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Ascolto in silenzio le parole ferite di un padre per un figlio che ha tentato il suicidio. Percepisco tutto il dolore insieme alla paura per una vita che sembra essere tutta in salita. Ci si colpevolizza nel pensare di non averci messo abbastanza cura nei delicati anni dell'educazione adolescenziale; non si dorme la notte perché svegliati ad ogni rumore che richiama alla mente quella tragica sorpresa di quella mattina ormai indimenticabile. Ora sembra che qualche cosa sia cambiato in meglio. Ci sono dei timidi progressi in quel disturbo dell'umore che da tempo oscura il volto del figlio ed indirettamemte porta ansia in chi gli vuol bene. Ci si aggrappa con fiducia alla chimica, all'aiuto dello spicologo.

Si confida nei timidi progressi, nel vederlo più sereno, nel progettare le cose. Ma forse ciò che infonde più tranquillità nei genitori è constatare l'indiretto aiuto dei veri amici, della parrocchia; una sorta di terapia di gruppo nata in modo spontanea ed ordinaria, fatta di messaggini e desiderio di essere vicini ma alla giusta distanza. 'Non si può fare del bene -ha recentemente detto papa Francesco- senza sporcarsi le mani'. Si tratta di metterci cuore e 'gambe' (essere vicini) in ciò che si fa. Il sofferto e speranzoso racconto di quel papà ravviva anche la consapevolezza di quanto sia diffusa tra i giovani quella sofferenza mentale che sembra emergere quando oscura il desiderio del vivere arrivando anche a gesti estremi.