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LE FOTO PRESENTI NEL VIDEO, SONO PRESE DALLA RETE

 

Più di mille parole

Come è andata la pandemia ce lo dicono le  cronache. In tv, alla radio, sui giornali. E ce lo dicono  soprattutto le immagini. Innumerevoli. Quelle nelle foto ritratte da mani esperte e quelle genuine nei disegni dei bambini. Il tricolore alle finestre e l’Inno di Mameli da tutti gli angoli d’Italia. L’arcobaleno nato a Codogno, il pomeriggio azzurro di Celentano e il cielo blu di Rino Gaetano sempre più blu. Le ambulanze in corsa, medici e infermieri in lotta con il tempo, il paziente zero, i malati e  i positivi in numero crescente. I volti spenti, i virologi nel buio e quelli della speranza. Le strade vuote, le piazze trasferite sui balconi e i tetti in festa. Il lungo silenzio, i decreti in fila per due, l’Italia  rossa. I camion della morte, il dolore delle sirene e le campane a lutto. I santi in solitaria processione,  l’invocazione corale del cielo, il papa solo in mesta preghiera. L’esercito dei volontari, le bacchettate dei sindaci, gli annunci al miele di Conte dopo il TG. Il  “ lockdown” che ci ha fatto tremare e la promessa  sempre in piedi  “Andrà tutto bene”, nonostante tutto, sua colonna sonora. Gli abbracci impossibili e i baci da non dare, “mi raccomando!” E tutto fatto in casa, compleanni, anniversari e lauree con tanto di candeline e cin cin col  mondo intero  tanto “udite udite, la festa , quella vera, è solo rimandata e sarà bellissima! Ah, siete tutti invitati!”

Ecco come è andata. Ce lo dicono le immagini più di mille parole. Ne contengono tutte le informazioni. Si fanno storia, narrazione. E ciò che più emerge è la sensazione di incertezza, di ansia, di paura. Il sentirsi disorientati nello spazio e nel tempo. Il disagio economico, lavorativo, psicologico. Il confronto e l’incontro con la morte. E ci dicono anche cosa ci resterà.  Praticamente tutto. E più di altro, il dramma sanitario e sociale che abbiamo vissuto in questi ultimi mesi e come sono cambiate le nostre vite e le nostre abitudini malgrado qualche sprazzo di fiducia in quell’alba che sempre promette un altro giorno, di  ottimismo e soprattutto la speranza di un finale a lieto fine. Percezioni ed emozioni che abbiamo vissuto individualmente e come collettività.

In una società che ci vede spesso gli uni estranei  agli altri, la vulnerabilità e la fragilità di ciascuno sono  tornate ad essere un valore per tutta la comunità. L’altro è  cosa nostra. Ci  riguarda, come non mai, al di là di ogni giudizio e di ogni pregiudizio.

E l’altro ci resterà. Sicuramente. Quello andato, nel dolore di tutti e quello rimasto, sopravvissuto al dramma. E allora vai con  baci e abbracci in volo da un balcone all’altro per sentirlo più vicino o per farti sentire più vicino. All’infinito. O quello lontano rivisto dopo tanto tempo grazie alle  video chat  e quello nuovo appena  conosciuto qui con altre mille  persone, più o meno, con la promessa, numeri di telefono alla mano, di rivederle tutte al più presto nella piazza più bella della tua città, ora vuota di passi e muta. “Giuro!”

 Le stesse  video chat  dove  hai condiviso  tutto di te:  il pigiama e la tuta in passerella, cose e  cose anche quelle fuori posto, e “che fa, tanto siamo in famiglia! “ Le foto che non vedevi da tempo, libri e film caldamente consigliati, “perché almeno ti fanno pensare ad altro, provare per credere!” Ogni angolo della tua quotidianità, il suo cuore e ciò che avevi al sole, la cucina aperta ad ogni pietanza da sperimentare e persino l’ingrediente più segreto della torta della nonna che mai avresti svelato, “cascasse il mondo!”  E il mondo è cascato davvero e “tutti giù per terra!” E allora il mio è  felicemente tuo e il tuo è mio, suo, loro. Di tutti e per tutti! Anche di quel simpaticone che hai scoperto solo ora abitare al terzo piano del tuo condominio.  “Ma davvero? Incredibile!” 

E giù cuori e cuori in bella mostra doppi, tripli e fuori ogni misura, fatti  a mano, di carta, di stoffa, e chi ne ha più ne metta, in quantità che non conosce esattezza,  per urlare  il tuo amore al mondo intero in tutte le lingue e oltre.

Condividere, ecco cos’altro ci resterà. Quel dividere con tutti. Per resistere. Per non morire.

Siamo sulla stessa barca”  e chiunque o cosa  ci abbia messo su questa barca in tempesta , si sta insieme. “ Nessuno si salva da solo” e “ognuno deve fare la propria parte” come dice il colibrì di Cristicchi. E insieme si rema, si affronta il vento, l’onda, la burrasca per domarla e tornare al mondo. Insieme.

Insieme, questo soprattutto ci resterà a dispetto di ogni distanza. Quell’essere con l’altro  per farsi forza. Per non perderlo. Per non perdersi. Insieme per quel senso di comunità che ci rende umani. Insieme per rinascere alla vita. Una nuova e che sappia di buono.

L. Filomena Taronna