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Il laboratorio teatrale “...ridere insieme”, nato all’interno del Centro Diurno Genoveffa de Troia di Monte Sant’Angelo ha proposto lo spettacolo “Ausmerzen, vite indegne di essere vissute”, sceneggiatura di Nicola Notarangelo, ispirata al libro omonimo di Marco Paolini. Il lavoro, magistralmente diretto da Michele Notarangelo e presentato ai ragazzi di terza media dell’Istituto Comprensivo Tancredi-Amicarelli, ha segnato profondamente la giornata della memoria.

Le voci, solo le voci, di sette attori formano una scena imperfetta e insieme compiuta. Voci che vengono da un luogo profondo, scomodo e irrisolto.

   - Siamo tutti profondamente imperfetti, restiamo dentro alle cose stamattina per cercare di diventare migliori, caliamoci in questa scrittura dolorosa, apriamo il cuore e la mente.

I ragazzi danno ascolto alla loro preside, Matilde Iaccarino, creano il silenzio ed entrano scalzi in una stanza segreta.

A che serve ricordare, cos’è  la memoria se diventa rito perbenista e vuoto; siamo forse ormai noi i soli rimasti, i testimoni inconsapevoli di un passaggio già compiuto e non preparato? Le domande cominciano ad affastellarsi e a inseguire le voci di un piccolo palco di provincia.

   - Vi racconteremo una storia che non troverete sui libri di scuola, vi porgeremo uno specchio scomodo che vi mostrerà gli angoli ciechi dell’umanità.

Il silenzio si è impossessato di giovani sguardi curiosi, spiano dentro uomini e donne che hanno già visto, solitari e verbosi nelle passeggiate a controra, solitari e verbosi nelle vie del loro stesso paese. 

Il custodiscimi del salmo 15 apre la scena, un canto ruvido come un respiro che serve per chiudere gli occhi e scendere in fondo: custodiscimi, custodiscimi, custodiscimi.

Il teatro si fa lavacro, piega gli abiti di lato, si denuda, gli attori entrano lenti con un ritmo fatto di pause più che di movimenti, ognuna delle 7 voci porta un vestito al braccio, lo mostra e lo distende in terra. Il teatro ha scelto la sua via privilegiata, la catarsi , il mondo è fuori.

   - Ausmerzen, in tedesco vuol dire estirpare, sradicare, sopprimere le pecore che non ce la fanno; di Ausmerzen  se ne parla solo in psichiatria, è roba che fa star male.

Le voci si alternano senza toccarsi, sono rintocchi vuoti che calano dentro ognuno di noi, è un monologo indefinito e corale. Una scrittura precisa, piena di cancellature, fatta propria e deviata.

   -Perché loro morirono prima di tutti e continuarono a morire anche dopo. Tiergantenstrasse 4, via del Giardino Zoologico n.4, Aktion T4. Luogo per curare e sanare.

Si scioglie lentamente un nodo serrato che cuce la gola, una pagina arida e amara dello sterminio, una delle tante toppe colorate su un pigiama a righe.

La musica di Giacomo accompagna in sottofondo le voci che non tremano, voci senza un errore, dirette, ravvicinate. Riconosco i frammenti taglienti di Wagner, le 7 voci stordiscono, tolgono l’aria.

   - Non erano tutti nazisti, tanti erano responsabili passivi. Una suora uccise 210 bambini, avvelenati senza alcuna coercizione, l’ultimo morì dopo la liberazione, il 29 maggio del 1945.

I numeri iniziano ad aumentare, i resoconti divengono contabili e scientifici.  L’esperimento di soppressione programmata è riuscito si può organizzare la macchina, più i numeri aumentano più cresce il risparmio per lo Stato.

   - La bella epoque che balla, che balla, che balla!

Il copione avvolge gli anni, arretra, ripercorre l’avvio dell’idea di eugenetica. Le magnifiche sorti e progressive si accoppiano all’idea dell’ereditarietà dei caratteri, si comincia a suggerire la sterilizzazione dei sordi. Gli USA escludono alcune razze dal diritto di cittadinanza; è una vorticosa lezione di storia contemporanea, i ragazzi raccolgono voci dentro al proprio silenzio.

   - I matti mi fanno schifo! Da bambino sentivo il rumore dei pensieri altrui, era un gioco ma faceva paura. 14/07/1933 legge per la protezione dei caratteri ereditari, viene sterilizzata la democrazia.

25/07/1939 il fuhrer invia il suo  medico personale per praticare l’eutanasia al primo bambino cieco.

Le 7 voci continuano, non danno tempo ai pensieri di ricomporsi, recitano senza microfono, con loro su un palco sale una bambina, a un certo punto pongono tutti sul volto maschere bianche e scandiscono: Grafeneck, Sonnenstein, Hadamar, Bernburg, Ausmerzen. Campi di sterminio non noti, dove si praticavano i trattamenti per uomini, donne e bambini con disabilità. Umanità divenuta numero e codice e vite alienate, docce collettive, linee guida, procedure standard per 300000 persone trattate. Le 7 voci scendono in fondo all’abisso e spiegano l’organizzazione meticolosa che portò al trattamento di migliaia di bambini: medici di famiglia e pediatri convincevano i genitori per un consenso ad un trattamento terapeutico innovativo, il ricovero, il divieto della visita, il telegramma. Tutto perfetto, un funzionamento efficace, l’esperimento T4 è riuscito. Le 7 voci non cedono davanti a nessuna parola, restano salde, solide, efficaci. In ogni frase c’è un’eco di rabbia, un lungo sobbalzo che lega la storia del secolo breve ai fatti del oggi italiano. Mangiatori inutili e risparmio di Stato si mascherano nel perbenismo che invano sfuggiamo e travestono sembianze di popoli d’Africa. Il matto di ieri è il profugo che deve star fuori di casa, per sempre.    

   - Questa è la storia di Lassa, uno zingaro tedesco a cui tutti volevano bene, un piccolo ladruncolo bugiardo.

I ragazzi porgono l’orecchio si calano dentro una microstoria, la fanno propria. Le 7 voci sono già avanti, declamano la splendida poesia di Kipling a suo figlio: “...se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune e rischiarlo in un unico lancio a testa e croce, e perdere, e ricominciare di nuovo dal principio...” poi l’anatema immenso di Primo Levi, è un turbine di parole potenti che si agita e sbatte di colpo, “tutti coloro che dimenticano il passato sono condannati a riviverlo”.

Le 7 voci si placano, il mondo sta entrando di nuovo.

I ragazzi provano a fare domande, lo squasso emotivo è troppo forte, gli applausi si inseguono. Le 7 voci si mostrano, nominano i loro custodi: Biagio, Carmela, Cinzia, Tonino, Felice, Tommaso e Anna.

I ragazzi chiedono come si fa a recitare così, che cosa si ha dentro. Le voci di dentro arrivano a noi, provano a mostrare come loro vedono nel vetro della vita normale, offrono una prospettiva diversa. Ci guardiamo negli occhi, siamo di fronte. La lezione ci appare riuscita, la memoria ha avuto un peso da ergere, non è stata fatua ripetizione di un rito. Cinzia ci invita ad andarli a trovare e fare un laboratorio teatrale assieme, al centro diurno Genoveffa de Troia. Michele Notarangelo rilancia l’invito, sottolinea il messaggio; Daniele Marasco porge molteplici spunti di riflessione, consiglia la visione di due film sul tema, chiede di approfondire; le 7 voci continuano a restare appoggiate ai pensieri di tutti.

La scuola può guardare al cambiamento partecipato ed attivo, al service learning, come ad una forma di apertura verso la comunità, una forma in cui un curriculum di cittadinanza si vada formando negli incontri curiosi, solidali e prossemici che rendono le persone migliori.

Antonio Pirro