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          L’abbandono di aree dismesse, legate al processo industriale, sorto nella prima metà del Novecento, ha inizio negli anni Ottanta, nel momento in cui comincia la delocalizzazione delle industrie e di molti altri servizi sorti fino ad allora in prossimità se non all’interno dei centri urbani, creando così enormi “vuoti”, sorti generalmente alle periferie delle città. Infatti, proprio in questi “vuoti”, si manifestano vari problemi sociali e culturali, fra cui la delinquenza minorile, il disagio sociale, l’emarginazione, la mancanza di infrastrutture, oltre alla mancanza di riferimenti identitari, tanto da portare la gente verso un completo sradicamento ed estraneamento sociale e culturale.

 Periferia di Foggia  sud.

Oggi, a proposito di periferie urbane, fra le tante proposte di riqualificazione urbana,  si parla, ad opera di Renzo Piano, di “rammendo”, riferito principalmente alla rigenerazione urbana sostenibile delle periferie. Egli è convinto che: “La missione dell’architettura in questo secolo è salvare le periferie. Se non ci riusciamo sarà un disastro, non solo urbanistico, ma anche sociale”. Egli afferma testualmente che “la bellezza naturale del nostro Paese non è merito  nostro. Ciò che può essere merito nostro è migliorare le periferie, che sono la parte fragile della città e che possono diventare belle. A tale fine lo scopo di ogni architetto è  lavorare non solo per la riqualificazione fisica dello spazio ma per sviluppare un ecosistema aperto al contributo del territorio e della comunità locale, con un approccio estremamente multidisciplinare”.

 Periferia di Bari sud.

Il significato di “rammentare le periferie” sta nel parlare innanzitutto di un vero e proprio processo di “riqualificazione” delle periferie, al fine di rigenerarle e dare loro una nuova vitalità e una nuova funzione rispetto alla città consolidata e alla città storica, per cui “si fa riferimento ai processi di crescita della città per implosione e non per esplosione, così come al rammendo del costruito, al coinvolgimento necessario degli abitanti attraverso processi partecipativi, alla trasformazione delle aree dismesse, all’autocostruzione, ovvero alla promozione di cantieri leggeri e forme cooperative per il rammendo delle periferie. Elementi centrali rimangono lidentità delle periferie, nella diversità di ciascun luogo così come i luoghi e gli edifici iconici della vita urbana, troppo spesso posizionati nel centro delle città, il verde urbano, ad uso agricolo o meno, la capacità di  intercettare e “sfruttare” i finanziamenti europei così come il rapporto con la microimpresa, i finanziamenti pubblici diffusi e il regime fiscale dei processi di rammendo”.

È tutto un processo innovativo rispetto al passato, allorquando l’urbanizzazione era regolata da una forte crescita urbana senza significati e senza connessione con le esigenze degli abitanti. Oggi invece si tenta di creare le premesse per una crescita basata sui valori delle persone e quindi sulle loro esigenze. Per cui ogni intervento ha bisogno della partecipazione degli abitanti, i quali devono essere consultati e tenuti in debito conto. In  questo senso si creano “scintille di energie” che permettano alle periferie di rigenerare secondo i desideri e le aspettative degli abitanti del luogo. Si parla cioè di agopuntura urbana: un modo nuovo di vedere le cose per cui si sperimentano gli usi anche in base ai bisogni che la comunità manifesta. È così che si capisce se un determinato uso può essere adatto al territorio e quindi se il processo di rigenerazione può andare avanti”. Del resto fino ad oggi gli abitanti delle periferie non hanno avuto mai  una loro rappresentatività e legittimazione nelle scelte che le riguardano oltre che di visibilità nel flusso mediatico della progettazione. In altri termini quello del rammendo non è un atteggiamento romantico, distaccato e parziale. È tutt’altro. Non si tratta di buttar giù il costruito e il costruito male, né di puntare sulle grandi opere. La sfida urbanistica è quella di trasformare gli spazi sospesi dove i servizi funzionano male e talvolta a rischio ghettizzazione, in periferie urbane dove si possa vivere meglio. Il rammendo si basa su piccole “scintille”, come le chiama l’architetto senatore Piano. Piazze, parchi, piccoli spazi che possono innescare la rigenerazione urbana e sociale.

Le periferie ormai sono alla mercé della delinquenza e dei traffici loschi, della prostituzione e del disagio della gente da un punto mi vista fisico e mentale. Infatti, la frammentazione territoriale, la violenta e veloce modificazione dei paesaggi, il dilagare di periferie abbandonate a se stesse e prive di centro innesca patologie individuali e sociali. Inoltre nelle grandi periferie del mondo vi regna la miseria e il disagio psichico, con sacche di povertà, determinate anche e sopratutto dalla presenza massiccia degli immigrati. Un fenomeno che sta preoccupando l’opinione pubblica. Ma soprattutto i partiti politici che non sanno quali provvedimenti prendere. Per questo, afferma Renzo Piano, “siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione. Ma sono proprio le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l'energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C'è

  Milano: Periferia urbana    

bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee…Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d'accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Nel centro storico, ccome quello di Monte Sant’Angelo, ormai abbandonato,  abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. Qui si trova l'energia. I centri storici ce li hanno consegnati i nostri antenati, la nostra generazione ha fatto un po' di disastri, ma i giovani sono quelli che devono salvare le periferie. Spesso alla parola «periferia» si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città? Diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili? Qualche idea io l'ho e i giovani ne avranno sicuramente più di me. Bisogna però che non si rassegnino alla mediocrità. Il nostro è un Paese di talenti straordinari, i giovani sono bravi e, se non lo sono, lo diventano per una semplice ragione: siamo tutti nani sulle spalle di un gigante. Il gigante è la nostra cultura umanistica, la nostra capacità di inventare, di cogliere i chiaroscuri, di affrontare i problemi in maniera laterale”.

  Roma: Periferia urbana

Oggi quasi il 70 % della popolazione mondiale vive in città. Tuttavia la maggior parte di essa abita nelle grandi periferie del mondo, come le banlieues di Parigi, le favelas di Rio de Janeiro, gli slums di Londra, ecc. Grandi agglomerati umani dove la vita scorre sopra la gente, in maniera tale che ogni individuo non è padrone del proprio destino. Anzi succube della violenza e della povertà che regna fra la gente. Purtroppo la classe politica è incapace di reagire e di risolvere i gravi problemi legati all’eccessiva urbanizzazione del suolo e quindi del territorio. Urbanizzazione che ha  distrutto intere zone paesaggistiche e ha reso povero il tessuto urbano, con grave conseguenza anche per le campagne, che si sono viste sottrarre enorme estensioni di terreno coltivabile. Un ritardo culturale per quanto riguarda la gestione del territorio, che si è manifestato dagli anni Ottanta fino ad oggi.  Una politica che ha permesso la devastazione del nostro paesaggio urbano, agricolo e naturale, ma anche a causa della cementificazione dei suoli, e  quindi della loro impermeabilizzazione, del dissesto idrogeologico del Paese, quello che sta producendo disastri ambientali con cadenza sempre più ravvicinata nel tempo e sempre più diffusa sul territorio. Una progressiva aggressione al paesaggio italiano e ai centri storici avvenuta in Italia nell’ultimo mezzo secolo. In altre parole una stagione tra utopia, demagogia, dilettantismo e improvvisazione durata una decina d'anni, passando poi, le stesse Regioni, a promulgare leggi in difesa dei ben più fruttuosi e concretissimi interessi clientelari di speculazione edilizia.

C’è bisogno di creare una sinergia attiva e organica fra periferia e città consolidata, rivitalizzando i centri storici, che debbono ritornare ad essere centri di attività economica, con negozi e laboratori  artigianali. Il tutto nell’ambito di un Piano di Rigenerazione Urbana Sostenibile che abbia come finalità la rifunzionalizzazione dei segmenti urbani lasciati al loro abbandono e reinserirli nella vita sociale ed economica, oltre che culturale della città intesa come organismo vivente. In questo senno la Rigenerazione Urbana Sostenibile deve mettere in moto il riuso delle aree degradate e di quegli edifici lasciti al loro destino. Aree dismesse per motivi di deindutrializzazione, ma anche per motivi di abbandono delle aree depresse e non più funzionali al sistema capitalistico neoliberale, basato sul profitto e sulla speculazione edilizia. 

In questo modo i luoghi debbono ritornare ad essere luoghi di vita,  luoghi di relazioni civili, sociali ed economiche. In altri termini luoghi di vita vissuta e quindi di vita basata sul rispetto della persona umana. Tutto ciò presuppone la rifondazione di un nuovo Umanesimo e di un nuovo Rinascimento, non solo in campo culturale e sociale, ma anche in campo economico ed urbanistico. In questo modo, afferma Renzo Piano, bisogna portare nelle periferie, oggi simbolo di degrado ambientale e di violenza, il senso della bellezza, basata soprattutto sulla dignità dell’uomo e sull’anima dei luoghi. “Si tratta,  continua ancora Renzo Piano,  di un’armonia nascosta che va cercata e scoperta. Le periferie godono di una bellezza per la quale non sono state costruite: sono state fatte senza affetto, quasi con disprezzo. Eppure c’è una bellezza che riesce a spuntare fuori, fatta certo di persone ma anche di luce, orizzonti, natura e tanto spazio”. In altri termini, afferma Franco La Cecla: “È l’idea stessa di periferia che va eliminata. Perché figlia di un’urbanistica che si è dimenticata di essere una scienza umana e ha affidato i suoi destini ai tecnici”.

                                        GIUSEPPE PIEMONTESE
                                                     Società di Storia Patria per la Puglia