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 “L'Italia è finita” è il titolo che Pino Aprile ha dato al nuovo testo che uscirà il 23 ottobre.

Da lunedì 22 ottobre l’Italia non esisterà più e questo crimine sta avvenendo nel silenzio generale, nonostante fior di economisti, docenti universitari, storici, scrittori, giornalisti, imprenditori, intellettuali, abbiano promosso un’iniziativa popolare contro il regionalismo differenziato.

Il 22 ottobre la ministra leghista Erica Stefani, su mandato del governatore veneto Luca Zaia e con il consenso pieno non solo della Lega, ma dell’intero arco dei partiti che contano nelle regioni del nord, presenterà un disegno di legge sull’autonomia del Veneto, sostenuta – non vi potevano essere dubbi – dal vicepremier Matteo Salvini.

Il fatto stesso che al Veneto – ma in seguito alla Lombardia ed all’Emilia Romagna – si permetta di avere rapporti con lo Stato come fosse un altro Stato, mettendo in secondo piano il Parlamento, attesta in maniera chiara che l’Italia, mai davvero nata, è davvero finita.

E che i partiti al governo non scherzino affatto, sostenuti fino a prova contraria dall’opposizione, lo ricorda l’attivista meridionalista salentino Crocifisso Aloisi, quando ci comunica quanto scritto a pagina 112 del DEF 2018: “Autonomia differenziata. Una priorità è costituita dall’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione concernente l’attribuzione di forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario. Sulla questione è già stato avviato un percorso con tre Regioni (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) nel 2017 e nei primi mesi del 2018. Si tratta, quindi, di portare a compimento l’attuazione di disposizioni così rilevanti per il sistema delle autonomie territoriali del nostro Paese.”

Eppure Gianfranco Viesti, noto docente di economia dell’Università di Bari, nonché primo promotore della petizione popolare contro la cosiddetta “secessione dei ricchi”, il 3 maggio di quest’anno, presso la Casa della Cultura di Milano aveva fornito seri elementi di riflessione e tesi per favorire una discussione non più rinviabile e che oggi scopriamo essere stata addirittura del tutto ignorata, evidentemente non gradita agli ambienti che contano e che decidono.

Nella sua relazione Viesti riaffermava dati chiarissimi e incontestabili: nell’ultimo decennio l’Italia, in forte declino, ha perso posizioni rispetto a diverse aree d’Europa e ha allargato la frattura tra il sud e il centro-nord a livello demografico ed economico. Frattura che ha inciso profondamente sul piano dell’occupazione, del tenore di vita, dei servizi e delle strutture a disposizione dei meridionali. Infatti, le ultime stime riportano una disoccupazione assestata sotto il 7% al nord, mentre al Sud si aggira intorno al 20 % con punte impressionanti del 30% come ad esempio in Capitanata, dove più di un giovane su due non lavora e non studia.

Viesti aveva elencato le statistiche sui tassi di crescita dell’economia europea del XXI secolo: un Italia cresciuta di solo l’ 1% contro il 23% dell’Unione Europea, il 18% dell’area euro, il 38% dell’area non euro; paesi dell’est balzati in avanti e paesi del sud-Europa in caduta libera. E con una divergenza italiana sostanziale: il centro-nord cresciuto del 3%, il sud crollato del 7% e che ha perso nell’ultimo decennio 10 punti di PIL.

Come spesso abbiamo denunciato da meridionalisti, precise e individuabili sono le scelte di politica governativa che hanno la responsabilità di questo disastro annunciato, ampiamente prevedibile, che ha portato il Mezzogiorno al limite della desertificazione sociale ed economica.

Nell’ultimo decennio, la differenza dei livelli di reddito interni all’Italia si è accentuata e ha colpito le fasce deboli e povere della popolazione, in particolare quelle residenti al sud. Questo è uno scenario economico dovuto a scelte politiche che persistono dagli anni Novanta e che il regionalismo differenziato, già in atto da 20 anni, ha portato alle estreme conseguenze.