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La scuola sta per ricominciare e, come è ormai solito fare da molti anni, si moltiplicano come in un rito le discussioni sul ruolo della scuola, sui suoi compiti e anche sulle speranze che si ripongono in essa.

Nel mondo della cosiddetta “società liquida”, la scuola si trova come tra due poli. Usando i termini utilizzati da M. Recalcati nel suo libro di qualche anno fa  “L' ora di lezione. Per un'erotica ell'insegnamento”, se da un lato ci siamo lasciati alle spalle la “scuola-Edipo”, fondata sul principio di autorità e su conflitti generazionali, dall’altro lato oggi ci troviamo in piena “scuola-Narciso”, fondata invece sul freudiano principio del piacere e del godimento emotivo, dell’autogratificazione e del culto del proprio io.

Tutti e due questi modelli non sono affatto sostenibili. Accanto ad essi vi è un terzo che Recalcati chiama la “scuola-Telemaco”, dove l’autorità (il padre e l’insegnante), che rappresenta il sapere, non va uccisa né dimenticata, ma cercata per la sua assenza, attraverso un viaggio che sfida l’ignoto e ignora ogni avvenente sirena pronta a sedurre, nella consapevolezza del mutamento che nel frattempo accade a chi cerca e a chi è cercato. Telemaco dunque come simbolo della mancanza, della perdita, della ricerca, della differenza, del viaggio.

Sembra ritornare una distinzione fatta anni fa da Danilo Dolci, il quale aveva individuato tre tipi di insegnanti:

C’è chi insegna guidando gli altri come cavalli, passo per passo: forse c’è chi si sente soddisfatto così guidato”. E’ l’insegnante che concepisce l’insegnamento come un semplice addestramento.

Poi “C’è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo: c’è pure chi si sente soddisfatto essendo incoraggiato”. E’ l’insegnante che narcisisticamente cerca il consenso degli allievi   attraverso la pratica di   facili   gratificazioni  e   divertimenti,  rendendoli così illusoriamente  soddisfatti.

Infine “C’è pure chi educa, senza nascondere l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d’essere franco all’altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato”. E’ l’insegnante che  insegna a vedere il mondo com’è, nella sua complessità e problematicità, con la sua quota di assurdo, nel bene e nel male. Questo tipo di insegnante usa i saperci come strumenti per aiutare l’alunno a riconoscersi e a interpretare se stesso, la realtà e gli altri, perché possa assumersi e prendersi per mano, senza pregiudicare il futuro se il suo presente è fragile. 

La scuola-Telemaco è un modello di scuola che si basa su alcuni principi che qui di seguito ricordiamo.   

Principio della integralità e della globalità. La scuola quando educa non può privilegiare un aspetto e trascurare altri. Non può assolutizzare un elemento e relativizzare i rimanenti aspetti della personalità dell’alunno. Non è settoriale né dicotomica. Integralità e globalità significano che il processo educativo deve coinvolgere tutte le dimensioni fondamentali dell’educando, che sono:

  • la dimensione corporea perché la vita passa attraverso il corpo che siamo e che abbiamo;
  • la componente cognitiva che riguarda lo sviluppo del pensiero critico e del linguaggio;
  • la dimensione affettiva che implica il complesso mondo delle emozioni e dei sentimenti, degli impulsi e delle proprie pulsioni, per imparare a leggerle, a gestirle e a orientarle;
  • la componente socio-relazionale che mira a costruire rapporti positivi e costruttivi con se stessi, con gli altri, con il mondo, per imparare a saper essere comunità;
  • la dimensione valoriale e quindi etica, che, attraverso il confronto con le regole intese come strumenti per arrivare a una interiorizzazione di esse e alla scoperta dei valori, permette a ciascun ragazzo di autoregolarsi, coniugando libertà e responsabilità;
  • la dimensione estetica e quindi la componente creativa e immaginativa di ogni alunno, per coltivare il gusto del bello che in fondo coincide con il vero e con il bene;
  • la dimensione spirituale come esperienza del trascendente, che assume anche la veste del religioso (non in senso confessionale) che apre al senso del mistero, ma anche al senso ultimo dell’esistenza, della nascita e della morte, del dolore e dell’amore.

Principio dell’armonicità. Queste dimensioni devono essere in armonia tra di loro, ciascuna ricevendo il proprio giusto riconoscimento, per evitare visioni riduttive e parcellizzate.  Saper calibrare il cognitivo con l’emotivo, il corporeo con lo spirituale, etc.

Principio della gradualità. Il processo di apprendimento/formazione è un cammino lungo e faticoso, lento e graduale che passa attraverso delle tappe che bisogna attraversare. Per questo l’insegnante-educatore deve rispettare il ritmo di apprendimento e di crescita di ciascuno, senza anticipare né ritardare, né forzare o schematizzare troppo. Tali tappe sono diverse per ognuno e spesso sono legate alla storia personale e all’ambiente di provenienza di ciascuno. L’educazione è un viaggio che esige pazienza e dedizione, ma anche capacità di affiancare nelle diverse fasi la persona che ci viene affidata, curando i momenti di passaggio dalla infanzia all’adolescenza

Principio della unitarietà. Viviamo in una società frammentata dove è difficile fare sintesi e mettere ordine alle molteplici esperienze e ai tanti messaggi che ci bombardano. L’educazione deve favorire la costruzione di personalità ordinate e l’unitarietà della persona. Si tratta di dare ai nostri ragazzi dei punti di riferimento chiari e stabili su cui fare leva, per affrontare la mobilità prodotta dai cambiamenti.  Unità flessibile e aperta e non rigida e monolitica, dinamica e non statica.

Principio della unicità. Educare ogni alunno aiutandolo a prendere coscienza del fatto che egli è unico, insostituibile, irripetibile, non duplicabile, non mercificabile, non clonabile né alienabile. Fargli capire che non deve rinunciare alla propria identità e specificità per il solo scopo di essere accettato dagli altri. Educare qui significa anche aiutare l’alunno a sapersi confrontare con la propria fragilità nella consapevolezza che siamo tutti fragili. E che la fragilità non è un punto di criticità, ma un punto di forza per imparare a sperimentare la fatica di crescere. Questo aspetto esige la personalizzazione dei processi di apprendimento in un dialogo interattivo di tipo maieutico.

Principio della differenza. Proprio perché siamo unici siamo anche diversi. L’educazione deve sapersi fare attenta alle varie forme di diversità, perché questa va vista più come una risorsa che come un problema o un ostacolo. Educare alla diversità ed educare la diversità significa che ciascuno a modo suo è diversamente se stesso nel rispetto delle diversità altrui. Per insegnare ad abitare un mondo plurale, multiculturale, multietnico, multi religioso. Per far assumere ai nostri ragazzi uno stile di vita basato sul principio della prossimità e dell’ospitalità.

Principio della generatività. Educare è generare. Creare occasione per una seconda nascita. Infatti dopo la nascita biologica ci aspetta la nascita sociale, che avviene solo tramite l’educazione e la formazione. Essa esige la nascita interiore dove ciascuno deve imparare a prendersi per mano per diventare – come diceva Aristotele – padre dei propri atti, responsabile di sé per poter rispondere anche degli altri.

Per assolvere a tutti questi compiti la scuola ha molti strumenti: in primo luogo  i saperi e i metodi, da cui attingiamo i contenuti e i processi per apprendere; in secondo luogo le relazioni interpersonali docenti-alunni e le tecniche didattiche, che mescolati bene tra di loro formano il processo interattivo di apprendimento-insegnamento.  Il tutto ben condito in una relazione educativa di qualità, dove ogni soggetto è chiamato da protagonista a mettersi in gioco, lavorando più sulle domande che sulle risposte, sui processi che sui traguardi, sulle dinamiche esistenziali che sulle procedure formali.

Come dice M. Recalcati nel suo libro L’ora di lezione, si tratta di trasformare gli oggetti del sapere in oggetti del desiderio. Non si tratta di riempire recipienti vuoti, ma di tirare fuori dagli alunni il mondo sconosciuto delle proprie possibilità.

E allora per concludere, quale scuola? Lo sintetizzo in alcuni punti sottoforma di slogan:

  • Più relazione educativa e meno burocrazia.
  • Più didattica che amministrazione.
  • Più senso della comunità che spirito di azienda.
  • Più collegialità che dirigismo.
  • Più metodo di studio che programmi da finire.
  • Più problemi che nozioni.
  • Più progettualità che progetti copia/incolla.
  • Più domande che risposte.
  • Più apprendimenti generativi che apprendimenti risolutivi.
  • Più percorsi di vita che lezioni mnemoniche.
  • Più avventura che
  • Più ricerca che tecnicismo.
  • Più orientamento che marketing.
  • Più ascolto reciproco che autoreferenzialità.
  • Più maieutica che semplice trasmissione.
  • Più saperi che discipline.
  • Più convivialità delle differenze che uniformità omologante.
  • Più inclusione che ansia da prestazione.
  • Più cooperazione che competizione.
  • Più autoformazione che etero formazione.
  • Più interconnessione e integrazione che un sistema scompensato.
  • Più persone che funzioni.
  • Più volti piuttosto che voti.

Ha ragione Duccio Demetrio che "l'educazione non è finita", perché essa deve ancora essere rimessa in gioco. E’ una sfida per l’intera società. Tutto ciò esige un grande patto educativo con la propria città. Nuove alleanze educative tra scuola e famiglia e tra scuola e territorio. Perchè nessuno può più educare da solo. O ci mettiamo insieme o anche la scuola finirà per ripiegarsi su se stessa.

Educare è umanizzare la vita, formare uomini e donne capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo, perché siano capaci di orientarsi nella complessità e decifrare i cambiamenti. Per attrezzarsi a navigare senza naufragare. E’ formare soggetti di democrazia, che siano capaci di essere cittadini e non semplici consumatori.

La scuola non teme il clima di incertezza, ma l’assume e lo interpreta, decodificandolo usando gli strumenti del sapere. Non si tratta di riempire teste vuote, ma di formare menti aperte e critiche. Ed è per questo la scuola è il luogo dove, come dice E. Morin, possiamo aiutare le nuove generazioni ad “apprendere a navigare in un oceano d’incertezze attraverso arcipelaghi di certezza”.