IL PROCESSO UNITARIO PASSANDO DA GARIBALDI A MARX, DA NITTI A GRAMSCI di Michele Eugenio Di Carlo - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

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  Il deputato Massimiliano Ay, segretario del Partito comunista della Svizzera Italiana, intervistato da Stefano Pianca il giorno dell’anniversario della nascita di Karl Marx, ha detto che tutte le contraddizioni del capitalismo descritte dal marxismo si stavano avverando: le crisi economiche, le fasce diffuse di povertà non risolte, la mancata ridistribuzione della ricchezza.

Sono, infatti, temi attualissimi in questa fase di spinta globalizzazione. Una fase nella storia dell’umanità che sembra davvero non portare il mondo verso il promesso riequilibrio delle aree svantaggiate, ma piuttosto verso un nuovo feudalesimo.

Le tesi di Marx, in realtà, sembrano ormai condivise lungo quella direttrice dell’evoluzione negativa del capitalismo che profetizzava un futuro inteso solo in funzione dei processi di accumulazione capitalistica e finanziaria senza etica, tanto che persino il Times di Londra, qualche anno fa, si chiedeva se Marx avesse avuto o meno ragione.

Peraltro Massimiliano Ay, nel giorno dell’anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi, scriveva: «Pochi ricordano che, alla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, Giuseppe Garibaldi diede indicazione ai delegati a lui vicini di sostenere i comunisti di Karl Marx e non gli anarchici di Michail Bakunin. A Garibaldi è attribuita infatti l’affermazione: “Il socialismo è il sole dell’avvenire”. Le colpe dei Savoia con depredazioni e immiserimento dell'Italia del Sud sono note: i neoborbonici spesso si dimenticano però che Garibaldi vi si oppose, e contro queste politiche rassegnò in due occasioni le dimissioni dal parlamento… ».

Sicuramente Marx e Engels seguirono con attenzione l’azione di Garibaldi, ma solo inizialmente, anche perché sono noti i loro giudizi negativi sull’evoluzione politica italiana.. I “Neoborbonici” – probabilmente Ay intende impropriamente quella galassia di studiosi e ricercatori che stanno affrontando la delicata fase storica del processo unitario in chiave revisionistica – non dimenticano semplicemente che Garibaldi, finanziato da ambienti finanziari e politici inglesi, finì per consegnare il Regno delle Due Sicilie a Vittorio Emanuele II e alla casta politico-militare dei Savoia, che trattarono il sud dell’Italia come se fosse una colonia, instaurandovi un feroce regime repressivo e facendolo passare economicamente e socialmente da una semplice condizione di arretratezza (non inferiore mediamente a quella di altre regioni italiane) a quella di sottosviluppo che comportò a fine secolo l’esodo, per la prima volta, di milioni di meridionali.

Francesco Saverio Nitti, il politico lucano che divenne presidente del Consiglio prima dell’avvento del regime fascista, grande esperto di economia e finanza, fu uno dei primi ad analizzare i bilanci dello Stato post unitari e a sostenere che fu il Sud a salvare dal fallimento l’ex Regno di Sardegna. Oggi, le affermazioni di Nitti trovano finalmente ampio riscontro negli studi e nelle ricerche di valenti economisti quali Daniele, Malanima, Fenoaltea e Ciccarelli e allontanano l’ipotesi, spesso suggerita e divulgata negli ultimi 160 anni, di inabilità persino genetica delle popolazioni del Mezzogiorno, sfruttate e maltrattate, di intraprendere la via del progresso e dello sviluppo. Infatti, Nitti sui primi decenni seguenti l’unità scrisse:

«La finanza italiana e l’Italia meridionale […] Nei venti anni che seguirono l’unità, le più grandi fortune furono fatte quasi esclusivamente dagli imprenditori di opere di Stato: e fra essi non vi erano quasi meridionali, come un documento parlamentare, presentato dall’on Saracco, dimostra a evidenza. La situazione della Valle Padana ha reso più facile la formazione delle industrie, cui la politica finanziaria dello Stato, in una prima fase, e in una seconda le tariffe doganali, hanno preparato l’ambiente; di quasi tutte le industrie di cui lo Stato italiano negli ultimi trenta anni ha voluto assumere la protezione, nessuna quasi è meridionale: dalla siderurgia allo zucchero, dalle industrie navali alle industrie tessili, ecc., tutto è nelle mani degli stessi gruppi capitalistici». 

Per meglio comprendere a chi Garibaldi aveva lasciato le leve del potere dopo averlo aggredito militarmente grazie ai finanziamenti inglesi, tornano sempre utili e d’attualità anche le analisi di Antonio Gramsci sui primi decenni del Novecento:

«Il programma di Giolitti e dei liberali democratici tendeva a creare un blocco “urbano” (di industriali e operai) che fosse la base di un sistema protezionistico e rafforzasse l’economia e l’egemonia settentrionale. Il Mezzogiorno era ridotto a un mercato di vendita semi-coloniale, a una fonte di risparmi e di imposte ed era tenuto “disciplinato” con due serie di misure: misure poliziesche di repressione spietata di ogni movimento di massa con gli eccidi periodici di contadini […] Misure poliziesche-politiche con i favori personali al ceto degli “intellettuali” o “paglietta”, sotto forma di impieghi nelle pubbliche amministrazioni, di permesso di saccheggio impunito delle amministrazioni locali […] cioè di incorporamento “a titolo personale” degli elementi più attivi meridionali nel personale dirigente statale, con particolari privilegi giudiziari, burocratici etc. Così lo strato sociale che avrebbe potuto organizzare l’endemico malcontento meridionale, diventata invece lo strumento della politica settentrionale, un suo accessorio di polizia privata».

Ritornando alla figura di Garibaldi, proposta più volte nella storia dalla sinistra come icona positiva – ora dai comunisti svizzeri –, non si può non registrare l’utilizzo strumentale che ne fece anche il fascismo.

Fulvio Orsitto, docente accademico esperto di cinema, senza mezzi termini, considera la seconda fase della cinematografia, quella definita «fascista», un periodo storico in cui «la ricostruzione della storia patria si svolge in modo funzionale agli interessi di un regime che intende essere considerato la logica conclusione del processo risorgimentale».
È stato un risorgimento manipolato strumentalmente al fine di nazionalizzare le masse, dato che non poteva sfuggire all’intellettualità fascista come il cinema fosse un potente mezzo di comunicazione, piegabile ad uso propagandistico, e che il potere poteva efficacemente utilizzare per indottrinare e ideologizzare le masse.
Emblematica di questa maniera romantica e fantastica di rappresentare il Risorgimento è il film 1860, diretto da Alessandro Blasetti nel 1934.

Daniele Fioretti, peraltro, docente alla Miami University, non nutre alcun dubbio sulla circostanza che Blasetti non si era affatto proposto di fornire un quadro storico verosimile del Risorgimento, ma una banale celebrazione agiografica dell’epopea garibaldina con un intento smaccatamente propagandistico.

Il pericolo concreto, e allora in atto, fu avvertito dal filosofo tedesco Walter Benjamin: la storia e le tradizioni erano diventate lo strumento della classe dominante, mentre compito dello storico era proprio quello di sottrarre la storia a questo tipo di manipolazione.

Un ammonimento che sembra oggi più che mai attuale.