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(immagine dalla rete)

Non vi è giorno ormai in cui non si debba sentire una notizia di attentati terroristici in Europa e in altre parti del mondo. Dalla Francia al Belgio, dalla Germania all’Inghilterra l’idea che il terrorismo avanzi fa più terrore dello stesso numero dei morti. Ancora oggi, a poco più di due mesi dall'attentato di Westmister, la capitale inglese è ripiombata nel terrore. Che cosa sta accadendo?

Il vero obiettivo del terrorismo non è uccidere un certo numero di persone, ma far vivere nella paura quanti restano vivi, allo scopo di farli sentire impotenti, inermi, smarriti. La loro massima aspirazione è destrutturare la normale quotidianità di quanti hanno accettato le sfide della vita, di quanti anche se con poco, hanno deciso di rispettare le regole della convivenza democratica. Seminano insicurezza e incertezza negli altri perché non sono riusciti a superare questi due stati d’animo dentro di loro.

Danno l’immagine di un eroismo che si nutre di gesti estremi e che allo stesso tempo salta il confronto con la vita reale e con la lotta feriale che bisogna condurre per realizzare qualcosa nella propria vita. Diffondono un’idea sbagliata di coraggio, lasciando passare la convinzione che essere coraggiosi significa perdere la propria vita giocando però con quella degli altri piuttosto che salvare gli altri a prezzo della propria.

Il loro rapporto con la morte risulta alterato. Infatti si confrontano con la morte senza averla mai guardata in volto. Non hanno una percezione reale della morte altrimenti avrebbero maturato il senso del limite e della pietà di fronte alla fragilità. Invece affrontano la morte smarcandola, caricandola di una valenza simbolica caricandola di tutto quel potere che non hanno mai avuto. Ricattati e dominati a loro volta, usano la morte come strumento di dominio e di ricatto delle vite altrui. Riscattano il loro essere ostaggio di una società che li ha rifiutati facendo ostaggi chi quella società rappresenta.

Per tale ragione, prima di darsi al martirio si drogano di un senso di onnipotenza finalizzato soltanto a riscattare quella loro vulnerabilità che non hanno mai accettato. Per loro diventare padroni delle vite altrui è solo un modo fittizio e illusorio per uscire dai propri fallimenti. Per insabbiare una vita spesso vissuta all’ombra dell’insignificanza, creano una parentesi di euforia colorita e arricchita da una fede che con la religione non ha niente a che fare.

I terroristi sono troppo vigliacchi per seguire un cammino di fede autentica che esige rinuncia e abnegazione, distacco e senso di profonda umanità. Preferiscono l’odio all’amore, perché odiare è molto più facile e comodo, in quanto sposta le colpe sugli altri invece che stimolare a prendere coscienza di eventuali proprie responsabilità. Piuttosto che credere e celebrare Dio (Allah) amando, preferiscono usarlo come scusa per giustificare la propria incapacità a seguirlo in modo semplice e libero. Il terrorismo è una forma di autocelebrazione che con la religione islamica non ha niente a che fare.

Il terrorismo è una grande macchina di manipolazione di massa, di destrutturazione delle coscienze, specie di quelle che non hanno alcuna forma di appartenenza e che di fatto non sono radicati in niente, e che pertanto sono ovunque e da nessuna parte. Sono i sradicati e i nomadi del nostro tempo ai quali il terrorismo offre un legame forte e identitario rassicurante e protettivo.

Sempre più il terrorismo sta conquistando giovani occidentali, e questo perché riesce a sfruttare i vuoti esistenziali, i legami frantumati e gli spazi sociali rimasti inoccupati. Si intrufola nelle secche del nostro individualismo. La reazione a catena che ha l’intenzione di scatenare è quella di diffondere un clima generale di reciproco sospetto. Farci vedere il nemico ovunque. E laddove esso non dovesse esistere, il terrorismo lo crea.

La guerra del terrorismo è più psicologica che convenzionale. Esso sa che il suo più grande alleato è la paura finalizzata a paralizzare i processi democratici e a creare cortocircuiti nei meccanismi di fiducia e di convivenza.

Qual è la debolezza dell’Occidente di fronte al terrorismo? E’ una debolezza simbolica, incapace come è di ricaricare di significati autentici le proprie democrazie fatte ormai solo di parole che nessuno più mantiene o di inutili procedure che salvano solo la facciata di un Occidente profondamente malato.

Il terrorismo si nutre delle grandi illusioni/delusioni provocate dall’’Occidente il quale ha deluso a livello di inclusione sociale e di equa distribuzione della ricchezza, di coerenza delle istituzioni che si mantengono sulle spalle di moltissime persone ormai lasciate sole a combattere l’avanzare della soglia di povertà.

Nella società del rischio (U. Beck) e dell’incertezza (Z. Bauman), nella attuale postmodernità (F. Lyotard) dove i grandi racconti sono ormai tramontati e i simboli spogliati di senso, il terrorismo si propone come una soteriologia religioso-politica alternativa a quelle ormai in crisi. Esso si pone come una vera e propria ideologia del massacro che sa usare i media a proprio vantaggio, giocando e speculando sull’idiozia tutta occidentale di mettere in atto una bulimica voglia di notizie che riesce a fare anche del dolore l’oggetto di uno degli spettacoli di massa che più fa fare audience.

I terroristi vinceranno solo se, sfiancandoci con la paura, ci sapranno trasformare in persone che vorranno essere come loro. Se invece sapremo resistere alla paura e restare quello che siamo facendo appello ai grandi valori della nostra tradizione occidentale, allora forse li sconfiggeremo, togliendo loro motivi per adescare nuovi seguaci tra le future generazioni.