L’ALBERO DELLA LIBERTÀ - RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE MONTANARA. - Monte S. Angelo Notizie - ilgiornaledimonte.it

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili. Per continuare la navigazione,  clicca sul pulsante per chiudere.

questo sito non fa raccolta dati degli utenti, pertanto non è soggetta al GDPR.

 EVENTUALI BANNER PRESENTI NEL SITO POTREBBERO FARE RACCOLTA DATI NON DIPENDENTI DA NOI. 

logo

 Duecentoventi anni fa, e precisamente l'8 febbraio 1799, le prime avvisaglie della nascita della Repubblica Partenopea arrivarono anche a Monte Sant'Angelo.

La maggior parte della borghesia cittadina, sebbene due anni prima avesse accolto festante il Re Ferdinando e la Regina Carolina in visita al Santuario, aveva intuito il “nuovo corso” e iniziava a professarsi disinvoltamente “giacobina”.

E così un gruppo di “repubblicani”, guidati dal Dottor Fisico Filippo D’Errico, si portò alla Piazza del Lago, lo slargo che si trova tra il Palazzo Ciociola (Corso Vittorio Emanuele 120) e il vicoletto che porta al Rione Coppa.

Qui, da oltre un secolo spiccava un rialzo di roccia che, per una Croce piantata in cima, faceva ricordare il Calvario.

Giunti in questo luogo, il D’Errico e i suoi sodali svelsero la Croce e innalzarono l’Albero della Libertà, un grande pino con parte delle sue foglie, con la berretta della libertà sulla cima e di fianco la bandiera nazionale con fasce tricolori.

Si racconta che, attorno al simbolo della repubblica, i rivoluzionari nostrani (“scimmiotti infrancesati” li chiamerà Mons. Mantuano) rappresentarono scene di “irreligiosa imitazione”.

Ad ogni modo, i “signorotti giacobini” dovettero fronteggiare il disappunto dei ceti più popolari che cantavano a giorni alterni “Viva il Re” e “Viva la Repubblica”.

Infatti, due giorni dopo, il liberale Scipione Ursomandi cercò di portare la quiete e l’ordine pubblico, facendo spiantare l’albero.

Ma i repubblicani più radicali non accettarono e ripiantarono nuovamente il loro vessillo, costringendo l’Ursomandi alla fuga.

Allora la fazione realista, guidata dal notaio Tommaso Torres, fece la controffensiva e con Antonio Caravanti, Antonio Piemontese e Giovanni D’Apolito, armati di accette e seghe, abbatté l’albero repubblicano.

La situazione si ribaltò nuovamente nel giro di qualche giorno.
Infatti, il 14 febbraio giunse a Monte, per “democratizzare” la Città, il Commissario del Governo provvisorio repubblicano, Zefiro Marone, il quale fece arrestare il Caravanti, autore dell’espianto, ed ordinò di inalberare di nuovo il vessillo della Libertà in Piazza del Lago.

Quando si avvicinò la fine della breve esperienza repubblicana, Antonio Caravanti fu rimesso in libertà e il 20 maggio 1799, insieme al Notaio Torres, sradicò definitivamente il simbolo della Repubblica, facendo festa con “…lumi, fuochi e botte per tre giorni continui, con suono di campane, con canto nella Chiesa Madre di San Michele del Te Deum e Messa solenne…”.

L’avvenuta riconsacrazione del luogo venne affidata, a futura memoria, ad un’edicola col Crocifisso, che ancora oggi compare in Corso Vittorio Emanuele sulla facciata di Palazzo Piemontese, adiacente all’ex Bar Ausonia.

Il vicoletto, ove è stato piantato ed abbattuto l’Albero della Libertà,è denominato da allora "Chiasso della Scure", a ricordo del "fracasso" prodotto dalle "accettate".

Monte Sant'Angelo, lì 8 febbraio 2019

Michele Picaro