Viene in mente l’antico adagio popolare: non abbattersi troppo quando le cose vanno male, e non esaltarsi tanto quado le cose vanno bene. In fondo l’odierna liturgia della Parola ci fa passare attraverso questi due opposti sentimenti: la gioia e la desolazione. Cristo è accolto festante a Gerusalemme per poi vederlo anteposto a Barabba e avviato col peso della croce sul monte Calvario. D’altra parte il racconto della passione di Gesù, che la liturgia oggi ci propone accanto a quello dell’entrata festosa di Gesù in Gerusalemme, occupa un quinto dell’intero vangelo secondo Marco. È il racconto più antico contenuto nei vangeli, una lunga narrazione nella quale troviamo l’eco dei testimoni, innanzitutto di Pietro, il cui nome torna sovente, e poi degli altri discepoli. Tutti, però, al momento dell’arresto si danno alla fuga. Regna la solitudine di Cristo insieme al Suo desiderio di dare la vita per tutti. Termina il pellegrinaggio terreno in attesa dell’evento fondamentale per i cristiano: la Resurrezione. Nel momento della sofferenza arrivano gli insegnamenti più importanti, quasi la verità di tutta un’esistenza spesa per gli altri e nel nome di Dio Padre, sostenuto dalla forza dello Spirito Santo. “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” e “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”. Il perdono e l’abbandono. Due verità presenti nella vita del credente che rendono coerente la stessa esistenza. Si tratta di un “collocazione provvisoria”, per usare le parole di don Tonino Bello. “Una croce che dura da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Questa è la sosta consentita sul Golgota”.