di GIUSEPPE PIEMONTESE

        Non vi è detto più veritiero che la storia viene raccontata dai vincitori, per cui i vinti sono perdenti non solo sul campo, ma soprattutto attraverso i racconti e le descrizioni che si fanno attraverso i libri, le immagini e gli avvenimenti descritti. Così ciò che appare è ciò che i vincitori vogliono che venga raccontato, secondo la logica del più forte. Così è avvenuta l’unificazione dell’Italia risorgimentale, per cui il Risorgimento è stato raccontato dagli uomini che hanno determinato la vittoria della casa dei Savoia e quindi ciò che hanno voluto e potuto fare i vari Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini, Gioberti, i quali hanno costruito l’Unità d’Italia, senza che abbiano chiesto agli italiani del Sud di far parte dell’Italia unita. Ma ciò non ha impedito l’Unità d’Italia, anche perché tale ideale era maturato e condiviso già da molti secoli, quando la lingua italiana era diventata, al tempo di Dante, la lingua ufficiale della cultura italiana. Ma il nostro quesito o la nostra perplessità è: come si è fatta l’Unità d’Italia? In altri termini in che modo e con quali mezzi è avvenuta tale unificazione? Purtroppo, la letteratura a riguardo e la saggistica storica di fine Ottocento e primo Novecento, non ci hanno aiutato a porre in evidenza tali interrogativi o riflessioni. Dobbiamo aspettare l’inizio della seconda metà del Novecento e  precisamente gli anni Cinquanta e Sessanta, per iniziare a leggere una diversa storia  non solo dell’Unità d’Italia, ma soprattutto  del Risorgimento italiano in generale e del fenomeno del brigantaggio meridionale in particolare. Infatti, con una nuova e diversa angolazione storica, non più nordista,  ha inizio, specialmente con le opere di F. Molfese, A. Lucarelli, C. Alianello, N. Zitara, L. Del Boca, T. Pedio, P. Aprile,  il revisionismo storico del Risorgimento italiano e di come è avvenuta l’Unità d’Italia e la lotta al brigantaggio. Le loro opere hanno svelato nuove realtà e nuove verità su come è avvenuta l’unificazione dell’Italia e quale è stato il ruolo storico-politico del brigantaggio, visto non più come un fenomeno delinquenziale, ma, anche e soprattutto, come una “rivoluzione mancata” da

I Galantuomini

parte delle regioni del Sud contro lo Stato sabaudo e quindi lo Stato piemontese. Una storia, quella dell’unificazione, non solo vista da parte dei vincitori, ma anche da parte dei vinti, e in questo caso da parte degli storici meridionalisti, i quali, attraverso documenti e fonti d’archivio, hanno descritto un’altra storia dell’Unità d’Italia e una diversa storia del  fenomeno del brigantaggio, con riferimenti e riflessioni sulla situazione politico-economica dell’Italia meridionale, prima e dopo l’unificazione, gli eccidi da parte dell’esercito piemontese dei “briganti”, la nascita della “questione meridionale” e, infine, la politica adottata dal nuovo Stato verso le regioni del Sud, sempre tenute ai margini di ogni sviluppo socio-economico. Lungo questo filone revisionista della nostra storia  dopo l’Unità, si pone l’opera di Filomena Arena, con il suo libro  Società e Brigantaggio nella crisi dell’Unità in Capitanata. Documenti e immagini per un laboratorio di storia (Claudio Grenzi Editore, Foggia 2015). Un volume che, a differenza di altri, ricostruisce la storia d’Italia, non attraverso semplici narrazioni storico-letterarie, ma attraverso una ricca documentazione che per anni è stata dimenticata e quindi mai presa in esame. Una “microstoria” che ha il pregio, tuttavia, di diventare “storia” a tutti gli effetti, in quanto è storia di una parte importante dell’Italia Unita. Del resto è  giunta l’ora di smettere con la distinzione, a volte dispregiativa, di “storia locale” oppure di “storico locale”. Del resto, ogni storia nazionale o globale è il frutto di tante storie locali, che nell’insieme formano e completano quella che è la storia di una nazione o di una regione. Non si fa storia globale o nazionale se non si inizia dal particolare, e da questo partire per giungere alla storia in generale, sia essa nazionale, europea o mondiale. E a questo proposito, quanto più si valutano le storie locali, tanto più si valuta la storia nazionale. La pluralità delle storie locali crea l’unità della storia globale dell’uomo, con le sue culture, le sue civiltà, le sue diverse identità, che nascono principalmente dagli avvenimenti di cui l’uomo stesso è testimone.

      Il libro di Filomena Arena ricostruisce gli eventi storici succeduti in Capitana nel periodo post-unitario. Tuttavia, prima di analizzare tali avvenimenti, l’Autrice analizza, in generale,  la situazione del Mezzogiorno prima della spedizione dei Mille, allorquando vi era il governo borbonico di Ferdinando II, le cause del fallimento della spedizione  rivoluzionaria di Pisacane, le divisioni ideologiche fra liberali e democratici, questi ultimi tiepidi nei confronti di ogni azione rivoluzionaria. Tutto ciò dimostra lo stretto legame delle popolazioni meridionali con la monarchia borbonica, nonostante il governo antiliberale del sovrano. Nè la situazione cambia con il successore di Ferdinando II, Francesco II, il quale allo scoppio della Seconda Guerra di Indipendenza,  nel 1859, si dichiara neutrale,  accentuando così l’isolamento del Regno delle Due Sicilie, anche se all’interno del Regno si erano formati due schieramenti: i legittimisti e i liberali. Questi ultimi contrastati e avversati dai moderati e dai democratici, i quali volevano un’alleanza con lo stato sabaudo. Così in questa situazione si inquadra la Capitanata, vista alla vigilia del 1860, anno decisivo per le sorti del Mezzogiorno. Ciò che caratterizza la  situazione in Capitanata è l’atteggiamento della classe dirigente meridionale verso il nuovo regno sabaudo. Classe formata soprattutto da gruppi economicamente avanzati e da elementi, molto più numerosi e di idee conservatrici, che accettano la soluzione unitaria soprattutto per paura della rivoluzione sociale. In altri termini la cosiddetta “rivoluzione borghese” in Italia si conclude con un compromesso tra due forze sociali: da un lato i capitalisti agrari e mercantili, dall’altro i proprietari terrieri ancora collegati con le masse contadine. Questi ultimi presenti specialmente nell’Italia meridionale, dove si assiste al fallimento della distribuzione delle terre, attraverso la quotizzazione dei demani feudali e l’alienazione di gran parte dei beni ecclesiastici. Il tutto a vantaggio della grande e media borghesia terriera,

Un gruppo di briganti della banda Ciccone fra i militari che li hanno catturati.

Dopo la foto di rito saranno fucilati.

 mentre limitata rimane ancora la proprietà contadina. Inoltre le regioni meridionali, sul piano culturale, presentavano ancora un alto tasso di analfabeti, quasi il 90%, nei confronti del 78 % a livello nazionale.  Una delle considerazioni che fa l’Autrice del libro è che il Risorgimento italiano fu l’espressione non tanto del popolo e quindi di un movimento di massa, quanto fu l’espressione di una èlite. In altre parole l’Unità d’Italia sorge all’insegna del liberalismo borghese e del moderatismo in particolare, su una rivoluzione politica e non sociale. Purtroppo con l’Unità d’Italia e, quindi, con il nuovo Stato, incomincia a nascere e a svilupparsi la “questione meridionale”. Essa si manifesta, non tanto sul piano economico, come differenziazione fra le regioni settentrionali, avviate verso un processo di industrializzazione e quindi di sviluppo economico, quanto sul piano sociale, in quanto la mancata distribuzione delle terre demaniali ai contadini e la liquidazione dei beni ecclesiastici, vanno ad ingrossare solo il patrimonio fondiario della nuova borghesia terriera, che si rafforza a spese delle grandi masse contadine. E ciò provocherà in tutto il Mezzogiorno le prime rivolte contadine contro uno Stato accentratore, asservito agli interessi della nuova feudalità. Così, inizia  quel processo economico-politico delle due Italia, il Nord con un progressivo sviluppo capitalistico, il Sud con un progressivo depauperamento delle risorse territoriali, ma soprattutto privo  di una vera e propria classe politico-dirigenziale locale. In altre parole un Mezzogiorno ancora ancorato alla feudalità terriera e al latifondismo. Così in questo clima di evidente sperequazione economico-sociale, fra il Nord e il Sud, nasce il malcontento nelle campagne meridionali, che viene sfruttato sia dal clero, sia dai reazionari e dai legittimisti, fino a dar vita al fenomeno del brigantaggio, che sicuramente costituisce la reazione più esplosiva. Cosi si giunge alla convinzione che l’Unità d’Italia, realizzata dai piemontesi, non è stata una liberazione, bensì

Carmine Crocco.

 una conquista  regia. In questo clima di totale sfiducia nel nuovo Regno, dopo il plebiscito dell’11 e 12 marzo del 1860,  si ha la fine del vecchio regime borbonico, visto in Capitanata con una certa perplessità. Infatti, in diversi centri della Capitanata, come per  esempio a Monte Sant’Angelo,  Mattinata, Peschici, Vico, San Marco in Lamis, Apricena, nascono veri e propri moti antiunità a favore del ritorno dei Borboni. Scrive F. Arena: “A provocare le reazioni non sono soltanto la nostalgia per i Borboni e l’azione sobillatrice del clero, ma soprattutto l’insofferenza del ceto rurale verso i proprietari terrieri, impadronitisi da tempo del potere e che aumenta a dismisura quando i contadini prendono coscienza del fatto che i nuovi  liberatori  li escludono ed emarginano. Il nuovo governo non tiene conto delle richieste della classe contadina ed invece di  venire incontro alle loro giuste esigenze risponde con una violenta repressione”.

       In questo clima di  disagio e di lotte contro lo stato sabaudo e contro la miseria e la povertà dei contadini e dei braccanti, nasce il fenomeno del brigantaggio, che diventa in breve tempo, afferma F. Arena, “un vasto movimento di rivolta sociale, un grande movimento armato di massa, che rappresenta uno degli aspetti della crisi politica, economica, sociale in cui si viene a trovarsi lo Stato italiano subito dopo la sua costituzione”.  Fra i capi briganti della Capitanata dobbiamo ricordare Carmine Crocco, nato nel 1830, il quale  opera principalmente nel nord dell’Ofanto, in provincia di Potenza,  e Giuseppe Caruso, nato ad Atella circondario di Melfi,  mentre sul Gargano opera  Luigi Palumbo, detto “il Principe”, il quale si rifugia in luoghi inaccessibili, come la Foresta Umbra. F. Arena nella sua opera si sofferma principalmente su alcune  figure di briganti come  Carmine Donatelli Crocco e  Giuseppe Caruso. Carmine Crocco, soprannominato “Donatelli”, è il brigante che, a capo della sua banda, terrorizza la Basilicata e la Puglia; è l’assassino crudele che commette i più atroci delitti, le azioni più turpi, in nome della libertà.  Nato da un padre contadino, per vendicare la sorella Rosina, sedotta da Don Peppino, un galantuomo del tempo, diventa brigante, dopo aver  ucciso con un colpo di pugnale il seduttore di Rosina, che era stata sfregiata in viso con una rasoiata. Cosi Carmine Crocco viene condannato in contumacia a 19 anni di prigione. Dopo pochi anni, nel 1859 evade dal carcere e si dà alla latitanza nel Vulture,  Nel 1872, dopo essere stato arrestato nel 1864, davanti alla Corte di Assisi di Potenza, racconta la sua storia di brigante e la complicità di alcune persone che facevano parte della contro-rivoluzione borbonica. Dopo essere stato condannato a morte e successivamente la sentenza commutata in quella  dei lavori forzati a vita, Carmine Crocco muore  nel 1905. 

 Altrettanto violento fu Giuseppe Caruso, il quale vivendo in un ambiente contadino, ben presto si dimostra insofferente ad ogni imposizione, tanto da manifestare il suo malcontento contro un distaccamento del battaglione Lucano. Nella confusione un colpo di fucile uccide un ricco signore  di San Fede, di nome Don Priore.  Benchè  si dicesse innocente, Giuseppe Caruso fugge e si nasconde nei boschi, diventando così brigante agli ordini di Crocco, partecipando a numerose e sanguinose vicende. Dopo alcuni anni, stanco di condurre una vita contraria alla sua indole tranquilla e pacifica decide di costituirsi. Tuttavia, dopo che Crocco aveva deciso di avvelenarlo, Giuseppe Caruso diventa confidente del Generale Pallavicino.  Tuttavia Caruso, dopo alterne vicende, non riuscendo a catturare Crocco, decide, grazie ai suoi servigi, di diventare una guardia forestale nella zona di Monticchio.  Invece la storia di Giuseppe Palumbo, detto il Principe, è diversa e per diversi aspetti molto più avventurosa. Questi ebbe come sua sede privilegiata la Foresta Umbra e da qui taglieggiava la maggior parte dei cosiddetti “galantuomini”, specie quelli di Monte Sant’Angelo. Del resto anche il Gargano conobbe il fenomeno del brigantaggio. Esso, soprattutto con molti suoi luoghi inaccessibili, ideali rifugi briganteschi, con caverne, boschi e mancanza di strade rotabili, era il territorio operativo e di dimora dei briganti, che dalle montagne scendevano in pianura per fruttuose razzie.  Qui il brigantaggio

Cartolina militare del 62 Rgt. di Fanteria a memoria del
combattimento del 4 giugno 1861 in San Marco in Lamis

nasceva come conseguenza delle misere condizioni dei contadini, costretti a lasciare le proprie case per sfuggire ai torti perpetrati dalla classe padronale degli agrari, dai cosiddetti “galantuomini” che sfruttavano la povera gente, delusa sul piano sociale ed economico oltre che politico. Cosi un bel giorno Luigi Palumbo decise di entrare in città con  i suoi uomini, una banda numerosa di briganti, così come alcuni mesi prima aveva fatto a Vieste e a Vico del Gargano. Però il tentativo fallì, in quanto una compagnia di fanteria lo respinse e lo costrinse a rifugiarsi nei boschi. Intanto, la parte settentrionale del Gargano tra Vico, San Menaio, Ischitella e Peschici, era controllata da Pietro Iacovangelo, detto il Pezzente, e da Patetta,  che aveva continui contatti con i briganti di Palumbo e scorreva fra le campagne di Peschici e della Foresta Umbra. La presenza di tutte queste bande non faceva dormire tranquilli i cosiddetti “galantuomini” del Gargano. Le amministrazioni, che erano rappresentate  generalmente da questi “galantuomini”, non facevano altro che chiedere l’intervento della forza pubblica, denunciando nello stesso tempo la pericolosità delle bande e la loro ferocia. Anzi, si chiedevano leggi eccezionali per far fronte al fenomeno del brigantaggio, che, a differenza delle altre regioni, dove le bande brigantesche erano diminuite, sul Gargano era in continuo aumento. Ciò determinò la sostituzione del prefetto di Foggia Del Giudice e la nomina di Giuseppe De Ferrari, il quale adottò misure più severe contro il brigantaggio, dopo che il Ministero degli interni autorizzò il generale La Marmora a servirsi di provvedimenti severissimi per le province meridionali. Così, alla fine del mese di Agosto del 1862, si diedero precise disposizioni alle prefetture per la dichiarazione dello stato d’assedio. Ciò era rivolto specialmente al fenomeno del brigantaggio sul Gargano, dove il prefetto De Ferrari emise ordini di restrizione  a chiunque si facesse trovare fuori città dalle otto pomeridiane fino alle quattro di mattina. Inoltre, si cercò di  eliminare qualsiasi forma di fraternizzazione fra i rivoltosi contadini e la Guardia Nazionale, oltre che fra la popolazione e i briganti, al fine di isolarli e di togliere loro qualsiasi possibilità di sopravvivenza. Fu così che, nel giro di tre o quattro mesi, fra il 1862 e l’inizio del 1863,  i vari capi briganti del Gargano caddero nella mani dello  Stato. Il primo fu il capo banda Del Sembro, il quale fu catturato nei boschi di San Marco in Lamis. Nella prima decade di settembre 1862 fu ucciso Pietro Iacovangelo, detto il Pezzente, e fatti prigionieri i suoi uomini.  Anche Giuseppe Patetta, incalzato dalle forze militari, fu costretto ad arrendersi. Intanto a Vieste, a Monte Sant’Angelo, a San Giovanni Rotondo ed in altri paesi, molti latitanti, incalzati, braccati ed inseguiti dalle forze dell’ordine, per paura di essere presi e fucilati  sul posto senza processo, si consegnavano spontaneamente. Verso la fine dell’anno, si avvicinava la resa dei briganti più facinorosi. Si cercavano in tutto il Gargano aiuti e rinforzi militari per assestare colpi decisivi alle bande. Nel giorno 6 settembre arrivava un distaccamento del ventiduesimo bersagliere con molte guardie nazionali da Monte Sant’Angelo. Ci si adoperava con ogni mezzo per porre fine ai continui attacchi dei briganti. E  per ottenere buoni risultati si ricorreva persino ad “arresti di donne, parenti di briganti, e si intimava loro che, se da quelli si fosse fatto il minimo male per le campagne, per ogni volta una di esse, presa a sorte, sarebbe stato fucilato”. Intanto, dietro tali minacce, si costituivano alle autorità civili e governative il brigante Angelo Gravina con tutti i figli, Nicandro Polignone ed altri. Rimaneva ancora latitante il capobrigante Angelo Raffaele Villani, detto  Recchiomuzzo, il quale organizzava delle sortite contro i galantuomini e li depredava. Tradito,  morì combattendo contro le forze dell’ordine. Rimanevano ancora Michele Caruso e Luigi Palumbo, detto il  Principe. Caruso fu preso il 10 dicembre 1863 e fucilato il giorno successivo, mentre Luigi Palumbo e suo fratello Pasquale vennero catturati il 20 gennaio 1864 presso la masseria di Matteo Azzarone, nel bosco Quarto. Luigi Palumbo morì dieci giorno dopo, il 1 Febbraio1864.

Gaetano Tranchella, al centro della scena macabra, morto tra i compagni.

 Con la cattura dei capi briganti e con la loro uccisione, il brigantaggio sul Gargano può ritenersi sconfitto. Ma rimaneva ancora una domanda. Che cosa fu il brigantaggio nell’Italia meridionale? Un fenomeno di pura delinquenza oppure un movimento insurrezionale a fini sociali e politici? Ormai gli storici si stanno orientando per questa seconda considerazione. D’altra parte, se andiamo a leggere gli Atti parlamentari riguardanti il fenomeno del brigantaggio meridionale, tale motivazione emerge dalle relazioni di inchieste delle varie commissioni che si sono succedute specialmente durante gli anni 1863-65, in cui si legge espressamente che “il brigantaggio, così come si manifesta nell’Italia meridionale, è vera e propria rivolta dei ceti subalterni contro la borghesia terriera che, tenacemente conservatrice anche quando si autodefinisce liberale e democratica, ha accettato l’annessione al Piemonte solo perché convinta che il nuovo regime avrebbe lasciato immutate le strutture economico-sociali del Paese ed assicurato agli arbitrari possessori delle terre demaniali usurpate. In una società caratterizzata dalla corruzione e dalla prepotenza dei galantuomini, la miseria ha spinto i contadini alla rivolta e l’odio contro il ricco, il rancore per torti subiti e i sistemi di repressione portano il ribelle alla violenza e alla vendetta. Le feroci rappresaglie ordinate dal Cialdini hanno provocato una situazione insostenibile nella quale il brigante appare vittima e le forze regie gli oppressori”. Tali considerazioni erano esposte dal deputato Antonio Mosca nella sua relazione consegnata il 15 dicembre del 1862 alla Presidenza della Camera. I rimedi contro il fenomeno del brigantaggio erano una equa distribuzione delle terre usurpate a tutti coloro che ne avevano diritto, una giusta quotizzazione di tutti i demani comunali che dovevano essere divisi tra i contadini e non solo tra i galantuomini e un piano di investimento socio-economico per il Mezzogiorno d’Italia. Proposte che non vennero assolutamente tenute presenti dal Parlamento.  Del resto, come sappiamo, i deputati meridionali, fautori ed oppositori del Governo, erano essi stessi usurpatori di terre demaniali. Tali considerazioni vennero riprese successivamente  nella relazione conclusiva della Commissione istituita nell’anno 1863, in cui  vi si affermava che “nell’Italia meridionale vi sono due classi di persone, quasi due caste, i proprietari, i galantuomini ed i proletari, i cafoni. Vi manca generalmente il medio ceto e tra le due classi vi è una specie di guerra, di astio di colui che ha niente e che si considera vittima ed oppresso, contro quello che ha. Naturale, quindi, l’attrazione che hanno i cafoni verso i briganti; il brigante non fa male alcuno al cafone… si rivolge sempre contro il signore. Di conseguenza i cafoni sono sempre con il brigante perché in lui veggono il vindice dei torti che la società loro affligge”.  A determinare la sconfitta del brigantaggio intervenne poi “la legge Pica”, che, attraverso metodi autoritari e antiliberali, inflisse il colpo decisivo al brigantaggio, per cui da allora tale fenomeno scompare, producendo però nel Paese  quella sfiducia nelle istituzioni rappresentative e nelle garanzie costituzionali, destinata a segnare per decenni la vita pubblica italiana e la divisione istituzionale fra nord e sud, il primo che si riconosceva nel nuovo ordine imposto dal governo piemontese  e il secondo quasi estraneo e subordinato alla politica nazionale, privo di qualsiasi identità politica, sociale e culturale. Da questo momento, avremo la visione di due Italie, due realtà distinte e separate sul piano sociale, politico ed economico, che determinerà per decenni la cosiddetta “questione meridionale”, che ancora oggi si trascina attraverso speciali interventi a favore del Mezzogiorno.

                                                                    GIUSEPPE PIEMONTESE

                                                          Società di Storia Patria per la Puglia