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         Il giorno 8 Novembre 2018, alle ore 9,30, presso la Biblioteca Comunale “C. Angelillis” di Monte Sant’Angelo, sarà ricordata la figura del nostro concittadino Cristanziano Serricchio, a cui sarà dedicata una Giornata di Studi avendo come tema: “Sul filo degli anni; Omaggio a Cristanziano Serricchio,” con la partecipazione del poeta-scrittore drammaturgo Davide Rondoni. Tra i relatori: Nunziata Quitadamo, Michele Vigilante, Padre M. Villani, Michele d’Arienzo, Rossella Palmieri, Paolo Cascavilla, Matteo Coco, Raffaella La Torre, Vittorio Marchesiello, Matteo Pazienza, Marco Trotta. Da parte nostra vogliamo illustrare la sua figura da un punto di vista storico, come poeta e come narratore.

Serricchio Storico

In Cristanziano Serricchio (Monte Sant’Angelo 1922 - Manfredonia 2012) la storia si fa poesia, e viceversa, la poesia nasce dalla storia, che è vita di popoli, di generazioni che hanno vissuto lungo l’arco del tempo, che si è fatto cultura e civiltà. Poesia che nasce dal profondo del proprio cuore, legato dal sentimento del tempo trascorso lungo quel filo invisibile della memoria, che è legame e fibra della terra, dove si è nati e dove gli affetti più cari diventano ricordi dell’anima e della memoria. In Serricchio storia e poesia rispecchiano il sentimento del tempo e dello spazio, emblemi della sua cultura e del suo essere in assonanza con la sua terra, il Gargano. Terra di misteri e di leggende, di miti diventati archetipi di cultura e civiltà, che rispecchiano il lungo percorso dell’uomo verso la civilizzazione. E tutto ciò lo troviamo nella pubblicazione intitolata Siponto-Manfredonia, Edizioni il Rosone, Foggia 2004,  dove assistiamo ad un lungo percorso di immagini storiografiche ormai diventate a noi familiari, in quanto fanno parte della nostra cultura, di quella identità etnica che caratterizza e rende unica la storia garganica, con i suoi insediamenti preistorici di Grotta Scaloria e Occhiopinto, espressione della civiltà paleolitica  del Gargano, gli insediamenti paleocristiani di Siponto, legati alle origini del Cristianesimo in terra dauna, con gli ipogei di Capparelli e di Ognissanti, la Siponto romana e barbarica, legata al culto micaelico e alla grande stagione delle cattedrali romaniche pugliesi, espressioni della civiltà medievale; e ancora, la figura di Federico II, la cui presenza caratterizza la storia della Capitanata all’inizio del Duecento. Figura emblematica della civiltà

medievale, espressione della laicità dello stato moderno che si erge a simbolo della lotta fra Papato e Impero. Il Serricchio ne traccia in maniera magistrale la poliedrica figura dell’Imperatore svevo, attraverso i suoi rapporti con l’arte dauna, fra cui la chiesa di San Leonardo di Siponto e la sua grande passione per la caccia, analizzando, in maniera scientifica, la sua opera il  De Arte venandi cum avibus. In Serricchio Federico II è il simbolo di due civiltà, quella occidentale e quella orientale, in quanto egli ha saputo creare intorno a se un clima di tolleranza e di rispetto reciproco di tutte le fedi e le culturale medievali. Ma gli interessi storiografici del Serricchio si ampliano verso la storia moderna, la stessa che ripercorre la nascita dell’Unità d’Italia, a cui hanno partecipato e dato il loro contributo uomini e fatti della Capitanata, dai Carbonari del Gargano ai liberali dauni, fino ai moti del 1820-21, di cui il Serricchio ci dà un esauriente profilo ideologico  attraverso la figura di G. T. Giordani, il “caldissimo” difensore della libertà dauna. In questo modo C. Serricchio ci mostra un mondo quanto mai ampio ed esauriente della cultura e della civiltà garganica, espressione della sua vasta cultura storiografica, da cui il suo animo attinge ispirazione per i suoi versi di poeta. Del resto in Serricchio non vi è distinzione fra  lo storico e il poeta, in quanto le due dimensioni sono espressioni di un animo che tende a racchiudere in se la dualità dello storico e del poeta, della ragione e del sentimento, della razionalità e dell’irrazionalità, legata quest’ultima a quel mondo mitico e fantastico da cui è nata la civiltà e quindi la storia dell’uomo.

        Serricchio Poeta

Cristanziano Serricchio è conosciuto principalmente come il poeta delle Stele Daunie (1978), anche se è stato un autore prolifico, la cui prima opera risale al 1950 e si intitolata  Nubilo et Sereno, per poi proseguire con altri volumi fra cui L’ora del tempo (1956), L’occhio di Noè (1961), L’estate degli ulivi (1973), Stele Daunie e altre poesie (1978), Arco Boccolicchio (1982), Topografia dei giorni (1988), Questi ragazzi (1991), Poesie (1992), Orifiamma (1993), Lu curle - poesie in dialetto - (1996),

Polena (1994), Riverberi di fine millennio (1997), Il tempo di dirti (1998), Le orme (2001), Villa Delia (2002), Una terra una vita (2007), La prigione del sole (2009). Il tutto oggi racchiuso in un grande libro pubblicato da Sentieri Meridiani e intitolato C. Serricchio, L’opera poetica (Foggia 2009). Nelle sue opere poetiche l’Autore ha profuso tutta la sua passione per la terra daunia, culla di civiltà e di cultura. Una civiltà che affonda le sue radici nel pensiero meridiano, di cui la culla è il mare Mediterraneo, con i suoi approdi e le sue partenze, di cui la Puglia è terra di confine ma anche terra di passaggio fra il mondo orientale e il mondo occidentale. Serricchio ne percepisce la dimensione poetica, attraverso la descrizione dei suoi paesaggi, protesi verso il mare ma ben saldi nella terra ferma, dove  le testimonianze dell’arte  e della cultura ne fanno percepire il legame con il passato, quello stesso che spesso il poeta rievoca con note e versi struggenti di malinconia e di  rimpianto. Paesaggi dell’anima e del cuore, più che del sentimento, dove ritrovi tutta la sensibilità dell’uomo che si sente fragile di fronte alla morte e al tempo che fugge. Ricordi di un tempo in cui il profumo del mare e la soavità dei paesaggi erano nitidi e incontaminati, senza quell’ombra che oggi offusca gli orizzonti della vita in un mare di inquinamento e di degrado ambientale. Il poeta ne avverte la precarietà dell’esistente, quasi a indicarci la via di un nuovo umanesimo che abbia al centro di ogni azione dell’uomo soprattutto il rispetto e la salvaguardia dell’ambiente, da cui nasce la vita e da cui bisogna ripartire per una nuova società. Invece per quanto riguarda la poesia dialettale, Cristanziano Serricchio si inserisce nella tradizione garganica, con quella suggestione dei ricordi legati al proprio paese nativo, Monte Sant’Angelo, con il rimpianto del tempo trascorso e ormai perduto, con la descrizione paesaggistica e gli scorci del proprio paese, con la religiosità popolare che è alla radice dell’esistenza, con gli aspetti contadini e marinari del Gargano, che fanno intravedere la vita di un tempo e infine con gli affetti familiari, sempre presenti in Serricchio, così come nell’ultima sua opera per la dipartita della moglie Delia, a cui ha dedicato un vero e proprio canzoniere. Aspetti che ritroviamo principalmente nella sua opera Lu Curle, in cui ci consente di ricercare le sue e le nostre radici, in quello oggetto simbolo di Monte S. Angelo, che è Lu Curle, verso cui siamo attratti, specie noi più anziani, da un ricordo forte e quasi morboso, che ci lega alla nostra terra, che per noi è madre e matrigna allo stesso tempo, per quella continua ricerca di lavoro che spesso manca e di cui abbiamo tanto bisogno. La poesia del Serricchio acquista in questa sua opera dialettale, una particolarità quasi cosmica, in quanto riesce quasi a rendere di comune acquisizione il suo mondo esistenziale, rapportandolo ad una universalità culturale e umana. E ciò lo si vede specialmente nelle descrizioni di immagini quotidiane e di oggetti particolari, come La mamangele, Li chiapparine, Lu curle,  L’aulive.

Serricchio Narratore

Cristanziano Serricchio ha pubblicato diverse opere narrative, fra cui Le radici dell’arcobaleno (1984), Il castello sul Gargano (1990), La montagna bianca (1994), L’Islam e la Croce, (Marsilio, 2002), Pizzengùnghele (2005), Sepina degli sciali (2010). Di  esse vogliamo soffermare la nostra attenzione principalmente sul romanzo L’Islam e la Croce, che ci pone di fronte ad una realtà quanto mai complessa e problematica, in quanto mette in evidenza le radici stesse di due civiltà, quella occidentale, basata sul cristianesimo e quella orientale, basta sull’islamismo. Civiltà che fin dalla loro origine hanno basato i loro rapporti più che sulle assonanze religiose e spirituali, sulle differenziazioni che spesso hanno dato origine a veri e propri conflitti, non solo di ordine culturale e religioso, quanto politico-militare. Del resto la storiografia occidentale ha marcato, nei suoi studi e nelle sue analisi, più le differenziazioni che le connessioni, creando così un immaginario collettivo basato sulla conflittualità delle due civiltà in maniera tale da chiudere ogni spiraglio al dialogo e all’incontro delle due civiltà. Né a tale logica sono sfuggiti i vari romanzi che sono stati pubblicati su questo tema, per cui ci si ricordano più i saccheggi e le stragi perpetrate dai Turchi, che non la convivenza pacifica e gli scambi culturali avvenuti in varie città pugliesi. E mi riferisco, nel primo caso, ai saccheggi avvenuti a Otranto nel 1480, a Vieste nel 1554 e non ultimo in Manfredonia nel 1620. Di quest’ultimo saccheggio parla il nostro scrittore e poeta Cristanziano Serricchio, nel libro  L’Islam e la Croce, in cui, con dovizia documentaria e precisione linguistica, oltre che competenza specifica sulla società dell’epoca,

racconta, in maniera chiara e a volte avvincente, la storia di una ragazza, Giacometta Beccarini, che, fatta prigioniera nell’assalto dei Turchi a Manfredonia nel 1620, viene trasferita a Istanbul, per diventare la favorita del sultano Ibraim. Dalla loro relazione nasce un figlio, Osman, che diventa il simbolo dell’unione di due popoli e di due civiltà: l’Oriente magico e favoloso e l’Occidente pragmatico e fatalistico di conquiste e di supremazia fideistica. L’Autore tende ad allargare il discorso, da un evento localistico, quale è il rapimento di una giovane fanciulla sipontina, ad un discorso di rapporti culturali fra la civiltà orientale e quella occidentale. Rapporti che tuttavia hanno avuto nel tempo e nell’arco dei secoli momenti di felice convivenza e di fruttuosi scambi commerciali e culturali. Basti citare a mò di esempio l’esistenza dell’emirato di Bari nel IX secolo, in cui l’emiro Sawdan, descritto dai cronisti cristiani come un uomo violento e selvaggio, in realtà era amante della cultura e tollerante delle confessioni dei cristiani e dei musulmani, oltre che degli ebrei. Anzi si circondò di dotti ebrei e cristiani e soleva dare consigli ai principi cristiani. Ciò fu possibile in quanto in Puglia vi era convivenza pacifica e tolleranza fra musulmani e cristiani e spesso quest’ultimi si convertivano spontaneamente all’Islam. Altrettanta pacifica è stata la convivenza fra cristiani e saraceni a Lucera, dove Federico II aveva creato una vera e propria comunità multietnica, con la presenza di cristiani e musulmani, i quali si erano ben integrati nella società occidentale, in un clima di serena libertà religiosa.  L’intento dell’Autore è quello del superamento della logica fideistica basata sulla competizione e sull’odio, che producono solo violenza e strage di innocenti. Osman rappresenta così un simbolo di pace e di incontro delle due civiltà, nel nome della convivenza pacifica. Afferma l’autore: “L’odio, la vendetta, la guerra eterna tra due fedi hanno bisogno di tempo perché gli uomini prendano consapevolezza della loro assurdità”. E questo tempo dovrebbe essere ormai giunto al termine, vista anche l’assurdità di ciò che sta succedendo, oggi, in Medio Oriente, dove due popoli e due civiltà si autodistruggono in nome di antichi rancori religiosi, politici e culturali. Il libro quindi è di grande attualità, in quanto denuncia il superamento della logica delle divisioni, in  nome del dialogo e della convivenza pacifica dei popoli e delle loro religioni.

                                                               GIUSEPPE PIEMONTESE
                                                      Società di Storia Patria per la Puglia