“Ma quando passerà questo venerdì santo?”, è una domanda che spesso raccolgo dalla gente che incontro per strada, da quanti aprono il cuore per trovare conforto nei sacramenti. Persone  casualmente incontrate anche nei luoghi in cui Cristo continua a soffrire. “Sono stanco di questa vita…di cercare il lavoro, di bussare alle porte dei familiari per prestiti che non so se potrò un giorno restituire. Stanco di sperare in un domani migliore, di continuare a cercare una soluzione alle eutanasie domestiche, la dove sembra non entrare mai la luce”. C’è dolore spesso celato dietro ad un volto apparentemente sereno. Sofferenza per sé e per le persone care, per i figli che “continuano a dare pensieri”, per volti che si vorrebbero vedere più sereni. Ansia e depressione avanzano a macchia d’olio per un venerdì santo che sembra non passare mai. Tanta gente è ancora inchiodata sulla croce, continua a rivolgere lo stesso lamento di Gesù: “Mio Dio, perché mi hai abbandonato”.

 E allora, quando penso alle mie e alle altrui croci, rileggo questo testo di don Tonino Bello:

“Il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce. C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. <<Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra>>. Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra. (…) Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Dopo tre ore ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. (…) Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. (…) Ecco già una mano forata che schioda dal legno la tua. Ecco un volto amico, intriso di sangue e coronato di spine, che sfiora con un bacio la tua fronte febbricitante. Ecco un grembo dolcissimo di donna che ti avvolge con tenerezza.

 don Domenico Facciorusso