Lucano da Imola, Il monte Gargano e la città di Siponto, 1550, Bergamo, S. Michele al Pozzo Bianco.

 Uno dei problemi fondamentali della nascita del culto micaelico è stato il processo di sincretismo storico-culturale, che si verificò in Puglia, nella Tardantichità, a proposto delle due festività di S. Michele, il 29 settembre e l’8 maggio. La tradizione romana ha consacrato il dies festus  di S. Michele al 29 settembre, data indicata sia dal sacramentario Gelasiano che da quello Gregoriano. Quasi tutta la critica storica ritiene che questa data sia da mettere in rapporto alla dedicazione della Basilica di San Michele sulla Via Salaria  a Roma e non si fa alcun accenno alla tradizione micaelica del Gargano. La festività dell’8 maggio rientrerebbe, invece, nella tradizione garganica ed è da rapportarsi al giorno dell’apparizione della vittoria di Grimoaldo sui Bizantini. All’inizio la Chiesa romana si astenne dalla festa dell’8 maggio, tanto che questa non è citata da nessun martirologo fino all’VIII secolo. Ma con lo sviluppo del pellegrinaggio sul Gargano e la diffusione del culto micaelico i due anniversari, ormai caduta in dimenticanza la Basilica della Salaria, furono attribuiti solo al Gargano:  8 maggio come data della Vittoria dei Longobardi, che ormai consideravano il santuario garganico come loro santuario nazionale e 29 settembre data della dedicazione della grotta.

Coppo di  Marcovaldo (attr.),  S. Michele e Storie, Firenze, Museo degli Uffizi (già Vico l’Abate, S. Michele).

A Costantinopoli, invece, il giorno di Michele era l’8 novembre, giorno che nei sinassari è indicato come sinassi dell’Arcangelo Michele, e nel  Menologio di Basilio II, come sinassi degli Arcangeli. Nel Calendario copto di Calcasensi, Michele ricorre ben sei volte (7 apr., 6 giug., 5 ag., 9 sett., 8 dic.); mentre nel Lezionario siriaco il 6 sett. La determinazione delle due date ha, tuttavia, secondo Bronzini, un significato antropologico. La variabilità degli episodi e delle feste a cui si collegano, si legge in Bronzini, conferma la natura agraria e la funzione ciclica delle due date annuali (29 settembre e 8 maggio), che coincidono con l’inizio e il termine dei grandi lavori agricolo: semina e mietitura. Più che calendariali, sono dunque cicliche (secondo la terminologia etnologica del Van Gennep) le due festività annuali di San Michele legate precisamente ai cicli di autunno e di primavera (Bronzini 1968; Otranto 1981).

Lo studio delle datazioni delle festività di S. Michele ci porta, inoltre, ad esaminare il grado di diffusione e di assimilazione che il culto micaelico ebbe specialmente fra le popolazioni garganiche, che videro proprio nella festività dell’8 maggio, più che nel 29 sett., quel carattere popolare che all’inizio il culto di S. Michele ebbe specie  presso i pastori e i contadini. Non è da sottovalutare, infatti, che all’inizio, specie in ambito orientale, S. Michele ebbe una funzione naturale e risanatrice che si esplicò attraverso i riferimenti ai miracoli operati da S. Michele con l’acqua che sgorgava dalla roccia all’interno della grotta. Successivamente l’Arcangelo venne venerato nelle sue funzioni di guerriero, in quanto capo delle milizie celesti. Tale lo considerò  il popolo longobardo che vedeva in Lui l’Angelo guerriero per eccellenza, diffondendo in tutto il Regno il suo culto e fondando numerose chiese e monasteri. Anzi i Longobardi fecero di S. Michele il loro santo nazionale, facendolo rappresentare sugli scudi e sulle monete.

Del resto anche i Bizantini ebbero una particolare devozione per l’Arcangelo e sin dalle origini lo venerarono, non solo per  i suoi attributi di guerriero, ma  anche di  taumaturgo e di psicopompo. La funzione di guerriero si diffuse specialmente in Occidente e precisamente in epoca carolongia ed ottoniana. Quindi il culto micaelico si innestava spontaneamente, senza alcuna forzatura, su quella religiosità popolare che caratterizzerà fin dall’origine le popolazioni garganiche e che troverà larga accoglienza presso i Longobardi, tanto da considerarsi a ragione come originario del popolo longobardo. E il riconoscimento del nostro Santuario a Patrimonio Mondiale dell’Umanità, da parte dell’UNESCO ( 25 Giugno 2011), non è altro che il tributo che i Longobardi ebbero per il culto micaelico.

                                                            GIUSEPPE PIEMONTESE

                                                  Società di Storia Patria per la Puglia