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 di Michele Eugenio Di Carlo

Non c’è alcun dubbio: gli accordi internazionali siglati dall’Unione Europea e accettati dall’Italia pesano come macigni sull’economia e sull’agricoltura del Sud.

Nell’accordo di libero scambio e protezione di prodotti dell’UE con la Cina, ben 26 prodotti DOP (denominazione di origine protetta) e IGP (indicazione geografica protetta) su 100 sono italiani: un ottimo risultato; peccato che solo la mozzarella di bufala campana sia stata inserita per le regioni meridionali.

Uno scandalo che si configura come un vero e proprio disastro per l’agricoltura del Sud.

Dov’era il ministro delle politiche agricole Maurizio Martina, ora reggente del PD?

E’ così, a titolo di esempio, mentre il sicilianissimo e pregiato pomodoro di Pachino non ha nessuna tutela, sulle nostre tavole domina il pomodoro cinese.

Non era bastato il CETA, l’accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e il Canada, approvato dal parlamento nazionale?

Un accordo che ancora una volta ha messo a dura prova i nostri prodotti tipici di qualità a filiera corta e a 0 km, favorendo, come al solito, la grande industria, la grande distribuzione e la speculazione finanziaria.

Il CETA, un accordo contro il Sud! Basato ancora sull’importazione di grano canadese e l’esportazione per il 90% di prodotti agricoli del Centro Nord. Nell’accordo vengono protetti solo 69 dei 367 prodotti alimentari italiani DOP e IGP, dei quali solo 5 del Sud, 3 siciliani, uno solo per Puglia e Campania, nessuno per Calabria e Basilicata.

Un altro scandalo e una vergogna nazionale. La prova di un governo contro il Sud, al di là di qualsiasi retorica elettorale e populista.

Accordi in cui, come scrive Enzo Lionetti della Rete SPAC - Sistema produttivo agro-alimentare di Capitanata - «la politica agricola nazionale ha realizzato in maniera razionale e certosina, gli interessi della classe imprenditoriale del Nord, realizzando non solo accordi commerciali ma anche un sistema di interventi, tra l'altro, su filiere ed energia rinnovabile», con un sostegno all’internazionalizzazione «a completo appannaggio di aziende agroalimentari del Nord» e con precise responsabilità della classe «politica settentrionale che si è alternata a capo di quel ministero indisturbata per moltissimi anni. Con il beneplacito di una classe politica meridionale, accontentata con prebende per favorire quella filiera piuttosto che quell'altra, nell'ottica di un puro assistenzialismo e atteggiamento mendicante». 

Non basta per fare una corretta analisi delle motivazioni che hanno orientato elettoralmente il Mezzogiorno?

Eppure, l’ex senatrice foggiana Colomba Mongiello, in un’interpellanza urgente aveva provato a consigliare il ministro: «L’accordo commerciale con il Canada mortifica le produzioni agroalimentari di qualità italiane e del Sud e rischia di vanificare la lotta all’ italian sounding e alla contraffazione». Un’anomalia incresciosa che, secondo la senatrice, andava sanata anche perché le trattative UE e Canada erano tese a proteggere da imitazioni e contraffazioni i prodotti made in Italy di qualità, non a discriminare prodotti e aree produttive. E ricordando anche la beffa contenuta nell’accordo UE-Cina, la senatrice concludeva invitando Governo e Parlamento ad intervenire «a tutela del nostro patrimonio economico e culturale dai contraffattori e imitatori canadesi e cinesi. E per favorire scambi commerciali fondati sulla qualità e la salubrità delle merci, scongiurando le dannose distorsioni che già oggi subiamo dalle importazioni di grano canadese e pomodoro cinese».

Il ministro alle politiche agricole Maurizio Martina, attuale reggente del PD, non ha nulla da rimproverarsi? Non poteva proprio intervenire in questioni su cui aveva inciso Zaia, il suo predecessore della Lega Nord?

Peccato! L’agricoltura del Sud è in ginocchio.


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