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  Gli dei hanno abbandonato l’uomo nella sua solitudine, nel suo vagare vuoto verso l’abisso. Un abisso che non ha un fondo, poiché l’esistenza umana è priva di ogni fine e quindi di ogni inizio. E tutto questo si ripercuote nel rapporto fra l’uomo e la sua città, fra l’uomo e la natura; una natura senza cultura e civiltà, senza identità e quindi senza che l’uomo abbia ancora il senso di appartenenza. Un vuoto esistenziale dove predomina la necessità del contingente e quindi del presente, inteso come spazio e tempo dell’individuo lasciato solo a se stesso.  Non c’è più il senso della comunità, della solidarietà. Tutto è legato al presente, come limite, come mancanza di speranza in una vita al di là del proprio esistere. Ormai, come afferma M. Veneziani, gli dei ci hanno abbandonato, gli stessi che hanno costruito il nostro mondo, attraverso la Civiltà, la Patria, la Famiglia, la Comunità, la Tradizione, il Mito, il Destino, l’Anima, Dio e il Ritorno. Gli stessi dei che hanno forgiato nel tempo e nello spazio l’uomo attraverso la sua creatività e la sua spiritualità. Un tempo senza dei e quindi senza Destino. Lo stesso che ormai ci ha abbandonato, in un percorso vuoto di speranze e di fiducia nel domani. E tutto ciò porta alla negazione della vita, intesa come conquista di civiltà e di cultura. Le stesse che purtroppo oggi si tenta di annullare o quanto meno di non più riconoscere come dei. Una comunità che non ha  più il senso di appartenenza e quindi il sentimento di una patria unita, quale espressione di un unico destino, di un territorio e di uno spazio sacro, aperto a tutti. Non vi è civiltà e cultura se manca in noi il senso dell’accoglienza e quindi dell’appartenenza, le stesse che sono all’origine della vita e quindi della comunità e in ultimo della famiglia, intesa quest’ultima come elemento fondante di una società, di una comunità, da cui ha inizio la vita stessa e quindi l’essere per il mondo. Del resto dobbiamo sapere che non vi è cultura se una città viene abbandonata a se stessa, quasi come un parco senza giardiniere, una casa senza padrone, una famiglia senza genitori. Una città è come la propria casa, che ha bisogno continuamente di essere curata e di essere salvaguardata da eventuali saccheggi o depredazioni. Purtroppo oggi molte città sono abbandonate a se stesse, senza cura e senza amor proprio. Città, specie nelle loro periferie,  lasciate nell’incuria e nell’abbandono, senza che qualcuno possa dare ad esse la giusta attenzione, una nuova dimensione estetica, una nuova vivibilità senza disagio e sradicamento. Città dove  vi possa crescere e far progredire il senso dell’accoglienza, la solidarietà umana e soprattutto il decoro urbano. Una città non è tale, come espressione di civitas e quindi di cittadinanza, se lascia deperire i suoi beni culturali, la sua memoria storica, le sue tradizioni, il suo territorio, la sua identità culturale, che a volte si manifesta soprattutto nei suoi elementi più visibili, come le strade, i monumenti,  i palazzi storici. Una città non è tale se la natura prende il sopravvento sulla cultura, intesa come espressione di civiltà e quindi di creatività dell’uomo. Per questo giustamente Marcello Veneziani afferma che gli dei, i quali possono essere interpretati come archetipi che sintetizzano identità, leggi, usi e costumi, hanno abbandonato l’uomo, in quanto la società di oggi si manifesta attraverso una realtà che ha negato qualsiasi legame con il passato e quindi con la propria civiltà e cultura. In questo senso bisogna opporsi alla proposta di creare due Italie separate, il Nord e il Sud, dove la ricchezza determina il benessere e ne modella la società. Un Nord e un Sud spinti verso la negazione della loro storia, annullando così la loro cultura e la loro civiltà, nate da un unico popolo e da un’unica identità culturale.  Di fronte a tutto ciò, sia per quanto riguarda il decoro urbano che la separazione e la frantumazione dell’Unità d’Italia, non è possibile  stare a guardare, anche se  viviamo in una società virtuale, dove la realtà non esiste, se non in relazione al proprio egoismo e ai propri “pensieri tristi”. È tempo di far sentire la propria voce, le proprie insoddisfazioni, il proprio sdegno di uomo e di cittadino, per una Italia più accogliente e più sana, per una città a dimensione d’uomo, in nome della bellezza e quindi della solidarietà umana.

                                                              GIUSEPPE PIEMONTESE
                                                               Società di Storia Patria per la Puglia