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 di Libera Filomena Taronna

 Ogni anno la scuola progetta un Piano di lavoro per disciplina, per sapere, per competenza. Ogni anno programma uscite didattiche e viaggi di istruzione e aderisce a progetti nazionali e internazionali per l’ampliamento dell’offerta formativa. Ogni anno organizza e propone  ai suoi docenti diversi corsi di formazione e di aggiornamento per una scuola sempre più aperta al futuro  e che sia al passo con i tempi e con le realtà più avanzate dell’Europa. Ogni anno redige Piani di didattica inclusiva e personalizzata che favoriscano  il successo formativo di tutti gli alunni, nessuno escluso. Senza dimenticare le risorse tecnologiche e informatiche ormai parti integranti di una didattica volta a considerare l’alunno come soggetto del proprio processo  di apprendimento e non più solo come oggetto. Ogni anno.

Ma la pandemia no, la scuola non l’ha  programmata . Non era prevista.

È capitata  tra capo e collo come un nemico vigliacco che ti colpisce  alle spalle costringendoti ad affrontare una “guerra” non dichiarata, come è stata definita da più parti. E tutto su un campo di battaglia ad armi impari. Lui, il terribile virus, invisibile e subdolo, ti attacca con violenza spietata senza concederti neanche il tempo di realizzare il pericolo per difenderti e ti porta via in disumano silenzio. Una situazione di straordinaria emergenza sanitaria e sociale, del tutto sconosciuta e  mai neanche immaginata, che ha messo a dura prova  la nostra vita su tutti i livelli e senza risparmiare quello delicatissimo del mondo scolastico. I docenti  non hanno avuto altro, per fronteggiarla, se non il senso del dovere , la responsabilità di educatori, prima ancora che di insegnanti, la forza propria della scuola tutta che non fermi il suo compito essenziale di comunità educante, la passione per il proprio lavoro, l’amore per i “loro” alunni  da accompagnare alla conquista del domani, la dedizione e l’entusiasmo rimasti immutati nel tempo.  Ferri del mestiere già temprati a fuoco rovente e largamente messi in atto con serio e severo impegno ma certamente non sufficienti per questa guerra soprattutto sul piano emotivo e psicologico. E non è certo bastato  nessun  concorso o abilitazione, né la lunga serie di master e specializzazioni,  né i molteplici corsi di formazione o mille punti in graduatoria, nessun tipo di certificazione e né la somma dei titoli in elenco crescente. E neanche  la lunga esperienza lavorativa, nella  maggior parte dei casi,  a cui attingere, certi del suo apporto che non conosce  eguali in ogni ambito e sicuramente nemmeno i numerosi decreti del Ministero dell’Istruzione  se non per l’accorato invito a non abbandonare  gli  alunni, “al di là di ogni contratto lavorativo”, in questa inusuale esperienza  in sosta dal mondo. Un mondo cambiato all’improvviso su ogni fronte e a cui siamo stati chiamati tutti e con doveroso impegno. I docenti  su quello  dell’educazione  e della formazione che non può fermarsi e non deve fermarsi.  “Al di là di ogni contratto lavorativo”. Ed ecco, a tal fine,  sopraggiungere in mutuo soccorso la “didattica a distanza” o DAD, con una sigla,  non del tutto sconosciuta al mondo della scuola e presto attivata e condivisa con massima responsabilità su larga scala. L’unica possibilità in cui confidare, si è pensato,  e la sola “alternativa”, al momento,  per non interrompere il rapporto di continuità formativa e soprattutto di interazione con gli alunni e con i genitori.

“La scuola non si ferma” , questo l’imperativo categorico.

 E tutte le scuole di ogni ordine e grado non si sono fermate un solo minuto ma hanno dovuto fare presto i conti   con  i pro e i  contro della DAD.  Soprattutto i contro di  quelle scuole,  non proprio tecnologiche, che non avevano mai sperimentato  prima tale didattica e degli innumerevoli  paesi del territorio nazionale non facilmente raggiungibili dalla rete internet a sostegno di essa. E così in tanti  di questi, disconnessi “per forza”, sperduti tra le montagne o confinati nelle  isolate  periferie fuori dal mondo e  in triste abbandono dove le severe restrizioni ne hanno accentuato le criticità. E dove, privi d rete o di qualsiasi altra forma di connessione , molti docenti si sono dovuti comunque “attrezzare” per raggiungere ciascun alunno e  assicurargli   le prestazioni didattiche dovute. Anche in capo al mondo. Forti di quel senso del dovere e di comunità educante , scrivevo, che più di altro li caratterizza e con lo stesso ardore della giovane età quando, all’inizio della “carriera”, la faceva da padrone.

E così hanno tenuto duro fino alla fine pur dovendo imparare, da un momento all’altro, a cominciare dall’alfabeto, a gestire una situazione di straordinaria emergenza  in tutta la sua tragicità. È stato un faticoso cammino che hanno fatto insieme ad alunni e  genitori. A tappe e un passo la volta. Senza inganno pur dovendo imparare un’altra scuola. Quella tra le pareti di uno schermo senza cielo. Dai colori chiaroscuro e con i volti intrappolati in finestre fuori misura che compaiano e scompaiano. Con voci flebili insolite, suoni stridenti  e fischi strani  fuori campo. Nessun raggio di sole a illuminare i lunghi giorni senza più spazio né tempo e dove è mancato tutto persino  quel tanto atteso e  prezioso respiro di sollievo, al suono puntuale della campanella, che faceva la festa di ciascun  alunno alla fine di ogni ora.

Un’altra  scuola, dunque, altrove e senz’anima.

Il canovaccio è stato sempre lo stesso e tra una battuta e l’altra spuntava  prepotente un  mondo nuovo nella lunga  carrellata di parole divenute, ormai, di dominio pubblico: contenimento sociale, distanziamento fisico, isolamento volontario, isolamento obbligatorio, quarantena, lockdown.  Parole su cui sono andati a sbattere alunni e docenti , inevitabilmente quasi ad ogni lezione e certo non a caso. Parole che non appartengono a nessuna idea di comunità umana e a maggior ragione non riguardano  la comunità scolastica che si fonda proprio sul principio di aggregazione, di comunione  e di appartenenza. Parole da paura che aumentava in maniera esponenziale con   i numeri, le statistiche,  i grafici, i  calcoli , le probabilità  e le curve multicolori con cui  televisioni e giornali ci hanno drammaticamente contato  i morti tutti i giorni, indebolendo una  psiche già molto compromessa. Ed ecco che sia i docenti che gli alunni e i genitori, hanno sentito tristemente crollare  tutte le certezze  fin qui  conquistate nonostante qualche sprazzo di fiducia in tempi migliori che si sono imposti di non perdere,  assolutamente.

“Andrà tutto bene”, la promessa  unanime.

E scusate tanto se, in condizioni così inusuali e dure, non sempre è stata trasmessa quella serenità che si doveva  prima ancora di trasmettere ogni forma di sapere.  Se la  lezione si è spesso interrotta per quella evidente emozione  che all’improvviso frena ogni parola. Se non tutti gli alunni,  catapultati in quattro pareti, o poco più, di un  mondo chiuso al mondo e su cui si sono appena affacciati,  vi hanno  partecipato  con l’entusiasmo e l’interesse  dovuti. Se hanno mancato in puntualità e costanza. Se talvolta  non sono riusciti a  celare  il disagio e la sofferenza della “distanza  fisica” a cui sono stati obbligati, malgrado la rete li abbia anche messo in perfetta connessione. Se qualcuno ha portato i propri interessi fuori dalla scuola e  qualcun’altro si è sentito già in vacanza.   E se scuola e famiglia hanno dovuto rafforzare  maggiormente  la comunanza di intenti nonostante  l’onda emotiva e psicologica  in tempi  di avversità, restrizioni, incertezza  e disagio  che certo non hanno garantito sogni sereni. La pandemia non era prevista.                                                                       

  L. Filomena Taronna