I “braccialetti rossi” della relazione d’aiuto - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

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   Si, è proprio quella: la fiction a puntate tratta dall’omonimo romanzo di Albert Espinosa. Nel film l’amicizia in ospedale dei sei ragazzini fa emergere l’alto valore terapeutico del calore umano. I “braccialetti rossi” rimandano, in qualche modo, alla “cultura dell’incontro”, oggi tanto necessaria per un efficace relazione di aiuto verso persone in difficoltà.

Già Benedetto XVI rammentava ai volontari Caritas che: “La competenza professionale è una prima fondamentale necessità, ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità”. Dunque, esperti in “relazioni umane”. Coloro che vivono il servizio della prossimità sociale si  distinguono per il fatto che hanno competenza professionale e, soprattutto, umana. In un certo senso, le persone sofferenti devono poter sentire il calore di Dio anche tramite le mani ed i cuori aperti di chi inizia una costruttiva relazione di aiuto.   

  “Purtroppo – ha recentemente osservato Papa Francesco – nella nostra epoca non mancano poteri e forze che finiscono per produrre una cultura dello scarto. Le vittime di tale cultura sono proprio gli esseri umani più deboli e fragili, che rischiano di essere “scartati”, espulsi da un ingranaggio che dev’essere efficiente a tutti i costi”. È la crisi antropologica del momento presente, prodotta anche dai nuovi idoli sociali, che di fatto riducono l’essere umano a bene di consumo, a ciò che si può usare e poi gettare. In quest’ottica i nascituri, i più poveri ed i disabili gravi, sono alcune delle categorie “in divisa” che rischiano di essere scartati ed espulsi da un ingranaggio che deve essere efficiente a tutti i costi. Una esclusione che tocca in particolare chi è ammalato e anziano, magari con il ricorso a forme mascherate di eutanasia. La dignità della persona è in un certo senso graffiata da un malessere che ampia lo spazio della solitudine e dello sconforto. Sono gli “esiliati nascosti” della odierna cultura, presenze ingombranti e scomode che, però, possono essere la spia di controllo per una società che ha smarrito il rispetto della dignità umana.

In quest’ottica occorre sostenere la “cultura dell’incontro”, rappresentata nella citata fiction dai  “braccialetti rossi”, indispensabile per coltivare il valore della vita in tutte le sue fasi e superare così la “cultura dello scarto”. Si tratta, per quanti sono impegnati nel volontariato, di ancorare il saper fare al saper essere. Il dare deve scaturire dal darsi in ciò che si da. È lo stile di un’accoglienza che può sanare le  ferite dell’anima attraverso una “fantasia della carità” che parte da un cuore umile e “chiamato” al servizio della solidarietà ordinaria. Ma è anche il rimando ad un’alleanza per la vita tra i vari attori del territorio. Forse la vera emergenza oggi non è costituita tanto dalla necessità di venire incontro ai bisogni della gente, quanto piuttosto dall’urgenza di creare, o ricreare, ambienti idonei che profumano di umanità ed invogliano alla speranza partecipata.

 don Domenico Facciorusso, parroco e direttore Caritas diocesana