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Donata dei Nobili su Il Giornale online di Monte Sant’Angelo scrive che Monte Sant’Angelo è una città dalle molte risorse e che se l’Amministrazione comunale praticasse una oculata gestione dei beni culturali della città con una adeguata strategia economica potrebbe condizionare positivamente la vita  presente e futura della popolazione e trasformare Monte Sant’Angelo in una città ricca e in crescita demografica. La dei Nobili stigmatizza giustamente le vecchie amministrazioni comunali  che hanno imposto alla città una abnorme espansione edilizia che ha fatto scempio del territorio e svilito tutti  gli immobili ed aggiunge, calcando la mano, che la sfiducia negli amministratori comunali che non si attivano per valorizzare i beni culturali ed arricchire la città motiva la scelta dei giovani di abbandonare la città.

Sullo stesso giornale online Giacomo Stuppiello si dice d’accordo con la dei Nobili e fa presente che le amministrazioni comunali del passato avevano previsto con il Piano Regolatore redatto nei  primi anni dell’80 del secolo scorso lo sviluppo economico della città puntando sulla valorizzazione dei suoi beni culturali al fine di rilanciare il turismo, sul recupero di 12.900 vani del vecchio patrimonio edilizio della città per contenere la nuova espansione edilizia, sul potenziamento delle attività produttive del retroterra agricolo e boschivo, sull’ industrializzazione della piana di Macchia. Peccato, aggiunge Stuppiello, che non si siano verificate le condizioni per attuare quanto previsto dal Piano Regolatore.

In entrambi gli interventi c’è, a mio parere, un involontario elemento di astrattezza che falsifica e non ci fa comprendere appieno la realtà di Monte Sant’Angelo. Quando si parla di strategia economica si parla di soldi e sia il Comune che i privati devono reperirli quei benedetti soldi per  sviloppare economicamente la città ed arrestare l’emigrazione dei giovani con o senza Piano Regolatore. Temo che ciò non sia possibile.  Tento di spiegarmi con paradossi e ponendo(mi) qualche interrogativo.

Se una adeguata valorizzazione dei beni culturali della città fosse avvenuta negli anni 50 e 60 del secolo scorso avrebbe reso la città tanto ricca da scongiurare l’emigrazione di 12 mila giovani in cerca di lavoro e se quella valorizzazione avvenisse oggi potrebbe arrestare l’emigrazione dei giovani sempre in cerca di lavoro in altri posti?  Può il Comune con le sue risorse finanziarie incentivare o sviluppare direttamente le attività produttive del retroterra agricolo, industrializzare la piana di Macchia, recuperare migliaia di vecchie abitazioni abbandonate per renderle abitabili, dare una accoglienza decente ai molti turisti che sono sempre giunti numerosi a Monte Sant’Angelo? Mi sembra di no sia perché il Comune non ha a disposizione le necessarie risorse finanziarie per arricchire la città  sia perché istituzionalmente non gli compete.

Il fine istituzionale del Comune è quello di assicurare al meglio alla città i servizi pubblici essenziali con i soldi che ricava dalle tasse dei cittadini che in rapporto alle necessità della comunità sono sempre insufficienti.

La spesa per il personale, quella per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, le spese ordinarie per il funzionamento degli uffici comunali e delle scuole e le altre spese fisse  assorbono la quasi totalità delle

entrate comunali tanto che il Comune non riesce neanche ad assicurare l’ordinaria manutenzione delle strade della città. Quando a fine anno avanzano nel bilancio comunale un po’ di soldi che non si è riusciti a spendere, questi  non si possono utilizzare, vengono accantonati  presso la banca tesoriere del Comune per il blocco della spesa pubblica.

Il Comune con il Piano Regolatore, che non ha doti taumaturgiche, può solo dettare le linee guida per un ipotetico sviluppo urbanistico della città indicando le aree per la nuova espansione edilizia, quelle destinate all’edilizia popolare e all’insediamento delle imprese artigianali e industriali; può  prevedere di realizzare qualche strada, anche interpoderale a beneficio degli agricoltori, qualche servizio igienico, un po’ di verde pubblico, un po’ di decoro cittadino. È pur vero che il Piano Regolatore può prevedere la costruzione di qualche Cattedrale nel deserto che il più delle volte è destinata a restare  sulla carta come è avvenuto per la circonvallazione Nord di Monte. Il guaio è che tra il dire ed il fare, tra la previsione e la realizzazione di un opera, c’è sempre  di mezzo il mare che il Comune raramente riesce ad attraversare per la cronica mancanza di risorse finanziarie.

Quando il Comune accende un mutuo e ogni 20-30 anni realizza qualche opera pubblica di un certo rilievo bisogna  gridare al miracolo e baciare il suolo del borgo natio per ringraziare il Padreterno per la grazia ricevuta. Non si crede ai propri occhi se oggi si vede che dopo 50 anni di attesa è stato rinnovato il fondo stradale della piazza del Monumento ai Caduti  fino alla chiesa di San Giuseppe, grazie però al governo dei 5 stelle che ha sbloccato i soldi dei comuni. E sembra che il presidente del consiglio dei Ministri Conte abbia assicurato il finanziamento statale per la realizzazione della circonvallazione Nord per snellire il traffico automobilistico in un paese di montagna come  Monte le cui stradee non hanno marciapiedi, già prevista 40 anni fa dal Piano Regolatore e senza mai realizzarla.

Quando nel 1970, a più di 20 anni dall’entrata in vigore della Costituzione italiana, vennero istituite le Regioni si pensava che finalmente i Comuni dovessero diventare gli artefici dello sviluppo dei loro territori e che  alle Regioni spettasse il compito di programmare lo sviluppo dei territori regionali sul piano legislativo. È successo tutto il contrario. I Comuni sono stati tenuti, come sempre, a pane e acqua, mentre  le Regioni sono  diventate tanti piccoli stati “romani”, fonti di sprechi – la sanità assorbe  l’80 % delle entrate regionali – corruttela, mazzette.  Dove sono, allora, le molte risorse del Comune di Monte Sant’Angelo?

La ricchezza di un territorio la possono creare anche o solo i privati  indotti a investire soldi in ogni

campo: culturale, turistico, agrario, industriale qualora ci siano le condizioni per fare quattrini. È poco probabile che ciò possa avvenire  in un territorio economicamente depresso come quello di Monte Sant’Angelo. Pensare, quindi, che lo squattrinato Comune di Monte possa essere in grado di arricchire la città e dare lavoro ai giovani  con la valorizzazione dei beni culturali, tra l’altro già avvenuta, è solo un esercizio retorico.

Il vizietto dei Montesantangelesi – non chiamiamoli Montanari  per non scambiarli per gente  di montagna rozza e “capatosta” – comune a tutti gli abitanti del derelitto Sud di pretendere dal Comune in qualità di espressione dello Stato lavoro, fabbriche, ferrovie, strade, ospedali ed ogni altro ben di Dio è nato con l’Unità d’Italia. Tutto ciò che ogni comune del Sud non aveva sotto i Borbone e che in 160 anni di vita unitaria ha avuto solo in parte dallo Stato pretende di ottenerlo dal Comune. Ancora oggi il Municipio nel Sud è visto come ente erogatore di sussidi e posti di lavoro.  Invece ricchezza e lavoro li crea l’iniziativa privata e poiché il Sud  non ha le capacità  imprenditoriali del Nord, ne consegue che il Sud e Monte Sant’Angelo sono destinati a vivacchiare chissà per quanto altro tempo.

 Affermare, quindi, che il Comune con  un migliore utilizzo dei suoi beni culturali e con le sue molte risorse (quali?) possa rendere ricca la città e promuovere lo sviluppo del retroterra agricolo, l’industrializzazione della piana di Macchia e quant’altro è una pericolosa illusione che può solo creare rancore verso gli amministratori comunali in chi è costretto ad emigrare in cerca di lavoro. Rancore che invece bisognerebbe serbarlo nei riguardi dello Stato italiano, ma senza nutrire le irrazionali nostalgie borboniche dei cosiddetti storici revisionisti che diffondono la peregrina quanto pericolosa idea secondo la quale oggi nel Sud si vivrebbe meglio se fosse rimasto borbonico perché aveva una legislazione migliore di quella del Piemonte, dimenticando che quel Regno borbonico era tirannico e teneva deliberatamente la popolazione nell’ignoranza, senza scuole né strade.

Dal 1876 al 1905 emigrarono verso le Americhe più di 8 milioni di contadini. Dal 1906 al 1925 ci furono altri 7 milioni di emigranti. L’emigrazione in massa dei contadini, che interessò anche il Nord-est e il Centro Italia, nel Sud mise in crisi l’agricoltura e, in compenso, impedì che avvenissero altre violente rivolte contadine come quella del brigantaggio post-unitario e fece aumentare il salario giornaliero dei contadini e braccianti agricoli che non emigrarono della cui manodopera gli agrari avevano impellente bisogno. Altri milioni di contadini emigrarono nel secondo Dopoguerra mettendo di nuovo in crisi l’agricoltura del Sud. Anche l’agricoltura di Monte Sant’Angelo a seguito di quelle emigrazioni andò in crisi.

Quando però si parla di crisi dell’agricoltura meridionale bisogna essere molto cauti perché si era in presenza di un’agricoltura primitiva e decrepita, a basso reddito. Fino agli anni 50 del secolo scorso, ad esempio, l’agricoltura di Monte Sant’Angelo si reggeva ad esclusivo beneficio dei proprietari terrieri sullo sfruttamento dei garzoni come ai tempi dei Borbone, retribuiti con il “mezzetto” di grano e cereali, la “pezza” di formaggio,  il litro d’ olio, con poche lire e il “permesso” del padrone  di recarsi in paese ogni 15 o 22 giorni per il cambio della biancheria, per farsi una bevuta di vino in cantina e rifornirsi di pagnotte di pane, sale e  “paccottini” di tabacco.  I contadini e i piccoli agricoltori che integravano gli scarsi redditi dei campi con l’allevamento di pochi capi di bestiame, continuamente  vittime  degli abigeatari e dei caprai che distruggevano i loro campi coltivati, erano indotti ad abbandonare la campagna. Il desiderio di evadere da una vita di stenti contagiò tutti. Gli artigiani tentarono la fortuna emigrando in America, i giovani che  sapevano leggere e scrivere si arruolavano nell’esercito, i professionisti invasero la burocrazia statale. Era naturale che dopo l’Unità d’Italia braccianti agricoli  e contadini dovessero emigrare verso le Americhe con il sollievo dei governanti e nel secondo Dopoguerra nel Nord Italia e nei paesi europei che avevano bisogno di manodopera, che veniva ben retribuita, per la ricostruzione  delle città e degli apparati industriali distrutti dalla guerra. Abbandonarono il ciuccio, i nostri cafoni quando dagli anni 50 in poi del 900 emigrarono e ritornavano in paese in macchina, spavaldi, durante le vacanze regalando sigarette e tavolette di cioccolato a parenti ed amici.

Mi ripeto le domande. Se un’adeguata valorizzazione dei beni culturali di Monte Sant’Angelo fosse avvenuta in passato avrebbe potuto evitare alla città l’esodo di 12 mila abitanti e se quella valorizzazione avvenisse oggi potrebbe arrestare l’emigrazione dei giovani occupandoli tutti nelle molteplici attività turistiche come ristoratori, cuochi, camerieri, venditori di caciocavalli, di bigiotteria e di oggettini religiosi? Penso di no.  Ė velleitario pensare il contrario.

La crisi dell’agricoltura meridionale nella seconda metà dell’800 non è stata causata solo dall’emigrazione dei contadini ma anche dagli stessi proprietari terrieri che se avessero sviluppato l’agricoltura su basi capitalistiche con salari più o meno adeguati  avrebbero se non impedito quantomeno limitato l’emigrazione dei contadini. Già Giustino Fortunato negli anni 80 dell’Ottocento disse che la borghesia agraria meridionale era “fiacca, disgregata, indifferente, pettegola, sospettosa; vuol vivere in pace, oziosamente, di rendita, non ha fede, nè carattere, non ha sdegno né amori; rifugge tuttora dagli obblighi di coltura e socievolezza imposti dai nuovi ordini politici”.

Anche le eccellenze che in passato il Sud poteva vantare in campo agricolo sono state stelle cadenti. Pavoncelli, ad esempio, a Cerignola possedeva 12 mila ettari di terreni, un latifondo, di cui 2-3 mila ettari coltivati a vigneto, il resto a cereali. Durante la raccolta del grano e durante la vendemmia lavoravano alle sue dipendenze oltre 2 mila operai agricoli. Pavoncelli imbottigliava il vino, cosa rara in quei tempi, e lo esportava in tutta Europa. I reali inglesi avevano a tavola il suo vino. Fu anche finanziere Pavoncelli, sedeva nei consigli di amministrazione delle più importanti banche italiane, e deputato. In parlamento si battè energicamente per la realizzazione dell’Acquedotto Pugliese. La Puglia non potrà avere alcun sviluppo economico nè crescita sociale e civile senza l’acqua, diceva Pavoncelli.  Cosa resta dell’imprenditore Pavoncelli a Cerignola? L’Istituto agrario a lui intitolato e nel Barese è stata intitolata al suo nome una condotta dell’Acquedotto pugliese.

 Anche oggi la terra di Capitanata è a vocazione agricola: produce pomodori – un terzo di tutta la produzione italiana – grano, carciofi, olive, ortaggi.  Nel 1955 Tommaso Fiore definì quella terra un inferno per i contadini per le loro disumane condizioni di lavoro. Fiore raccontò metaforicamente che Lucifero si rifiutò di accogliere nell’inferno i cafoni di Capitanata perché lì, nei campi di Capitanata si trovavano già all’inferno. Oggi i vecchi cafoni fuggiti da quell’inferno sono stati sostituiti da 7 mila braccianti agricoli extra comunitari schiavizzati dal caporalato, retribuiti con 3 euro all’ora, alloggiati in baraccopoli senza acqua né servizi igienici. L’agricoltura della Capitanata non è più in crisi, prospera con lo sfruttamento inumano dei nuovi cafoni all’inferno. Chi chiama “i negri” a lavorare come schiavi nell’inferno del Tavoliere sono gli italiani che poi gridano ipocritamente all’invasione dell’Italia da parte degli extra comunitari!

Le aziende agricole meridionali che oggi esportano frutta e verdura in Germania, Inghilterra, Stati Uniti e Russia sono nate dalla capacità imprenditoriale dei privati anche se con il sangue e sudore degli extra comunitari non ad opera dello Stato né dei Comuni.

Le aziende agricole e gli agriturismi sorti  negli ultimi anni sul Gargano ed anche nel territorio di Monte Sant’Angelo sono opera dell’iniziativa privata, non dei comuni-imprenditori.

Il Comune di Monte Sant’Angelo cosa dovrebbe fare per qualificare le abitazioni di pochi vani degli antichi rioni abbandonati? Può il Comune costringere i loro proprietari a ristrutturarli per poi  non poterli affittare? Sono disposti i proprietari di abitazioni di 30-40 metri quadri trasferitisi in comodi appartamenti di 100 metri quadri a ritornare ad occupare i vecchi e angusti locali ammesso che li si volesse  ristrutturare? Certamente no.

Anche se si riuscisse a riqualificare lo Junno,  il rione più antico della città, vagamente somigliante ai Sassi di Matera, bello a vedersi e meno bello per abitarci, resterebbe sempre senza vita essendo difficile ripopolarlo. Nessuno avvierebbe un’attività commerciale in un rione disabitato e isolato, frequentato tutto al più da pochi turisti estivi, a differenza del centro storico di Vieste che con la Cattedrale e il Castello e tutti i pianoterra adibiti a negozi è un prolungamento del corso principale del paese facilmente raggiungibile da abitanti e turisti.

Per il recupero dei Sassi di Matera, ieri vergogna nazionale  ed oggi  capolavoro di rigenerazione urbana, vennero costruiti senza oneri per il Comune di Matera appositi rioni per il trasferimento di 15 mila contadini  - la metà della popolazione di Matera - che vivevano nei Sassi con un indice di affollamento di 8-10 persone per vano. Dal 1950 al 1970 furono emanate già tre leggi speciali per la costruzione degli alloggi con la spesa a carico dello Stato di 29 miliardi di lire. Successivamente venne bandito un concorso internazionale di idee al quale  parteciparono i più famosi architetti del tempo. Per lunghi anni i Sassi vennero lasciati in abbandono e nel degrado. Soltanto nel 1986 il Parlamento emanò una legge per il risanamento dei Sassi e delle sue chiese rupestri  assegnando al Comune di Matera  la somma di 100 miliardi di lire.  Nel 1993 i Sassi e il Parco  delle chiese rupestri di Matera furono inseriti dall’Unesco nella lista dei beni culturali Patrimonio dell’Umanità. È improbabile che qualcosa di simile possa avvenire anche per il nostro Junno sia per la sua infinita  minore importanza rispetto ai Sassi sia per i vincoli di spesa che l’Unione europea impone allo Stato italiano per il suo enorme  debito pubblico che lo espone continuamente al dissesto finanziario.

Per un lungo  periodo di tempo a Monte Sant’Angelo si straparlava che il rione Junno potesse essere utilizzato come albergo diffuso con le camere ricavate dai pianoterra del rione, a  differenza di un normale albergo che ha le camere raggruppate in un unico alto edificio. Si pensava, come al solito, che fosse il Comune a doverlo realizzare per la gloria del paese. Quando “si scoprì l’acqua calda”, che era sempre un imprenditore privato, e non il Comune, a realizzarlo comprando e ristrutturando i pianoterra dello Junno “fu acqua che spense il fuoco”, non si parlò più di albergo diffuso perché quell’imprenditore a Monte o altrove doveva ancora nascere. Il rione Junno con molta probabilità è destinato ancora per molto tempo a vivacchiare e a fare da corografia.

Ben venga, se possibile, una ulteriore valorizzazione dei beni culturali della città, ma non  illudiamo i giovani dicendo a vanvera che il turismo che ne deriverebbe potrebbe arrestare il loro esodo  e occuparli tutti  come guide turistiche, pizzaioli e panzerottai.

Il turismo a Monte Sant’Angelo, buona risorsa economica per la città, è già abbastanza sviluppato – si parla, forse esagerando, di oltre 2 milioni di visitatori l’anno e di un volume di affari annuo per gli operatori turistici di circa 200 milioni di euro – grazie a Padre Pio, il santo del cattolicesimo più famoso al mondo. Senza la vicinanza di Padre Pio, il Santuario di san Michele, il principale bene culturale della città, sarebbe rimasto periferico e regionale come lo era diventato dopo l’Altomedioevo e le Crociate.

Ultimamente, il Santuario di san Michele insieme ad altri sei siti dell’Italia Langobardorum è stato valorizzato dall’Unesco sul piano internazionale dichiarandolo Patrimonio dell’Umanità. Sono stati restaurati e valorizzati anche il complesso monumentale che circonda il Santuario: la cosiddetta Tomba di Rotari, il monumento più misterioso dell’Italia Meridionala, la Chiesa duecentesca di Santa Maria Maggiore e il  poco distante Castello medievale.  Franco Salcuni, montesantangelese doc, membro della Direzione nazionale di Legambiente, innamorato pazzo dello Junno, da circa vent’anni organizza d’estate in quel suggestivo rione il Festival di LegambienteSud con innumerevoli manifestazioni: concerti, rappresentazioni di teatro civile, dibattiti culturali di alto livello facendo conoscere il rione a tutto il Sud.  Purtroppo, dopo vent’anni di centinaia di manifestazioni culturali i cittadini di Monte Sant’Angelo non hanno conseguita alcuna maturità culturale né civica. Infatti, Salcuni candidato alle ultime elezioni amministrative non è stato eletto consigliere comunale dai suoi insensibili concittadini. Mi sembra  che dopo gli interventi di Legambiente a favore dello Junno e dell’Unesco a favore del Santuario  di san Michele una maggiore valorizzazione dei beni culturali della città non sia possibile.

È patetico assistere a come le amministrazioni comunali propagandano il sito Unesco della città. Nessuno in Italia dice che Matera, Alberobello, Andria sono città Unesco perché sono siti Unesco i Sassi di Matera, i Trulli di Alberobello, Castel del Monte di Federico II di Andria. Sono siti Unesco  la Cattedrale e la Ghirlandina di Modena e la Basilica di San Pietro di Roma non le città di Modena e Roma.  Bologna ha chiesto all’Unesco che i suoi portici non tutta la città siano dichiarati Patrimonio dell’Umanità. Invece, a Monte Sant’Angelo gli atti deliberativi, la corrispondenza, i manifesti murali, i depliant del Comune portano stampata la scritta Città di Monte Sant’Angelo – Provincia di Foggia – con lo stemma del Comune, quello dell’ Unesco e l’aggiunta Città Unesco per far passare l’idea in chi legge che tutta Monte Sant’Angelo è sito Unesco compresi il rione Junno e il quartiere dormitorio Galluccio. Così, con un falso, oscurando, sia pure a fin di bene, il Santuario longobardo, il solo sito Unesco, si cerca di valorizzare tutta la città come Patrimonio dell’Umanità sperando di attrarre  più turisti spendaccioni.

Il turismo religioso per sua natura è mordi e fuggi. Il problema allora sarebbe quello di trasformare il turismo “randagio” di Monte Sant’Angelo in turismo residenziale non da parte del Comune che piange miseria ma ad opera di ricchi imprenditori.

Bisognerebbe creare alberghi con piscine coperte, cinema, teatri, discoteche e quant’altro per rendere attraente e piacevole il soggiorno estivo sulla Montagna del sole (e del vento). Il Comune dovrebbe realizzare almeno un po’ di verde pubblico attrezzato (Dove?Boh!) e curare il decoro della città, ma non è alla sua portata se si pensa al fatto che in 50 anni di buoni propositi non è riuscito a destinare un suo immobile inutilizzato ad Ostello della Gioventù! E a Monte, è bene ripeterlo, eseguite le debite ricerche di mercato, non esistono le condizioni per investimenti privati.

Prima di iniziare a parlare dell’avvenire di Monte Sant’Angelo, è necessario accennare alla politica economica praticata dai governi nazionali di ieri e di oggi per capire la realtà che ci circonda.

Lo Stato italiano nato nel 1861 ha dovuto affrontare e superare prove durissime: sconfiggere il brigantaggio antiunitario con un esercito in fase di organizzazione con l’unificazione degli eserciti degli stati preunitari, sconfiggere l’analfabetismo della popolazione all’80 per cento, organizzare la giustizia, l’amministrazione locale, la pubblica istruzione, creare ferrovie e strade -  il Gargano, ad esempio, era del tutto privo di strade -  ridurre la spaventosa miseria in cui versava tutta l’Italia divisa non solo da condizioni economiche ma anche da educazione, storia, carattere e linguaggio, ridurre il divario socio-economico tra Nord e Sud, unificare i sistemi monetari degli stati preunitari senza danneggiare i risparmiatori e farsi carico dei loro debiti pubblici, eliminare l’enorme debito pubblico contratto dal nuovo Stato con le banche inglesi che nel 1866 ammontava a 600 milioni di lire con l’imposizione di nuove tasse, tra le quali l’odiosa tassa  sul macinato.

Nel 1860 l’Italia, dopo la Svezia e la Russia, era la nazione più povera d’Europa. Nel 1866 i poveri e i senza professione in Italia erano più di 10 milioni, il 30% della popolazione. Nel 1876 poveri, mendicanti e senza professione ammontavano a circa 11 milioni, pari al 38% degli italiani. Nonostante la miseria iniziale e i disastri provocati da due guerre mondiali, l’Italia in un secolo è riuscita a diventare una delle sette nazioni più industrializzate del mondo, la terza in Europa. Anche il Sud ha beneficiato del progresso che si è avuto in Italia, anche se il divario del Sud rispetto al Nord ereditato dai Borbone non è stato ancora colmato non solo per colpa dei governi nazionali obbligati ad assecondare con la creazione di infrastrutture, con il credito bancario e quant’altro lo sviluppo economico e industriale del Nord già in atto al tempo dell’Unità d’Italia, ma anche per colpa degli stessi meridionali che hanno sempre votato per i partiti politici del Nord meno interessati ad aiutare il Sud.

È nota la gretta alleanza politica degli agrari del Sud, gli unici che avevano il diritto di voto, avutasi fino alla prima Guerra mondiale con i politici e gli industriali del Nord che in  Parlamento dettavano la politica nazionale, come è noto che la fortuna politica  di Berlusconi è stata determinata dal voto meridionale, dai 61 collegi elettorali della Sicilia, milioni di voti, tutti berlusconiani, sostenuti anche dalla mafia. Anche oggi la Lega Nord che, accantonata la secessione territoriale di Bossi, vuole imporre l’autonomia regionale differenziata, ossia la secessione fiscale delle ricche regioni del Nord che arrecherebbe il colpo di grazia al Sud, gode buona salute nel Mezzogiorno.

Eppure il Sud ha sempre pagato le stesse imposte e tasse come le ha pagate il Nord ma non ha ricevuto gli stessi servizi e le stesse infrastrutture del Nord a cui aveva diritto con la nascita dello Stato italiano “unitario”.

Purtroppo il Risorgimento è stato “la rivoluzione del ricco”, come disse Gaetano Salvemini, dei liberali  conservatori come Cavour e non dei democratici come Mazzini e Garibaldi, per cui a distanza di 160 anni dall’Unità d’Italia siamo ancora alle prese con le “Due Italie” con il ricco Nord che detta l’agenda politica e il Sud che ha la disoccupazione giovanile al 30-40% e il reddito pro capite pari alla metà di quello del Nord sempre a causa degli investimenti pubblici e privati che al Sud scarseggiano.

È dunque fuorviante ritenere che il Comune di Monte Sant’Angelo, indipendentemente dalla politica economica nazionale, possa con le sue (inesistenti) molte risorse arricchire la città e dissuadere i giovani  dall’ emigrare.

 Anche l’andamento demografico dei comuni non dipende dalla loro buona o cattiva gestione da parte degli amministratori locali, ma, oltre che dalla politica economica nazionale, dalle condizioni di sviluppo che offre il territorio.

I Comuni del Gargano in crescita demografica sono S. Giovanni Rotondo grazie a Padre Pio, al suo ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, ai Padri cappuccini novelli  mercanti del tempio; Vieste e Isole Tremiti grazie al mare e al turismo estivo vacanziero; Mattinata grazie all’olivicoltura e al mare, mentre tutti gli altri comuni sono in decrescita demografica compresi Manfredonia, in calo demografico dopo la chiusura dell’Enichem e malgrado l’ossigeno offerto dalle fabbriche del Contratto d’Area, e Monte Sant’Angelo nonostante san Michele, la Comunità Montana con il progetto-pilota di Agropolis, il Parco Nazionale del Gargano con i caciocavalli podolici e l’Unesco miracoloso. È già un miracolo di san Michele se oggi Monte si sia attestato intorno ai 12.500 abitanti  e non perda più migliaia di giovani  come in passato grazie all’aiuto che i giovani disoccupati ricevono dai nonni pensionati.  In prospettiva, con la morte dei nonni e con le pensioni dei padri che saranno più misere rispetto a quelle del passato, l’emigrazione dei giovani è destinata ad aumentare non solo a Monte ma in tutto il Sud. Oggi la miseria dei giovani, a differenza di quanto avveniva in passato, supera quella dei vecchi che sono  protetti da pensioni e provvidenze varie. Ed è risaputo che nel Sud la miseria dei giovani che in passato alimentava l’endemico brigantaggio – Già verso la fine del 700 Giuseppe Maria Galante scrisse nella Descrizione sullo stato economico della Capitanata che a Monte Sant’Angelo a causa della miseria si viveva di furti – oggi alimenta la criminalità  organizzata, altra causa che frena lo sviluppo economico del Mezzogiorno.

Un sindaco di Monte Sant’Angelo degli anni 60 del secolo scorso che dispensava posti di lavoro all’ex Enichem di Macchia affermò che  con la trasformazione dell’Italia da paese agricolo in paese industrializzato e la scomparsa della malaria con la bonifica dei territori di pianura i paesi di montagna si sarebbero spopolati. Di conseguenza Monte, paese agricolo a 850 metri sul livello del mare, si sarebbe ridotto ad avere 7- 8 mila abitanti. Anche oggi la dinamica dello spopolamento della nostra città è sempre la stessa e l’emigrazione colpisce anche  gli anziani che si trasferiscono a Manfredonia per il pessimo clima invernale di Monte Sant’Angelo.

Oggi l’emigrazione giovanile, tra l’altro qualificata, non colpisce solo il Sud. Piero Formica, economista che insegna all’Università di Dublino, intervistato dal quotidiano Italia Oggi  ha detto: “Lo scorso anno (2018) se ne sono andati dall’Italia 28 mila laureati, con una spesa pubblica per la loro formazione di 7 miliardi di euro, che abbiamo regalato agli altri Paesi”. Si calcola inoltre che la crescita di un figlio fino ai 18 anni costa alla famiglia 300 mila euro, a parte la spesa che sostiene lo Stato per la sua eventuale laurea. Con l’emigrazione di ogni suo figlio il Sud  regala al Nord o ad altri stati la bellezza di 300 mila euro! Di questo drenaggio di denaro dal misero Sud al ricco Nord  e del denaro regalato agli altri stati europei che impoverisce tutta l’Italia nessuno ne parla. Quando e se un giovane trova lavoro in Italia, il suo salario mensile varia dai 700 ai 1300 euro, se invece lo trova nei paesi del Nord Europa il suo salario si aggira intorno ai tremila euro al mese. Verrebbe da dire che sono gli alti salari europei, non la mancata valorizzazione dei beni culturali della città, a motivare i giovani  di Monte ad emigrare. Peccato che chi il “coraggio” per emigrare non ce l’ha, non se lo può dare!

Mancanza di lavoro, emigrazione dei giovani, invecchiamento della popolazione,  alta disoccupazione giovanile, espansione edilizia della città senza alcun fabbisogno abitativo per il suo persistente calo demografico, isolamento degli abitanti, freddo e lungo clima infernale hanno reso Monte Sant’Angelo una città anche psicologicamente depressa. A Monte Sant’Angelo si trascura il decoro cittadino, non si adornano i balconi con fioriere, non si scherza e non si ride, non si legge, non ci si diverte, non si festeggia il carnevale, di anno in anno scemano anche i botti di fine anno, si esce di casa il minimo indispensabile, si trascorre in casa il tempo libero in compagnia della Tv o alle prese con il cellulare.

Un accenno allo scempio del territorio. Ormai non si può più porre rimedio alla scriteriata ed abnorme espansione edilizia che ha subito la città, prevista, incredibile a dirsi, dal Piano Regolatore e che ha desertificato e immalinconito il corso principale della città, parcellizzato l’abitato, deprezzato gli immobili. Con quella espansione edilizia verso la Badia di Pulsano, tra l’altro su terreni scoscesi e  impervi  dagli enormi costi delle opere di urbanizzazione, si voleva mettere  al centro dell’abitato il Santuario di san Michele.  Si è invece creato un immenso, isolato, quartiere dormitorio distante dal paese chiamato Galluccio. Una espansione edilizia criticatissima dai cittadini ma caparbiamente voluta nell’arco di 40 anni da tutti i sindaci della città, più amici dei costruttori che dei cittadini: Donato Troiano del Pci , Giuseppe Totaro del Pci , Gino Vergura del Pds, i due commissari prefettizi seguiti al dimissionamento di Vergura,  Antonio Nigri di Forza Italia con il centrodestra al completo, Nigri di Fi con il vice sindaco Pasquale Palumbo del Pds, Andrea Ciliberti dell’Udc con tutto il centrodestra più l’on. Pietro Folena e Rifondazione comunista, Antonio di Iasio dell’Udc con il centrodestra e lo scioglimento del Consiglio comunale, maggioranza e minoranza, per mafia e da tutti i partiti politici. Solo l’Istituto per le case popolari si rifiutò di costruire alloggi nella scarpata del Galluccio per l’alto costo delle opere di urbanizzazione che avrebbe assorbito gran parte dello stanziamento rendendolo insufficiente per la costruzione  degli alloggi.

Quando si parla di scioglimento del Comune per condizionamenti mafiosi, detto di passaggio, i consiglieri di opposizione non possono ritenersi estranei allo scioglimento perché in Consiglio comunale  hanno votato contro gli atti adottati dalla maggioranza. Dopo l’abolizione del Comitato Regionale di Controllo (Co.Re.Co.) sugli atti degli enti locali, la legge ha demandato ai funzionari e ai consiglieri comunali di opposizione il controllo di legittimità sugli atti deliberativi comunali sia di Giunta che di Consiglio.  I consiglieri comunali non devono  limitarsi a votare contro gli atti  della maggioranza e a criticarli solo politicamente con qualche volantino o comizio, devono  invece esaminarli nel merito e qualora rilevassero elementi di illegittimità, illegalità, condizionamenti malavitosi e danni erariali sono tenuti a inviare esposti alla magistratura amministrativa, alla procura della Repubblica, alla Corte dei Conti. Il sindaco di un comune sciolto per mafia in genere viene dichiarato incandidabile per una tornata elettorale successiva allo scioglimento – misura amministrativa, non penale – solo perché non ha esercitato il dovuto controllo sull’operato dell’amministrazione.  Se quel controllo avvenisse da parte del sindaco o dei consiglieri comunali si eviterebbe lo scorno dello scioglimento per mafia del Consiglio Comunale. Ma a Monte Sant’Angelo i consiglieri di opposizione non hanno a disposizione  nella sede municipale neanche una stanza in cui poter lavorare. Il controllo sugli atti lo dovrebbero esercitare da casa!

L’aggravante che ingarbugliò l’ espansione edilizia del Galluccio – che andava ben oltre  quella prevista dal Piano Regolatore – fu che  la spesa  per la realizzazione delle opere di urbanizzazione: strade, impianti idrici e fognature, reti elettriche e telefoniche per legge a carico dei costruttori, con un perverso meccanismo che ha reso difficile accertare l’effettivo costo delle opere di urbanizzazione, è stata probabilmente pagata, sia pure in parte, dal Comune con le tasse, cioè con i soldi dei cittadini. I più accesi sostenitori nel dare “una casa al popolo”  sorvolando sugli oneri di urbanizzazione a carico dei costruttori sono stati i rappresentanti del Pci e dell’ex Pci, sempre le stesse persone, comportandosi a loro insaputa più da casarecci amministratori neoliberisti incuranti perfino del pericolo di incorrere in un eventuale danno erariale da risarcire dagli  amministratori con le proprie tasche che da avveduti amministratori autoproclamatisi di sinistra. Cittadini e consiglieri di opposizione si limitavano a guardare lo spettacolo di come veniva deturpato il paesaggio della zona.

Tra vecchie carte ho trovato un appunto estrapolato da una denuncia– segnalazione inviata non so da chi al Sindaco di Monte  di qualche decennio fa il cui contenuto è di sorprendente attualità. Dice l’anonimo: “Gli spazi della cosiddetta Zona C1, Tufara Rossa, tratto iniziale della strada panoramica Nord - angolo di via Manfredi - e perimetro area del nuovo ospedale, attualmente sono in uno stato di incuria che impressiona negativamente il passante di una certa sensibilità al decoro e alla pulizia sia esso turista che cittadino. Si notano infatti detriti, erbacce che crescono pacificamente ai margini delle strade, cunette e tratti di strade dissestate, caditoie per la raccolta delle acque piovane che si intasano di rifiuti ecc. Tutto questo credo che non è decoroso e dimostra a prima vista un senso di squallore che rovina e dequalifica l’intero quartiere sorto nell’ultimo decennio con pretese residenziale di medio livello. Il degrado denota un’offesa all’ambiente e agli abitanti che hanno il diritto di vivere immersi in un territorio urbano e paesaggistico sano, visto che dove esiste più pulizia esiste anche più civiltà. La manutenzione delle strade, la manutenzione dei quartieri favoriscono la crescita civile degli abitanti e del tessuto urbano, stimolano i cittadini a un maggior rispetto per la natura e allo sviluppo socio-economico del proprio paese”.

In attesa dell’arrivo di una adeguata strategia economica da parte del Comune tesa alla ulteriore valorizzazione dei beni culturali che rendendo ricca la città impedisca l’emigrazione dei giovani ed in attesa dell’arrivo del nuovo Piano Regolatore che dia una dritta allo sviluppo economico di Monte Sant’Angelo, sarebbe già un gran passo in avanti se le amministrazioni comunali assicurassero l’ordinaria manutenzione delle strade e dei quartieri al fine di favorire almeno la crescita civile dei cittadini. Amen! Va dato atto comunque che l’attuale Amministrazione, dopo un cinquantennio  di incontrollata espansione edilizia, ha iniziato a curare il decoro della città.

Francesco De Sanctis, una delle menti politiche più lucide  del nostro Risorgimento, prestigioso critico letterario e professore universitario, colse nel pessimismo di Giacomo Leopardi un vigoroso  messaggio di speranza. “Mentre non crede possibile un avvenire meno tristo per la patria comune, (Leopardi) ti desta in seno un vivo amore per quella, e ti infiamma a nobili fatti”, disse De Sanctis. Aggrappiamoci al messaggio di Leopardi. Anche la dolorosa perdita dei nostri giovani deve destare in noi un vivo amore per la nostra Monte Sant’Angelo e infiammarci a nobili fatti… tutti da inventare con progetti europei.

Monte Sant’Angelo , dicembre 2019