A don Francesco Ciuffreda verrà intitolata una piazza di Monte Sant'Angelo. Lunedì convocato Consiglio comunale

Verrà intitolata al sacerdote Don Francesco Ciuffreda una piazza di Monte Sant’Angelo, sita nel rione Fosso, dove don Ciccio operò tra mille difficoltà subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale nei primi anni cinquanta del secolo scorso. Don Ciccio seppe divulgare il Vangelo fra la povera gente, di quel Rione montanaro oramai quasi del tutto scomparso nella sua orografia originaria, con palazzi e casette che sono andate a sostituire le fredde e scomode abitazioni ricavate nelle grotte dove risiedevano centinaia di montanari poveri e sfortunati. Sarebbe comunque riduttivo come ha giustamente sottolineato lo scrittore montanaro Matteo Rivino, autore di un libro su Don Francesco, in una sua pubblicazione di qualche anno fa, considerare Don Cicco un semplice prete di provincia. In realtà egli ha fatto cose che darebbero lustro al più moderno e illuminato dei preti d’avanguardia celebrati nelle cronache di questa nostra epoca nutrita di comunicazione. Un prete che già in vita veniva considerato un santo per la sua opera tesa non solo a divulgare il Vangelo ma anche finalizzata all’elevazione spirituale, economica e culturale della popolazione montanara che viveva alla men peggio in quello che, ictu oculi, era un quartiere simile ai Sassi di Matera (i quali, per Alcide de Gasperi, costituivano nei primi anni cinquanta la vergogna d’Italia e che solo recentemente sono stati rivalutati in chiave architettonica e paesaggistica fornendo il pretesto per dichiarare Matera stessa città capitale europea della Cultura entrata nel Patrimonio Unesco). Ecco cosa scrive Matteo Rivino, milanese d’adozione ma montanaro di nascita, di Don Ciccio nella sua prefazione al libro uscito negli anni scorsi in cui si legge: “Al giorno d’oggi non è di moda mettere in campo concetti impegnativi come santità, eppure per don Francesco è il caso di spenderla questa parola (santità) fuori conio, perché egli ha esercitato in modo eroico le virtù che qualificano i santi: umiltà, mitezza, disinteresse per i beni materiali, ubbidienza alla gerarchia ecclesiastica, generosità senza limiti, intima comunione con Dio, capacità di umanizzare il soprannaturale a beneficio del prossimo cui ha dedicato la vita”. Riuscì negli anni successivi alla seconda guerra mondiale (apportatrice di distruzione e povertà) a far costruire una chiesa (detta chiesetta del Sacro Cuore di Gesù), che divenne il fulcro centrale della vita anche non strettamente religiosa del quartiere Fosso dopo che fino al 1954 la parrocchia del Sacro Cuore appunto era ubicata in Corso Vittorio Emanuele, in quella che è conosciuta come la chiesa di San Giuseppe. Fu così, nel 1954, che cominciò la storia della chiesetta, una piccola casa per tutti coloro che abitavano nel quartiere Fosso, un punto di riferimento concreto per la gente di quel rione in cui fino alla metà del secolo scorso mancava un po’ tutto, dalle strade ai servizi igienici, dalla luce elettrica all’acqua corrente, dal telefono al riscaldamento. In questo contesto fatto di precarietà ed indigenza operò Don Ciccio, anima caritatevole, mossa da uno spirito missionario e di cristiano servizio sempre pronto ad andare incontro alla gente povera e capace di suscitare in tanti dei suoi parrocchiani profonde e sincere vocazioni religiose. Grazie a don Francesco sorsero le scuole parrocchiali di quartiere, materna, elementare e media e fu per merito suo che le suore del Sacro Cuore dette Ancelle di San Michele si sono spese in questi anni a favore dei ragazzi montanari educati mediante la catechesi al rispetto del Vangelo e del prossimo. Donare è stato sempre il suo stile di vita, nessuno mai andava mai a mani vuote. Fu grazie a lui che furono costruite le prime case del quartiere degne di questo nome in luogo di quelle fredde e scomode grotte in cui si viveva fino alla metà del Novecento. Per tutti don Ciccio a Monte è già un santo ed è per questo che Giovanni Vergura, (fissando il Consiglio comunale all’11 novembre a quanto dichiarato), presidente del Consiglio comunale angiolino, ha proposto l’intitolazione di una Piazza, ex Vico Cappelluccio, a don Francesco Ciuffreda, su richiesta dell’attuale parroco Don Nicola Cardillo che continua l’opera di Don Francesco e di don Salvatore Notarangelo, deceduto l’anno scorso. Fra i tanti meriti di don Francesco ce n’è uno davvero raro: non ha avuto nemici, soprattutto se si pensa alle opere concrete che è riuscito a creare in un quartiere degradato come il Rione Fosso, simbolo della povertà e della precarietà in cui viveva tanta gente fino subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Matteo Rinaldi