua anima... sussurro a Studè che mi sta vicino.

Credo, però, di non riuscire più a capire bene cosa mi sta succedendo… ecco, mi sollevano su una barella braccia di uomini con le giacche di cerata rossa rifrangente... quelli della scuola mi hanno visto per terra e hanno chiamato i soccorsi… è proprio vero che sto male… sento di naufragare tra i marosi di una tempesta apoplettica, ma il cuore batte ancora… sento che sta scoppiando di felicità.   

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