LA TERRITORIALIZZAZIONE DEL SACRO di GIUSEPPE PIEMONTESE

Coppo di  Marcovaldo (attr.),  S. Michele e Storie, Firenze,

Museo degli Uffizi (già Vico l’Abate, S. Michele).

La nascita del culto micaelico, attraverso il pellegrinaggio, crea le premesse per una processo di territorializzazione del sacro. Un processo che vede il territorio trasformarsi attraverso la nascita di insediamenti urbani lungo le direttrici delle vie di camminamento o “vie sacre”. Così oggi possiamo affermare che le numerose chiese rupestri,  ipogei, chiese rurali, monasteri, insediamenti urbani, detti vici,  sorsero sul Gargano già dal VI secolo d. C., specie lungo la dorsale adriatica  e lungo la piana del Tavoliere, tanto da creare le premesse per un aumento della popolazione e un aumento degli insediamenti urbani. Per quanto riguarda il processo di territorializzazione del sacro dobbiamo affermare che ogni territorio si articola attraverso fenomeni fisici e interventi antropici, in un processo evolutivo che è determinato da continui cambiamenti. Infatti dal territorio ci si passa al paesaggio che è ciò che la natura e l’uomo determinano attraverso forze intrinseche ed estrinseche, tanto che il paesaggio è il risultato di ciò che l’uomo ha prodotto attraverso la sua azione antropica. A tale proposito vi sono paesaggi ambientali e paesaggi urbani. I primi sottintendono ad un costrutto evolutivo fra naturalità e territorialità, mentre il paesaggio urbano è il risultato di diversi processi antropici.

In questo breve articolo  vogliamo porre la nostra attenzione sul rapporto fra paesaggio e sacralità, cioè come gli avvenimenti religiosi hanno determinato l’evolversi del paesaggio, tanto da incidere positivamente sul processo di antropizzazione e di urbanizzazione del luogo, tanto da diventare esso stesso non solo luogo di culto ma luogo di cultura e di civiltà. Tale caratterizzazione e specificità le si possono riscontrare in molti luoghi sacri, come quello del Gargano,  tanto da determinare, attraverso la sacralizzazione del territorio, un processo antropico di rilevanza storico-culturale. Uno di questi luoghi è senz’altro la Grotta di San Michele sul Gargano, dove l’invisibile è diventato visibile attraverso il culto e dove il mito ha determinato quel processo di sacralità territoriale, dando così origine al flusso di religiosità popolare che si è incarnato poi nel fenomeno del pellegrinaggio. Luogo sacro vissuto come manifestazione del divino che si è incarnato in un paesaggio naturale (la grotta) destinato a diventare luogo di culto e di civiltà.

Nel caso specifico del culto micaelico, diffuso non solo sul Gargano ma in tutta Europa, è stato l’elemento ierofanico a determinare il paesaggio sacro. Ierofania, che significa manifestazione del sacro al di fuori di ogni evento oggettivo. Infatti, l’evento ierofanico è quello legato alle apparizioni del sacro, cioè alla natura del sacro come rivelazione divina. Quindi nessun aspetto antropico, ma il tutto rapportato ad un evento sacro dell’invisibile. Generalmente tale caratterizzazione, di luoghi generalmente legati alle Apparitiones,  si manifesta in luoghi impervi  legati ad un paesaggio montano, come quello garganico, lo stesso che determinerà in seguito l’intero assetto territoriale legato al luogo di culto e quindi al tessuto urbano, la città di  Monte Sant’Angelo, che si viene a costituire e a sviluppare. Quindi c’è senz’altro un rapporto stretto fra sacralità del luogo e paesaggio che si viene a costituire o a costruire. In altre parole la dimensione “paesaggistica” del sacro è un elemento fondamentale per molti territori e per molte città, vidi Monte Sant’ Saint-Michele o la Saccra di San Michele in Val di Susa a Toiriuno, tanto da determinare in seguito lo stesso sviluppo storico-culturale del loro territorio, in riferimento alla religiosità del luogo.

Generalmente la territorializzazione del sacro si manifesta attraverso strutture territoriali legate alla religiosità popolare. Essa si enuclea attraverso una miriade di insediamenti, che vanno dalle chiese rurali ai complessi ipogeici, agli eremi, agli stessi monasteri, hospitium o xenodochi, ostelli, priorati, badie, centri urbani o vici,  che sorgono generalmente lungo i percorsi dei pellegrini, tanto da determinare una vera e propria rete di camminamenti, che volgarmente vengono dette “vie sacre”, propria per la presenza di insediamenti religiosi, legati generalmente ad un santuario o ad una chiesa madre. Essi, così come il monastero,  diventano elementi di territorializzazione dello spazio naturale, favorendo così l’antropizzazione, tanto da formare un paesaggio legato alla sacralità del luogo, alle “ierofanie”, alla “pietas”, tanto da creare le premesse per una “terra santa”, che sancisce la sacralità non solo del luogo ma dell’evento considerato “tremendum” e “fascinans”, “tale da suscitare un’impronta che la mentalità collettiva intende portare con sè come retaggio costitutivo dell’identità di una comunità”. Nel Medioevo “la chiesa (o il santuario) assume la funzione di baricentro territoriale, rappresentando simbolicamente la convalida divina di quella occupazione umana, poi difesa e protetta sul piano terreno dal castrum, il castello, simbolo del potere secolare, mondano”. In ogni città medievale il perno simbolico, l’elemento centrale, emergente, è l’edificio sacro, la cattedrale, punto focale di un organismo concepito unitariamente in funzione divina. Infatti Dio è lo specchio dell’uomo e l’uomo è l’imago di Dio. Solo quando si svilupperà il mercantilismo di età comunale, accanto alla cattedrale, si avranno il palazzo comunale che prenderà il posto del castello e gli edifici delle famiglie dominanti, che rappresentano a loro modo una forma di laicizzazione del paesaggio-teatro, un primo affrancamento dai vincoli religiosi.

La territorialità del sacro avviene attraverso  due elementi: la santità e la sacralità. Con la santità il luogo viene riconosciuto come “singolarizzato” grazie all’intervento della divinità, tanto da diventare praticamente una “reliquia”, come è stato nel caso dell’Apparitio micaelica, a causa dell’impronta del piede di San Michele, che ha determinato il contatto tra la divinità e il luogo e nello stesso tempo ha portato alla sacralizzazione dello spazio e quindi del territorio in cui nasce il culto e da cui poi esso si sviluppa attraverso la fondazione di chiese e monasteri, nonchè attraverso il fenomeno del pellegrinaggio, che determina in maniera ampia e organica la sacralizzazione del percorso che porta i pellegrini verso il santuario. Mentre la sacralità determina invece il riconoscimento del luogo in virtù dell’evento “numinoso” della ierofania. Questi due elementi fanno sorgere il tempio sacro, nel caso del cristianesimo, il santuario come luogo di custodia delle reliquie e di pratiche rituali. Attraverso tale processo, “il sacro viene non soltanto “localizzato, ma più propriamente “territorializzato”, tanto che la stessa istituzione religiosa si radicalizza nella stessa organizzazione dei “luoghi”, dando origine così ad una vera e propria struttura territoriale in funzione del sacro”.

                                                          GIUSEPPE PIEMONTESE
                                                            Società di Storia Patria per la Puglia

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