logo

 

 Cari fratelli e sorelle in Cristo,

            durante questi lunghi mesi segnati dalla pandemia, e dalla impossibilità per voi, Popolo santo di Dio, di partecipare fisicamente alle liturgie, ho cercato di raggiungervi con alcuni messaggi, che traevano spunto dalla Parola di Dio della domenica. Desidero avvicinarmi a voi ancora oggi, solennità della Pentecoste, con questo messaggio, invitandovi a guardare al “nuovo” che ci attende, cercando di farlo chiedendo allo Spirito Santo la capacità di uno sguardo “nuovo”, il Suo!

In questi giorni tanto nei testi e discorsi ufficiali, quanto nelle chiacchierate e dialoghi tra noi, c’è un verbo che ricorre di continuo: “ripartire”. Lo usiamo esprimendo la profonda esigenza e il grande desiderio di provare a ritornare a quella che ci ostiniamo a chiamare “normalità”. La chiusura di queste settimane ha prodotto una profonda nostalgia dell’esperienza di cui eravamo abituati; la forzata clausura a causa della quarantena imposta dalla pandemia del Covid-19, rischia di farci ricordare il tempo precedente al 9 marzo quasi come “un paradiso interrotto”. Ma era proprio così?  Se facciamo corretta memoria, dobbiamo riconoscere che anche prima ci lamentavamo, anche prima del coronavirus parlavamo di crisi, provavamo disagio e difficoltà a comunicare e rendere palpabili tanto i valori di cui si intesse la società civile come quelli alti del Vangelo, che la Chiesa annuncia con la liturgia e incarna nel servizio della carità. Allora il semplice “ripartire”, come se si trattasse del riprendere un discorso interrotto, od un filo tagliato da riannodare, è un’immagine insufficiente e forse anche bugiarda. Forse il verbo migliore e più attinente col Vangelo è “rinascere”.

Rinascere è il verbo usato da Gesù nel dialogo notturno con Nicodemo: “chi non rinasce dall’alto non può vedere il regno di Dio” (Gv 3, 3). E’ accaduto che abbiamo celebrato una lunghissima Quaresima, che ha sfondato i “quaranta” giorni liturgici e vissuto una settimana santa e le domeniche di Pasqua nel deserto di chiese vuote, con le liturgie senza popolo, una sorta di “venerdì e sabato santo” dilatati: abbiamo sperimentato tutti la “notte” della paura e del disagio di Nicodemo, il discepolo “nascosto e timoroso” del Signore.  Allora, più che di “ripartenza”, credo sia più corretto parlare di rinascita e verificare nella fede che stiamo insieme a tutta la creazione sperimentando le doglie del parto (cf Rm 8, 22).  Ringraziamo, allora, perché ci è dato celebrare la festa della Pentecoste non tanto in clima di “ripartenza”, ma di rinascita.  Davvero il Signore non ci ha lasciati orfani (cf Gv 14, 18), ma ci dona il nuovo Consolatore - lo Spirito Santo – il quale, guidandoci alla verità tutta intera (cf Gv 16, 13) ci sostiene in questo processo di rinascita sia come Chiesa, che come società civile. Dipende da noi accogliere la promessa del Signore e scommettere per il nuovo senza nostalgie per il vecchio. Se sarà così, allora la Pasqua, che abbiamo celebrato con il volto rattristato dalle numerose morti di tanti fratelli che non ce l’hanno fatta, esploderà in una nuova Pentecoste, perché lo Spirito Santo viene a rinnovare la faccia di tutta la terra, a ridarci speranza, giusto coraggio e certezza che Cristo risorto ha vinto la morte e che continua a vincere le varie morti di cui oggi siamo testimoni.

Il Paraclito, che è Spirito di sapienza, ci suggerisce alcune indicazioni affinchè quello che chiamiamo “ripartire” corrisponda all’inizio di una vera rinascita: ne indico due.

La prima cosa che lo Spirito ci insegna è che non possiamo dividerci ora. Dopo l’onda emotiva della solidarietà nazionale e internazionale, non dobbiamo tornare a vecchi rancori, antichi conflitti, reciproche incomprensioni, atavici egoismi che rischiano di minare il tessuto sociale sia locale che nazionale, quando non addirittura internazionale.  Il racconto che Luca ci offre negli Atti degli Apostoli del giorno di Pentecoste, ci presenta esattamente l’opposto della divisione. I popoli, raggiunti dalle stesse lingue di fuoco dello Spirito, parlano finalmente la stessa lingua: la lingua dell’amore. Questa lingua universale, tradotta a livello sociale e politico, significa che nessuno va lasciato solo o dimenticato durante il cammino di ripresa-rinascita. Si tratta di applicare la grammatica della fraternità che supera e abbatte quella della conflittualità, tanto cara al mercato ed alle logiche precedenti allo scoppio della pandemia. Lo Spirito Santo, forza unificante della Trinità, vuole tener unita l’umanità che sta rinascendo in una prospettiva di condivisione, di perdono, di reciproca cooperazione e di capacità a camminare insieme. Lo Spirito Santo, poiché costituisce il “Noi divino”, scende dentro di noi per rafforzare il nostro “Noi umano”. Lo Spirito Santo parla il linguaggio della comunione e fa delle tante forme di comunità (dalla famiglia alla città, dalle parrocchie alle associazioni e aggregazioni sociali di vario tipo) il punto di forza su cui puntare perché nessuna persona sia lasciata sola e cada preda della logica dello scarto. In questo senso auspico che lo Spirito Santo, fuoco di vero amore, ispiri una autentica Pentecoste sociale, che renda la Chiesa capace di farsi vicina a tutti, soprattutto a chi ha perso il lavoro o rischia di perderlo, a quanti si stanno drammaticamente impoverendo ed a cui il futuro sembra improvvisamente rubato.

La seconda cosa che il Paraclito ci insegna in questa Pentecoste è che la “rinascita” non riguarda solo l’economia, il mondo del lavoro, le imprese, i negozi, le attività artigianali, commerciali e turistiche che si sforzano lentamente di riprendere il loro cammino, ma parte dall’intimo di ogni persona. Lo Spirito ci assicura, perché si ricominci nel verso giusto, nel rispetto della dignità e nella salvaguardia dei diritti delle persone, che è necessaria una profonda trasformazione interiore. Significa imparare a mettere al centro i veri valori, quelli non negoziabili, condivisi da tutti, credenti e non credenti, laici e cristiani, Chiesa e società civile. É più che mai necessario che tutti abbiamo a cuore il bene comune delle nostre città e della nostra nazione e, dotati di buona volontà, ci ispiriamo al buon senso della ragione. Veramente la Pentecoste può essere l’occasione per un grande rinnovamento etico a livello tanto personale che comunitario. Ecco perché il secondo auspicio che faccio è quello di una Pentecoste interiore, capace di innescare una profonda conversione a Dio, fonte di ogni bene, e conversione all’uomo creato a Sua immagine e somiglianza (cf Gn 1, 26). Che nel cuore di ogni persona si realizzi la Pentecoste interiore: è il cuore il luogo delle decisioni, delle scelte, degli affetti e dei desideri, è solo lì dove matura il senso di responsabilità capace di farci adottare tutti quei comportamenti rispettosi della vita e della salute, condizioni della salvezza.

Siamo certi, lo Spirito Santo, come non ci ha lasciati orfani durante la pandemia, non ci lascerà soli nel tempo delicato e faticoso della “rinascita”. Ci sostiene con i suoi sette doni consiglio, fortezza, intelletto, pietà, sapienza, scienza e timor di Dio: chiediamoli e riceviamoli con fede.

Fratelli e sorelle,

consolati dal Paraclito, impegniamoci in una autentica Pentecoste sociale e interiore che ci consegna non solo la forza a ripartire, ma a “rinascere” persone, società e Chiesa nuove!

                                                                      

+ p. Franco crs

       arcivescovo