Via Maxima Michaelica... - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

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Via Maxima Michaelica: gli ultimi e più aggiornati studi dello storico Giuseppe De Padova in attesa di essere pubblicati

In merito alle polemiche finite sui giornali che ci sono state nelle ultime settimane, sull’autenticità storica della Via Francigena del Sud e sui legami che l’avvicinano in qualche modo a quella che è stata definita la Via Maxima Michaelica (che comprende tutti gli itinerari micaelici verso il santuario micaelico più importante, ovvero quello di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo) vanno fatte delle precisazioni, appunti e rilievi avanzati dallo storico Giuseppe De Padova, professore di letteratura italiana in pensione nelle scuole medie di Monte Sant’Angelo fino a circa 20 anni fa. Il professor De Padova sulla scorta di documenti e testi storici comprovanti l’autenticità e l’attendibilità degli itinerari micaelici medievali ha lanciato questa proposta, sostenuta dalla sezione Terre dell’Angelo di Italia Nostra, che per taluni, sostenitori  e promotori della Via Francigena del Sud ( come prolungamento della Via Francigena classica, che partiva da Canterbury fino a Roma da cui proseguiva verso la Terra Santa passando per Monte Sant’Angelo e Otranto) è apparsa una provocazione. In realtà essa altro non è che un tentativo di restituire dignità storica ad un cammino, quello verso il santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo, che va considerato a buon diritto il più importante e il più antico, fra tutti i cammini-pellegrinaggi medievali anche rispetto a cammini come quello verso Santiago di Compostela, che negli ultimi decenni è risultato assai frequentato e battuto da camminatori e devoti d’Europa e di tutto il mondo. Giuseppe De Padova sostiene che i cammini, di cui alcuni provenienti anche dall’est Europa, intersecantisi con quelli che arrivavano dal Nord Europa e che, attraverso il Friuli, proseguivano lungo la dorsale adriatica (passando per Venezia e Ravenna), erano diretti verso il santuario micaelico per antonomasia, ovvero quello situato sul Monte Gargano, un santuario che accese intorno al VI secolo dopo Cristo la devozione per San Michele, grazie al vescovo di Siponto, Lorenzo Maiorano. Fu proprio Lorenzo Maiorano, cugino dell’imperatore Zenone di Costantinopoli, ad avviare i pellegrinaggi verso il Monte Gargano, dove qualche decennio successivo i longobardi edificarono il santuario che attualmente è entrato nel patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, un santuario quello longobardo databile intorno al VII secolo d. c. che attestò l’avvenuta conversione del popolo dei Longobardi al Cristianesimo proprio per la particolare predilezione che questi barbari provenienti dalla Valle dell’Elba (e prima ancora dalla penisola scandinava), dalla forte indole guerriera, avevano nei confronti dell’Arcangelo guerriero, principe delle milizie celesti, San Michele. Numerosi pellegrini, nella seconda metà del millennio antecedente all’avvento dei normanni, giungevano a Monte Sant’Angelo non solo dal Nord Europa (alcuni dalla Francia, i quali, dopo aver portato con sé un masso prelevato sul Monte Gargano, edificarono in Normandia Mont Saint Michel), ma anche dall’Est ovvero dalla Costa dalmata facendo tappa, taluni, presso il monastero situato alle isole Tremiti, tal altri passando per San Nicola di Mira a Bari. Per altro verso alcuni pellegrini venivano da Benevento e Salerno, provenendo alcuni dall’Inghilterra e dalla Francia, alcuni addirittura dalla penisola iberica dove sui Pirenei sorgeva nel Medioevo un altro santuario dedicato a San Michele, San Miguel della Cuchas al confine con la Francia. Tutti questi cammini assai battuti nel Medioevo attestano come la diffusione del culto micaelico fosse davvero grande nell’Europa dell’epoca, itinerari che sanciscono la preminenza dei cammini micaelici sugli altri pellegrinaggi cristiani, sorti nella maggior parte dei casi dopo il 490 d.c., anno del nascere del culto micaelico sul Gargano.  Il santuario garganico fu teatro ancora di numerosi episodi di rilevo storico come l’incontro tra bizantini e normanni nel 1016, incontro presieduto dal bizantino Melo da Bari, che sancì il predominio normanno sulla contea di Monte Sant’Angelo e su tutta la Puglia, come di notevole importanza furono i pellegrinaggi effettuati dai cavalieri crociati (Templari, Cavalieri Teutonici e Cavalieri dell’Ordine di Malta) desiderosi di ottenere la protezione dell’Arcangelo Michele prima di partire per la riconquista di Gerusalemme e più in generale della Terra Santa in mano agli infedeli musulmani. Si contano, accanto ai pellegrinaggi francescani come quello di Sant’Antonio, ritornato in auge negli ultimi anni, innumerevoli pellegrinaggi che partivano in epoca tardoantica e altomedievale soprattutto dal Nord Europa testimoniati dalle iscrizioni runiche rinvenute sulle pareti del santuario longobardo di San Michele Arcangelo, iscrizioni decifrate negli ultimi anni da esperti archeologi dell’Università di Bari, che devono, in primis al professor Giorgio Otranto e al suo staff, il progredire degli studi e delle ricerche intorno al culto micaelico, che partì dal Monte Gargano diffondendosi in tutt’Europa. Importanti per capire l’evolversi del culto micaelico anche i libri del professor Giuseppe Piemontese, mentre, negli ultimi anni, nella biblioteca del Centro Studi micaelici si sono tenute interessanti conferenze tenute dai maggiori esperti, docenti universitari per lo più, conoscitori della storia riguardante il tardo antico e l’età romano barbarica. Giungono, ora, in attesa di essere pubblicati, questi ulteriori rilievi storiografici del professor Giuseppe De Padova sulla Via Maxima Michaelica intesa come la Regina Viarum, la regina dei più battuti cammini medievali, in posizione di preminenza rispetto ad altro tipo di cammini coi quali la Via Maxima Michaelica spesso si intrecciava e si intersecava, a riprova di come il pellegrino o homo viator (come veniva definito) giocasse un ruolo importantissimo nell’ambito della spiritualità e religiosità popolare del Medioevo.

Matteo Rinaldi