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       Stava li, seduta sui ciottoli della spiaggia di Mattinata a godersi il sole, sempre bella. Carlo la guardava incredulo e cercava di rammentare l’ultima volta che si erano visti, che si erano parlati, ma il tempo confondeva sogni e ricordi. Quanti anni erano passati.

     Era sicuramente l’ultimo anno di scuola. Come allora, cercava di trovare il coraggio di avvicinarla. Voleva proprio salutarla, parlare con lei, sapere come erano andate le cose, ma che dirle.

     Finita la scuola si erano promessi eterno amore. Dopo qualche telefonata e poche lettere, Carlo non aveva più risposto e non si erano più visti. Quelli che erano stati i giorni più belli della loro vita erano finiti nella pattumiera di tutti i giorni. “Forse torno domani” aveva pensato “Meglio andare via”.

     Tutto era cominciato la vigilia di quel Carnevale.

     Carlo Sanrocco veniva da Rodi, tranquillo, col sorriso sempre sulle labbra e con qualche chilo in più. Abitava con altri studenti dalla signora Camilla da quando, cinque anni prima, aveva deciso di studiare a Monte sant’Angelo e quel mese di ottobre avrebbe fatto carte false per conoscere Graziella. Quella, però, di mosconi attorno ne aveva parecchi.

       Corso Vittorio Emanuele sembrava un formicaio dopo la pioggia. I ragazzi e le ragazze, verso le otto e un quarto, si mettevano per la via per andare a scuola là, verso il castello. Carlo si fermava vicino al bar Stella e, quando Graziella passava  davanti, distanziato di qualche passo, la seguiva cercando il coraggio di avvicinarla. Su per la scalinata di Torre dei Giganti le passava davanti,  la guardava sperando di incrociare il suo sguardo e si attardava per farsi superare ancora. Le girava attorno come un gallo.

     Che sguardi teneri e languidi sospiri davanti la scuola. Poi la campanella impietosa suonava; una nella terza B dell’Istituto magistrale, l’altro nella terza A del Liceo ginnasio e tutto ricominciava all’ora di uscita. Il suono della campanella apriva la voliera e gli alunni sgattaiolavano da tutte le parti. I ragazzini delle medie in fretta verso casa per il pranzo. Si attardavano quelli delle classi superiori e, lungo il corso, una coppietta all’angolo di una strada, una all’angolo di un’altra, rubavano gli ultimi minuti prima di lasciarsi.

     Anche Carlo correva verso la porta del Magistrale e cercava di capire se la terza A era già uscita. Aveva imparato a memoria l’orario settimanale e, quando finiva le lezioni alle dodici e tenta, aspettava con pazienza fino all’una e trenta per vedere la sua Graziella scendere dalla scalinata. Avrebbe marinato volentieri la scuola quando la ragazza usciva un’ora prima ma non aveva nessuno che gli giustificasse l’assenza.

     “Quella non ha alcun legame. Che aspetti a farti avanti”. Nicola, l’amico di stanza a cui aveva raccontato tutto, cercava di spronarlo ma Carlo, in mezzo a tutta quella confusione, non riusciva ad avvicinarsi e il coraggio gli mancava anche all’uscita dalla scuola. Mentre studiava Catullo e Leopardi si distraeva e, chiusi gli occhi, gli sembrava di tenere la mano della ragazza e di passeggiare verso la rotonda, nascosti alla luce dai rami degli abeti.

     “Qui si sogna...” La voce stridula della signora Camilla arrivava come un lampo a ciel sereno e lo richiamava alla realtà. Quanto la odiava in quelle occasioni.

     La sera, sopra e sotto per il corso con gli amici, sperava sempre di vederla apparire dopo una curva, accanto a qualche amica comune.

     “Se la incontro, è la volta buona” giurava ogni volta sicuro e quando la incontrava, i passi a distanza di sicurezza, continuava la danza del gallo. Le serate più fredde entrava nella pasticceria di Alberto, proprio in mezzo al corso, prendeva una santa rosa e, da dietro ai vetri osservava i passanti. A volte tornava a casa deluso: non sempre Graziella usciva e quando appariva in fondo alla via, ecco che si presentavano i mille dubbi che lo tenevano imbambolato e invidiava i ragazzi che le stavano accanto e scherzavano, ridevano.

     “E se mi manda al diavolo? E se mi prende in giro? E se mi crede un pappagallo?”. E se!… e se!…. Così tornava a casa con l’amaro sapore della sconfitta.

     Era stato faticoso organizzare la festa dello studente. Costruire i carri in un garage riscaldato con gli avanzi della legna da cantiere bruciata nei bidoni della calce; preparare la commedia per la rappresentazione teatrale nel circolo “Amici del disco”; organizzare la festa danzante con il complessino chiamato da fuori che imitava pietre rotolanti e scarafaggi.

     Quanta allegria il giorno della sfilata e quello della rappresentazione della commedia di Peppino De Filippo “Non è vero ma ci credo”. Il commendatore Gervasio Savastano (Carlo) era stato bravissimo. In platea c’era anche Graziella che applaudiva e Carlo si era sentito un eroe. Anche le feste di Carnevale volgevano a termine, rimaneva soltanto il veglione della vigilia nella sala della  platea al cinema Granatiero.

     Non era stato facile per Graziella avere l’autorizzazione dei genitori. Certo, qualche volta era stata a ballare a casa di amici. Un compleanno, la festa patronale, un’occasione clandestina, ma a ballare in veglioni senza controllo non se ne parlava.

     Anna Di Trani e Gabriele Carelli, i più bravi della terza A, avevano promesso ai genitori di Graziella che sarebbero stati sempre in gruppo e avrebbero accompagnata l’amica dopo la festa.

     Carlo, tra ragazzi con il pantalone a zampa di elefante bicolore e camice dai colli pendenti, ragazzi con jeans e scarpe da tennis alte alla caviglia e capelli sulle orecchie, si era presentato al botteghino col vestito blu e il papillon a pallini su camicia bianca. Sembrava un manichino. Appena davanti al bar aveva visto la sua Graziella. Il vestitino nero fino ai polpacci e un merletto sulla scollatura; un’ampia cintura con la borchia in argento e scarpe con i tacchi alti. I capelli tirati al in su le davano un’aria da donna che non aveva mai visto.

     Ora con questo, ora con quello, Graziella non aveva perso un ballo. Sembrava la reginetta della serata. Quante volte aveva cercato di calcolare il tempo per invitarla a ballare ma gli altri erano sempre più svelti di lui e quando, sconfitto, si era nascosto dietro un bicchierino di Gin:

     “Ecco il nostro commendator Gervasio”.

     Gabriele Carelli si era avvicinato a Carlo e si era congratulato con lui. “Questa è Graziella, Graziella Ferrara”.

     Le aveva dato la mano e impacciato come un novizio davanti a un peccato grave: “Lo so”, era riuscito e farfugliare. Graziella lo aveva tirato verso la sala e avevano ballato assieme tutta la sera.   

     “Domani esci?” le aveva chiesto appena arrivati davanti al portone di casa e Graziella si era avvicinata piano piano e lo aveva baciato. Saltellava di gioia mentre rientrava della signora Camilla.

     Era stata una primavera stupenda.

     Quei giorni di giugno erano stati duri. L’odore dell’estate e poco tempo per incontrare Graziella. Bisognava studiare. La metà di luglio aveva festeggiato con Graziella l’esito degli esami di stato e prima di partire, sulla luna che si bagnava nel golfo, si erano giurati eterno amore.

     È proprio vero. La luna e il vento sono pieni di giuramenti mancati e di promesse dimenticate. Dopo qualche lettera e alcune telefonate, Carlo aveva dimenticato la sua Graziella e non si erano più sentiti né visti.

     “Chissà perché l’ho lasciata andare”.

     Graziella stava li sdraiata sul telo giallo e arancio e il ricordo di essere sparito senza una spiegazione lo faceva sentire in colpa. “Forse è meglio che vada”, diceva a se stesso mentre continuava a guardare senza muovere un passo.

     “Carlo!… Carlo Sanrocco. Sempre timido!..., sempre lo stesso”. Graziella lo aveva riconosciuto, lo aveva raggiunto e lo abbracciava con affetto. Sembrava la sera di Carnevale di tanti anni addietro. Forse aveva dimenticato che, senza alcun motivo, non aveva più risposto alle sue lettere.

     “È stata una primavera meravigliosa. Quando il tempo comincia a pesare e la luna fa capolino dentro al mare, mi torna ancora in mente il bacio dato a quel manichino con la farfalla a pois e la camicia bianca. La nostalgia, a volte, è una cattiva compagna” gli aveva detto “E tu... mi hai pensato qualche volta?”

     “Sei bellissima, come allora. A volte la malinconia si presenta senza essere invitata e la tristezza mi ha costretto a fare i conti con quella ragazzina con il vestitino nero fino ai polpacci e il merletto ocra sulla scollatura, la cintura con la borchia in argento che stringeva in vita, le scarpe con i tacchi alti, i capelli tirati al in su: eri la regina della festa. Si. Qualche volta mi chiedo come sarebbe andata se fossimo rimasti assieme”.

     Carlo aveva preso la mano di Graziella e si erano seduti a un tavolo in faccia al mare. Uno di fronte all’altra, sembravano due innamorati che non sanno cosa dire.

     “Mamma… mamma”. Una bellissima ragazza tra la gente aveva attiralo l’attenzione della donna.

     “Graziella… Graziella Ferrara”. Aveva pensato: “Quella è la mia Graziella”.

     Il tempo si era sciolto tutto d’un tratto e un ragazzo con i libri in mano, davanti al bar Stella, guardava la ragazza dei sogni che gli passava davanti e spariva lentamente nella confusione di una mattina di scuola.

     “Quella è mia figlia: ha sedici anni, e quello laggiù, che legge il Corriere, è mio marito”.

Gennaio 2020