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"Quanta fatica per conquistare un posto al ...sole. Sacrifici, umiliazioni, fatica e, quando hai coronato il sogno, ecco la sorpresa… non proprio negativa. spero che vi aiuti a passare meglio la giornata. un inchino a tutti."(Domenico Rognanese)  

 

  “Tre anni di sacrifici e questo è il risultato” aveva sbottato dimenando le mani sopra la testa ed era uscito dalla sala d’aspetto sbattendo la porta, bestemmiando e imprecando. Ad ogni passo un santo, un calcio all’aria e una pestata alle basole come se volesse spiaccicare il mondo.

     E via a prendersela con San Michele Arcangelo, la Madonna di Siponto, la Madonna della Luce, San Giovanni, San Marco e San Matteo; ogni tanto sbottava contro tutti i santi.

     “Dovevate fulminarli. Vatti a fidare, tutta colpa di quella puttana dell’ostetrica e di quello stronzo del medico” borbottava, prima di riprendere a bestemmiare, in fila, il santo patrono del suo paese e quelli dei paesi vicini mentre saliva per le scale arrancando, fermandosi e ansando per il gran caldo dei primi giorni di agosto.

     “Tre anni di sacrifici e questo è il risultato…” continuava a dire a sé stesso.

     Raffaella Delli Gatti, maritata Marcantonio Tortorella, casalinga, assai pratica dei lavori di casa e della gestione della famiglia, continuava ogni anno a sfornare un bambino. Non le pesava molto quella condizione del tutto simile a quella di casa sua. Anche la madre aveva fatto figli uno dopo l’altro e li aveva cresciuti senza particolari problemi e senza particolari attenzioni.

     Marcantonio, con un bel paio di spalle, un leggero strabismo e con il collo da pollo accentuato dalla barbetta e dai capelli rossi pettinati a spazzola, aveva frequentato per tre o quattro anni l’istituto tecnico commerciale arrivando al secondo anno senza mai concluderlo fin quando aveva lasciato la scuola e il paese per seguire Anselmo, un suo amico d’infanzia, a Bologna.

     Anselmo era tornato per le festività pasquali con una vecchia macchina ma di grossa cilindrata. Nei pochi giorni di ferie aveva bevuto in tutti locali del paese e mangiato in tutte le pizzerie spendendo soldi per sé e per gli amici. 

     “Ho trovato subito lavoro in una cooperativa di servizi” aveva raccontato con meraviglia: “mi pagano regolarmente a fine mese e versano anche i contributi”. Un miraggio.

     L’amico, però, gli aveva raccontato solo la parte interessante della vita in città, dimenticando il resto, e Marcantonio aveva accettato di partire con la speranza di trovare un buon posto di lavoro e avere anche lui tanti soldi in tasca e un paio di scarpe a due colori. Sembrava che la città lo aspettasse. Gli aveva mostrato subito la faccia interessante e, poi, anche il resto era arrivato.

     La periferia della città, specialmente dalle parti delle colline della Futa era come al paese e aveva finito per fare lavori che non aveva mai accettato a casa.

     Spurgo delle fogne, pulitura dei giardini, sgombero cantine colme di vecchia roba e di tanti topi, traslochi e lavori di facchinaggio.

     Quando era tornato a casa per le feste di Natale, si era guardato attorno e non aveva più voluto ripartire per Bologna.

     “Vivere in periferia in una stanzetta rabberciata e arrivare la sera a casa soltanto per aspettare il giorno dopo” aveva raccontato agli amici “non è il massimo delle mie aspirazioni. Sapete, la solitudine è una pessima compagna. Preferisco rimediare quello che è possibile a casa mia piuttosto che arrangiarmi lontano dalle mie abitudini”.

     Non che avesse grandi aspirazioni ma, Marcantonio, aveva poche idee e molto chiare. Intanto era convinto che per trovare una sistemazione non doveva allontanarsi dal paese e doveva fare lo scudiero al potente di turno. Aveva, quindi, sottoscritto la tessera del partito al governo e ne bazzicava assiduamente la sede. Puntuale, apriva sempre alla stessa ora la porta e teneva le stanze pulite. Non mancava mai alle riunioni e quando era necessario alzare la mano, si guarda attorno, aspettava che l’amico decidesse, e si accodava a lui senza pudore.

     Non era uno scansa fatiche ma lavorava soltanto in nero. Accettava soltanto lavori precari. Non disdegnava di sgorgare i tombini intasati o scaricare i sacchi di farina per i forni del paese ed era sempre disponibile per qualunque lavoro.

     Iscritto da sempre all’ufficio di collocamento e in perenne attesa di essere chiamato come operatore ecologico, spazzino, per dirla all’antica, rimaneva rigorosamente disoccupato.

     Ogni anno di disoccupazione gli faceva aumentare il punteggio in graduatoria e, quando aveva capito che il matrimonio e i figli gli avrebbero dato più punteggi aggiuntivi, si era guardato in giro. Così a ventiquattro anni aveva sposato Raffaella, bassina con la tendenza a ingrassare, e come il marito, con un leggero strabismo, di due anni più giovane. Per scalare la graduatoria degli aspiranti spazzini, avevano cominciato a fare figli.

     Uno all’anno.

     Il quinto era stato un parto difficile che aveva messo a serio rischio la vita della donna. Il medico e l’ostetrica condotta avevano ammonito l’uomo.

     “La prossima volta questa donna ci rimane” gli avevano detto senza mezzi termini, “e ti ritrovi con cinque bocche da sfamare e senza moglie”.

     Quando Marcantonio era andato a ritirare il pacco che l’assistente sociale gli aveva preparato, oltre ad alcuni barattoli di latte e cinque o sei pacchi di pannolini, un barattolo di cipria ed un tubetto di crema, il biberon e uno scalda vivande per Libera, così avevano chiamata la bimba nata il giorno della Liberazione, aveva trovato anche cinque scatole di profilattici.

     La paura aveva reso i due coniugi più attenti e dopo l’ultima figlia per oltre paio d’anni la donna non era rimasta incinta anche perché, finalmente, era salito in cima alla graduatoria degli operatori ecologici e la speranza di diventare spazzino si avvicinava sempre più.

     Le caldissime giornate che avevano bruciato quell’estate erano state cancellate dai primi temporali settembrini. Marcantonio aveva appena stivato i carboni di cerro nello scantinato di casa quando don Antonio, assessore alle attività produttive, lo aveva convocato nella stanzetta sul retro della sede del partito.

     “Caro ragazzo” gli aveva annunciato con tono confidenziale, “dal primo del mese prossimo la ditta Scopece ti assume. Mi raccomando, tieni la bocca chiusa anche con tua moglie fin quando non ricevi la comunicazione ufficiale”.

     Marcantonio si era alzato dalla scrivania frastornato, gli aveva baciato la mano e le ganbe lo avevano portato via saltellando di gioia.

     Il primo stipendio lo aveva speso per vestire a festa la moglie e i cinque ragazzini. Anni di attese e di umiliazioni ma, alla fine, aveva raggiunto il suo scopo; aveva vinto. Poteva mandare al diavolo il partito, l’ufficio di collocamento, il medico e l’ostetrica. Poteva lavorare serenamente e fare un po’ di testa sua. Finalmente si sentiva libero.

     A gennaio la signora Raffaella si era accorta di essere incinta e per i mesi successivi, come al solito, aveva atteso il giorno del parto seguendo i consigli della madre. Le visite specialistiche erano inutili, inutile e costose.

     “A che serve farsi visitare” era solita rispondere all’ostetrica che si era fatta vedere un paio di volte, “sarà fatta la volontà di Dio e Marcantonio ha portato una grossa candela a San Michele”.

     Ormai vicina alla scadenza della gravidanza il medico, preoccupato, aveva disposto il ricovero in ospedale e al povero Marcantonio arano cadute le braccia.

     Tornava ammonitrice la voce del medico e dell’ostetrica di tre anni prima: “La prossima volta questa donna ci rimane e ti ritrovi con cinque bocche da sfamare e senza moglie”.

     Erano stati quattro giorni d’inferno prima che la moglie partorisse. Sempre presente in ospedale, ogni minuto libero accanto alla sua donna mentre continuava a ronzare per la testa la stessa idea. “Cinque bocche da sfamare e senza moglie” e immaginava già la moglie morta: “e come farò a stare dietro ai ragazzi?”

     Un pomeriggio tardi l’avevano messa sulla barella e l’avevano porta in sala operatoria.

     “Non è il primo parto” continuava a dirgli la suocera, “vedrai che si spiccerà subito e tra pochi giorni staremo tutti a casa”.

     Ma come stare tranquillo. Cercava informazioni da qualche infermiera che, indaffarata e frettolosa, passava per la sala d’attesa: “Va tutto bene… va tutto bene…” si sentiva rispondere “aspetta e non ti preoccupare”.

     “È facile raccontare che va tutto bene quando il mondo che sta per cadere non ti appartiene” diceva alla suocera seduta accanto che cercava di tenere a freno, senza riuscirci, tre dei ragazzi più grandicelli che scorrazzavano per il corridoio aspettando l’arrivo del fratellino o della sorellina.

     Le luci della sala d’attesa erano accese già da un pezzo quando dalla sala parto era uscito il medico.

     “È andato tutto bene…” aveva comunicato ad alta voce “le infermiere hanno portando i bimbi nella sala nido”. Dietro i vetri un’infermiera teneva in braccio due batuffoli con il fiocco rosa e un’altra mostrava un fagotto con un fiocco azzurro.

     “Ecco i nuovi arrivati” aveva aggiunto il medico “auguri”.

     “Tre figli assieme…! Tutti e tre i miei…?” aveva chiesto al medico sorpreso. “Maledizione!…. Per tre anni non abbiamo fatto figli e adesso arrivano tutti assieme. Maledizione! Maledizione. Tre figli: e chi li cresce adesso? Non era meglio uno all’anno?” aveva inveito contro la suocera ed era andato via. Imprecando e bestemmiando aveva dimenticato la moglie che lo aspettava nella stanza accanto e non aveva neppure guardato i tre marmocchi. Aveva sbattuto la porta.

     Con gli occhi bassi e il cuore in subbuglio camminava rasente il muro come se dovesse nascondersi da qualche impiccio.

     “Tre figli, due femmine e un maschio, e cinque sono otto” faceva e rifaceva i conti tra imprecazioni e bestemmie e i numeri non cambiavano.

     Man mano che si avvicinava alla porta del municipio le imprecazioni e le bestemmie diventavano sempre più rare. Le ultime riguardavano solo il patrono del suo paese, San Michele Arcangelo, e aveva messo da parte le invettive contro il medico e l’ostetrica che lo avevano costretto a non avere un figlio all’anno.

     Si era fermato davanti al portone chiuso del municipio, sovrappensiero. La strada era quella di sempre, solo un po’ più affollata. Le luci che illuminavano i tetti del paese erano sempre le stesse, solo un po’ più luminose. La serata era uguale a tante altre, solo un po’ più serena. 

      “Che ci faccio qui… Non ho neppure baciato i miei figli e con Raffaella dobbiamo decidere come chiamare i bambini”.

  

Aprile 2018