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     Il maresciallo Brunelli e l’appuntato Bisoldo verso le dieci del sabato mattina erano entrati nella casetta a pianterreno di corso Vittorio Emanuele. Un terzo finanziere si era piazzato all’esterno, all’angolo della porta per controllare sia il pianterreno che l’ingresso della casa di sopra.

     Un lavandino dorato e un antico rubinetto in ottone alla parete di fronte all’ingresso e uno specchio sistemato all’interno di una cornice foglia oro della fine del XIX secolo che sembrava appena uscita dal falegname. Di fianco la licenza per l’esercizio dell’attività e un documento di iscrizione alla camera di commercio ingiallito dal tempo.

     Nella cristalliera addossata alla parete erano disposti in bella vista un set di forbici di ogni misura e foggia, un paio di tazze in ottone e una in ceramica di Deruta per saponata e cinque o sei pennelli da barba, una coramella per affilare i rasoi e una decina di rasoi, alcuni coi manici in avorio altri coi manici in osso di diverso colore, uno spruzzatore che sembrava la lampada di Aladino e un paio di spazzole, un piumino da cipria e alcuni pettini in osso che occupavano tre interi ripiani.

     Nel ripiano di mezzo alcune vecchie bottiglie di shampoo e una raccolta di bottigliette di acqua di colonia e di profumi sistemati attorno ad un asciuga capelli in acciaio inox con il manico in legno e bachelite.

Attaccati a una serie di chiodini infissi sul lato della cristalliera un centinaio di calendarietti profumati con donne in costume, un testone più grande di Gina Lollobrigida accanto alla foto sbiadita di Enrico Berlinguer.

     Era proprio un bel locale. All’angolo un tavolo con sopra una scacchiera e due sgabelli in pelle testa di moro e soltanto un paio di poltroncine per i clienti.

     In bella vista un vistoso cartello con su scritto “Si servono soltanto i signori clienti che hanno prenotato”.

     “Cerchiamo il signor Cirillo” aveva chiesto il maresciallo.

     “Sono io il signor Cirillo. Posso esservi utile…?” aveva risposto con cortesia l’uomo seduto sulla sedia molto antica in acciaio cromato mentre posava sullo sbalzo del lavandino il corriere che stava leggendo.

     “Io sono il maresciallo Brunelli e questo è il brigadiere Bisoldo” aveva dichiarato il nuovo entrato mostrando il tesserino di guardia di finanza “questa è la copia dell’ordinanza di accesso. Dobbiamo effettuare una verifica fiscale della vostra attività”.

     Avevano appeso i soprabiti all’elegante attaccapanni in ferro battuto con l’ombrelliera e la cappelliera foderata di raso rosso e avevano cominciato a guardare attorno.

     “Come un controllo…? Io sono a posto…. Io non…” cercava di dire il signor Cirillo che, colto di sorpresa, sembrava non comprendesse cosa realmente dovessero fare i due militari.

     “Se ci sono tutti i documenti a posto, ci sbrigheremo in fretta” lo aveva interrotto il brigadiere “ora non ci faccia perdere tempo… nel vostro interesse e nel nostro. Quando prima concludiamo la verifica prima ce ne andiamo”.

     Il povero Cirillo era rimasto interdetto. Aveva rispettato sempre, con attenzione, tutte le leggi non solo per la sua innata onesta ma perché non voleva impicci con nessuno, specialmente con lo stato e i suoi rappresentati e, fino ad allora, non gli era stata contestata neppure una multa. A dire il vero, si irritava anche quando i carabinieri lo fermavano alla guida dell’auto per controllare i documenti, figurarsi adesso che la guardia di finanza era entrata in casa sua per una verifica fiscale.

     “Una verifica fiscale…? E per che cosa…” pensava tra se e se quando il brigadiere gli aveva chiesto con fare cortese:

     “Per prima cosa ci faccia vedere i registri contabili”.

     “Ma io non ho registri contabili” aveva risposto l’uomo “a che mi servono…?”

     “Non dica sciocchezze…!” aveva risposto severo il maresciallo “Se non li ha, ci mostri il registro delle fatture d’acquisto e il blocchetto delle ricevute fiscali”.

     “Vede, maresciallo, mi creda. A me non servono fatture d’acquisto e blocchetti delle ricevute fiscali” aveva dichiarato Cirillo un poco preoccupato “Perché dovrei mostrarvi fatture d’acquisto e ricevute fiscali…?”

     “Lei vuole prenderci in giro…” aveva ribadito il maresciallo un poco spazientito, “lei è tenuto alla compilazione e alla conservazione delle scritture contabili. Mi creda… non è il caso. Non aggravi una situazione che mi sembra già particolarmente grave”.

     “Che situazione particolarmente grave… Lor signori stanno prendendo un granchio… non avete ben capito chi sono io… io non…” e non era riuscito a finire la frase.

     “Brigadiere … scriva …” lo aveva interrotto il più alto in grado, alzando la voce, “questa è minaccia a pubblico ufficiale e intralcio alla giustizia. Egregio signor Cirillo… non ha ancora capito che questa è una cosa seria e se non vuole collaborare le carte le cerchiamo da noi. Qui c’è un provvedimento esecutivo e noi dobbiamo effettuare i dovuti controlli”.

     “Oggi sono il primo, chi mi fai la barba…?” avevano chiesto Anselmo in tono gioioso appena entrato.

     “E’ meglio se andate a prendere un caffè” aveva commentato il brigadiere mentre volgeva una sguardo accusatorio verso Cirillo “oggi non si fanno barbe e capelli, Se lo desidera, signor Cirillo, noi possiamo continuare anche da soli, se ci autorizza, naturalmente”.

     “Ecco tutte le chiavi…” aveva risposto scoraggiato Cirillo “in presenza di testimoni vi autorizzo ad andare avanti anche in mia assenza. Io torno verso mezzogiorno”.

     “Che vuole la guardia di finanza da te?” aveva chiesto Anselmo appena fuori dalla porta.

     “Stanno facendo una verifica fiscale, credo. Ho cercato di capire cosa cercano ma non mi hanno fatto parlare” aveva risposto Cirillo “devo aver combinato qualche pasticcio col mutuo per comprare la cinquecento. Lo avevo detto a quelli della concessionaria: è meglio che paghi tutto in contanti. Ma quelli mi hanno convinto che così facendo, avrei risparmiato”.

     “Forse è meglio chiamare l’avvocato Manfredi… “aveva suggerito Anselmo “con questa gente non si sa mai dove si va a parare”.

     “Ma quale avvocato… che gli racconto. Forse è meglio aspettare. Io non riesco proprio a capire cosa cercano e che cosa vogliono da me. Per la miseria!... Quando più cerco di rispettare tutto e tutti, più mi capitano guai e accidenti”.

     “Non cominciare ed esagerare, come al solito. Ancora non sei finito in galera e il mondo non è crollato. Hai ragione. Qualunque cosa ti contestano c’è sempre un bel po’ di tempo per rimediare. Adesso prendiamo il caffè e ti conviene tornare a casa. Può darsi che si possa capire cosa succede”.

     Avevano cercato dappertutto. Avevano aperto ogni tiretto e avevano ispezionato anche un piccolo locale con un accesso che doveva essere la porticina della vecchia cisterna ormai utilizzata soltanto per tenere qualche bottiglia di vino al fresco.

     Nella bottega avevano trovato soltanto un registro dei corrispettivi di una ventina d’anni prima, la fatture di acquisto dell’asciuga capelli Siemens Vintage che giaceva nella cristalliere, datata 14 dicembre 1956, e una fattura di trentasette mila lire per l’acquisto di due rasoi col manico in avorio degli anni ‘60. La copia di quattro o cinque ricevute, una diversa dall’altra, rilasciate a clienti agli inizi degli anni ‘70 e una fattura dello stesso periodo su cui vi era un’annotazione: “Unica fattura rilasciata in tutta la mia professione su richiesta del cliente. Firmato: Andrea Cirillo”.

     Appena rientrato nella bottega, il maresciallo aveva chiesto all’uomo di accompagnarlo a casa.

     “Maresciallo… permettetemi di spiegare…. Forse c’è un errore”. Aveva tentato di riprendere Cirillo ma il Maresciallo gli aveva subito chiesto di non raccontare bugie e di non trovare scuse.

     “Abito proprio qui sopra, al portone a fianco”. Cirillo e i due uomini di legge erano usciti dalla bottega e subito l’appuntato, che si era piazzato davanti alla porta, si era avvicinato al maresciallo e gli aveva riferito qualcosa all’orecchio.

     “Bene… apra la porta…” aveva chiesto il maresciallo. “Ho bisogno delle chiavi che vi ho consegnato prima” aveva risposto l’uomo e, aperta la porta, erano entrati in casa.

     Una grande salone d’ingresso con due salotti e un grande tappeto persiano; una camino di marmo all’angolo e un mobile bar particolarmente fornito. La stanza da letto con armadio comò e comodini di Cantù e uno studio con una bella libreria piena di libri in bell’ordine, stanze luminose con ampi balconi e vista verso le verdi cime della foresta Umbra e di Monte Sacro fino ad una striscia di mare. Cirillo gli aveva consegnato una borsa con documenti catastali, le ricevute di pagamento del canone della televisione, quelli della luce e delle tasse comunali. Aveva aperto subito la cassaforte situata dietro un quadro raffigurante una marina con due barche veleggianti tra onde increspate e si era messo da parte.

     “Sono scapolo” aveva detto “una signora viene due o tre volte la settimana a ordinare la casa”.

     “Scapolo, una casa grande e ben tenuta e con una donna di pulizie, per giunta. Dove li prenderà tutti questi soldi” aveva pensato il maresciallo.

     Avevano guardato dentro a un paio di sgabuzzino aprendo a casaccio qualche scatola. Niente documenti.

     Avevano aperto l’armadio e guardato nei tiretti del comò e dei comodini. Avevano guardato dietro i libri e ne avevano sfogliati alcuni, avevano guardato sotto il letto.

     Niente. Nessun documento nascosto. Nessun segno di attività.

     “Maresciallo, ma fatemi capire…. Cosa state cercando? Forse    posso aiutarvi”.

     “Siediti e a aspetta…” aveva risposto il brigadiere “Abbiamo quasi finito. Una verifica veloce e senza possibilità di contestazioni”.

     Finita la verifica, il maresciallo Brunelli, con il brigadiere Bisoldo e il signor Cirillo erano tornati nella bottega.

     Aveva chiamato il signor Cirillo che, intanto, aveva preparato il caffè.

     “Ecco il verbale di chiusura” aveva detto “oltre alle sanzioni amministrative, che saranno particolarmente salate, si intravedono anche responsabilità penali. Sicuramente avrà bisogno di un buon avvocato” e aveva cominciato a leggere con calma.

     Processo verbale di accertamento fiscale a carico del signor Cirillo etc. etc. …. Io maresciallo Brunelli Vito, coadiuvato dall’appuntato Bisoldo Arturo del ministero etc. etc…, il giorno 20 settembre etc. etc. ho accertato quanto segue:

  • Mancato rinnovo iscrizione alla camera di commercio;
  • Mancata tenuta dei registri fiscali;
  • Mancata tenuta del blocchetto delle ricevute;
  • Mancata tenuta del registro delle fatture d’acquisto;
  • Mancato versamento dell’IVA;
  • Mancato possesso del libretto sanitario;
  • Mancata certificato di idoneità del locale.

     Risultano, pertanto, violate le norme di cui di cui agli articoli etc… etc … e si specifica che il suddetto Cirillo non ha fornito alcun aiuto nel corso della ricerca dei documenti richiesti costituendo tale comportamento quale presupposto per l’applicazione delle aggravanti del caso.

     Avverto il signor Cirillo che, se ha delle dichiarazioni da mettere a verbale, per alleggerire la sua posizione, lo può fare prima di sottoscrivere il presente verbale.

     Il sottoscritto maresciallo Brunelli Vito, pertanto, da atto di aver notificato il presente verbale il giorno 20 settembre 1999, alle ore 13,45 al signor Andrea Cirillo che ….

     “Intende sottoscrivere il verbale o annoto che si rifiuta di farlo?” aveva chiesto il maresciallo.

     “Andrea Cirillo…? Ha detto Andrea… Cirillo…”.

     Imbarazzato, con un sospiro liberatorio e una visibile inquietudine, Cirillo aveva respirato profondamente. Aveva capito quello che stava accadendo e cercava, senza riuscirci, di non ridere.

     Aveva versato il caffè nelle tazzine sistemate sul tavolo, ne aveva presa una e aveva iniziato a parlare.

     “Proprio un minuto di pazienza. Prima di mettere a verbale quello che ho da dire… e di firmare quello che volete….

     Signor maresciallo, è mio dovere, visto che finora non sono riuscito a interloquire con le signorie vostre, far presente che io mio chiamo Cirillo Pasquale, non Andrea. Ecco i documenti.

     Questa che sembra una sala da barba non è altro che una specie di museo che tengo pulito e in ordine in onore di mio padre.

     “Vede…” aveva aperto il rubinetto d’ottone alla parete e non era uscita una goccia d’acqua.

     “Vede…” aveva aperto un paio di bottiglie degli shampoo che facevano bella mostra di se nella cristalliera ed erano assolutamente vuote.

     “Vede… gli strumenti in bell’ordine nella cristalliera sono molto antichi. Alcuni di mio padre ed altri di mio nonno.

     “Cirillo Andrea…?” aveva detto nascondendo a mala pena un ghigno ironico che stava per affiorargli sulle lebbra “ha smesso di fare il barbiere da più di una decina d’anni. Se lo desiderate, gli unici documenti che vi posso dare è la cancellazione dalla camera di commercio, l’ultima dichiarazione dei redditi e il certificato di morte”.

Settembre 2017