logo

(foto D.Piemontese)

Il desiderio affidato a una stella cadente la notte di San Lorenzo si avvera. Un amore tenero, impossibile, una storia strana chiusa dentro un cancello.
Anche se stamani nevica, è vero, con un po' di pazienza la primavera arriva. Una strizzatina d'occhio. 

   

  “Eccola…! eccola…!” avevano gridato i due ragazzi col naso al in su indicando col dito e Carlo si era girato veloce ma quella, la stella cadente, era già svanita nel fondo del cielo puntellato di lucciole lontane.

     Per tutta la sera aveva cercato la sua stella ma, forse perché guardava dalla parte sbagliata, forse perché, distratto dal desiderio che voleva affidare alla fortuna, aveva visto nel buio della sera soltanto una lucina lampeggiante che viaggiava verso nord. Stanco, stava per alzarsi quando una scia improvvisa si era materializzata:

     “Sarebbe bello incontrare quella ragazza. Sarebbe la più bella vacanza della mia vita” aveva pensato, e aveva affidato alla stella cadente il sogno che, nelle notti calde di quella estate, lo perseguitava da qualche tempo.

     Non ci credeva molto ai sogni. “Ma la sera di san Lorenzo è una sera magica e affidare un desiderio alle stelle non costa nulla” pensava.

     Era la prima volta che veniva sul Gargano. Era stato invitato da Alessandro che possedeva una casetta da queste parti. Un mesetto tra montagna, boschi e mare prima di tuffarsi nell’ultimo anno di studi non guastava proprio.

      Quella sera, aspettando le stelle cadenti, il tempo era passato in fretta e Carlo aveva deciso di lasciare il ristorantino sulla strada di Pulsano. Attorno al golfo una corona di luci si specchiava nel mare color nero di seppia e sulla cresta della montagna, non molto lontana, i lampioni illuminavano le case. Anche con quella luce apparivano bianche, discrete. Alcune ombre chiacchieravano pigramente lungo la via rischiarata dal chiarore appena percettibile delle stelle, assaporando la frescura della sera dopo una giornata molto calda.

     “Che strano…. Mi pare di aver già visto questo golfo color nero di seppia e le sue luci, i lampioni che illuminano le case imbiancate di calce viva e questo tratturo che porta a valle e si perde nel buio” pensava Carlo mentre si guardava intorno in cerca di conferme. “Mi sembra di correre verso le luci nel mare, inseguire un sogno, un fantasma e perdermi lontano” e quella strana sensazione era passata in fretta quando aveva scorto una ragazza appoggiata al cancello  che chiudeva il tratturo che si perdeva nella nuvola di rovi verso valle. 

      “Serata stupenda…” aveva detto Carlo.

     “Proprio stupenda…” aveva risposto la ragazza “Se non ci fossero queste serate non tornerei in questo paese per tutto l’oro del mondo. Mi chiamo Lucia”.

     Si era girata lentamente e il suo viso, la sua figura avevano sorpreso il giovane. “La ragazza del sogno;  quella del desiderio affidato alla stella. Io sono Carlo” aveva balbettato il ragazzo e si erano incamminati verso il paese senza fretta.

     “Mi sembra di averti visto da qualche parte ma non ricordo nè dove né quando. È proprio strano: mi sei familiare. È come se fossi uscito dalle luci che ornano il golfo” aveva detto Lucia, e aveva aggiunto: “quanta gente gira per quelle strade illuminate. Qualcuno solo forse è triste, altri ridono, qualcuno racconta la sua storia e qualcuno ascolta, forse stanno parlando dell’afa e guardano le luci della montagna invidiando quelli, come noi, che si godono la frescura”. Carlo la guardava rapito senza rispondere.

     Capelli castano scuri sciolti sulle spalle e un vestitino color senape, chiaro come gli occhi, ornato di antichi ricami e una cinta alla vita. Sembrava più luminosa dei lampioni che illuminavano il paese sulla cresta non lontana.

     Bighellonando erano arrivati al belvedere e si erano avviati per via Garibaldi tuffandosi nel brusio e tra i mille colori della fiumana di gente.

     “Io abito in una stradina che scende verso il rione Junno” aveva riferito la ragazza appena giunti davanti al San Michele di pietra a ridosso dell’Arco della piazza. “Ecco, sono arrivata. Meglio tornare a casa. Sono molto stanca” aveva aggiunto quasi per scusarsi e, stretta la mano a Carlo, si era incamminata per la scalinata che scendeva verso l’arco in fondo, in penombra.

     Carlo avrebbe voluto accompagnarla fino alla porta, rimanere vicino a quella ragazza per tutta la sera, per tutta la notte, ma quella, Lucia, era scomparsa dietro l’angolo e quando aveva deciso di seguirla, giunto in fondo alla scalinata, non aveva trovato nessuno. Le vie appena illuminate, silenziose, l’avevano inghiottita.

     Che notte agitata. La scia luminosa continuava ad apparire nel buio del cielo e Carlo continuava a ripetere sempre lo stesso desiderio: “Vorrei incontrare la ragazza del sogno. Sarebbe la più bella vacanza della mia vita” e, appena si avvicinava a Lucia appoggiata al cancello che chiudeva il tratturo verso valle, la ragazza lo salutava e correva via scomparendo in fondo all’arco poco illuminato.

     “Il caffè è pronto…. Sveglia”. Ancora addormentato, aveva cercato di trattenere le lenzuola che Alessandro gli aveva tolto di dosso. Sapeva di sognare e non voleva svegliarsi, voleva cercare Lucia.

     “Come è andata la serata…” aveva chiesto Alessandro e Carlo, aperti gli occhi, aveva raccontato, deluso, che aveva incontrato la più bella ragazza del mondo e quella era sparita in una stradina dalle parti del convento delle Clarisse.

     “Se sei così rimbambito, la cerchiamo” aveva detto Alessandro canzonando l’amico, “e se è bella come dici, avrà un’amica altrettanto carina: potremmo uscire in quattro. Adesso è ora di andare al mare”.

     “Se ti sente Carmela, sono guai” aveva risposto Carlo “ e chi pensa di scaldare un altro letto, il suo lo trova caldo” aveva aggiunto ridendo.

     Finalmente. Pochi chilometri ed erano arrivati alla spiaggia nella piana di Macchia. Si erano piazzati sotto l’ombrellone e Carlo per tutta la mattinata aveva sfogliato distrattamente il giornale, sembrava assente. Lucia si presentava puntuale ogni volta che gli occhi si perdevano nelle onde che si rincorrevano fin sopra la spiaggia. “Io quella ragazza l’ho vista da qualche parte, non è possibile che è soltanto frutto della mia fantasia, dei miei sogni” pensava, “ma dove?”.

     “Se vive in paese la incontrerai” lo rincuorava Alessandro, “come hai visto, tutti passeggiano su e giù per il corso. Sicuramente, la incontrerai stasera. Io devo incontrare i genitori di  Carmela”.

     Già il sole declinava sul tavoliere verso il sub Appennino quando Carlo aveva salutato Alessandro e si era avviato per la strada di Pulsano. Aveva trovato il cancello di ferro che chiudeva il tratturo verso valle, dopo un paio di chilometri, e si era fermato. Poco più a valle, proprio sul dorsale prima che il tratturo si perdesse tra i rovi, le rovine di una grande costruzione troneggiavano sulla vallata che scivolava con i suoi ulivi verso il mare. Seguiva il sole che allungava la sua ombra sopra l’asfalto e guardava la strada nella speranza che Lucia tornasse ad appoggiarsi a quel cancello. Una coppia di ragazzi tornava verso il paese, ma Lucia non c’era. Carlo, deluso, si era avviato a passo lento verso il paese seguendo, curioso, i ragionamenti che alcuni vecchi continuavano a fare ad alta voce.

     “È lei… Lucia”.

     Dalla curva non lontana era apparsa una ragazza che camminava verso di lui. La luce dell’ultimo tramonto illuminava quel vestitino senape chiaro e i lunghi capelli brillavano. “È lei… è Lucia” aveva ripetuto. La ragazza gli aveva teso la mano e Carlo l’aveva attirata a sé e le aveva baciato la guancia.

     “Avevo paura di non rivederti più…” le aveva detto timidamente, “ieri sera volevo stare ancora un po’ di tempo a parlare ma, quando ti ho seguita, non ti ho più vista”.

     La ragazza, senza rispondere, si era avviata silenziosa verso il cancello sul tratturo e, mentre guardava assorta verso valle:

     “Quelle rovine laggiù erano una gran bella masseria” aveva iniziato a raccontare, “poi, per degli strani accadimenti, nessuno ha voluto abitarla, è stata abbandonata e il tempo e l’incuria l’hanno portata alla rovina. Peccato. Era una bella casa”.

     “Veramente un gran peccato” aveva risposto Carlo: “è un posto molto bello”.

     Erano rimasti in silenzio tenendosi per mano. Ormai buio, si erano avviati verso le luci del paese.

     “L’anno prossimo finisco i miei studi di ingegneria” raccontava Carlo “la mia famiglia vive in un paesino in provincia di Ancona, tra gli Appennini. È la prima volta che vengo da queste parti. Sono ospite di Alessandro de Filippo, forse lo conosci”.

     “No…, non credo di conoscerlo. Sono andata via da questo paese molti anni addietro e non conosco nessuno. Tu sei il primo ragazzo con cui parlo”.

     Al belvedere si erano seduti sotto un vecchio abete lontano in penombra. Un lampione illuminava stentatamente le coppiette che, immerse nell'ombra, abbracciati, si baciavano. Anche Carlo voleva baciare Lucia ma la ragazza si era alzata e, prendendo dolcemente sottobraccio il suo cavaliere, si era avviata verso le luci e il mormorio della strada.

     A ridosso dell’Arco della piazza lo aveva accarezzato e si era incamminata leggera per la scalinata che scendeva verso l’arco poco illuminato. Carlo l’aveva seguita. Si era fermata davanti a una scalinata che saliva verso un cancello in ferro battuto che chiudeva un piccolo giardino. Un portone di legno massiccio in fondo era appena illuminato da una luce fioca. Lucia lo aveva baciato ed era scomparsa nel giardino dietro al cancello.

     Quando può essere lunga una notte se i sogni affollano la mente. Gira e rigira, il letto sembrava un materasso di rovi. Si era addormentato alle prime luci dell’alba. Il profumo del caffè e i rintocchi del mattutino della campana grande del campanile lo aveva svegliato.

     “Sarebbe bello se Lucia volesse venire al mare con noi” aveva detto Carlo. “Non facciamo niente di male se andiamo a invitarla” aveva risposto Alessandro.

     “Ecco… siamo arrivati” e Carlo aveva suonato il campanello.

     “Ma qui non abita nessuno…” aveva riferito Alessandro sorpreso e imbarazzato. “Non vedi? Questa casa è chiusa da molti anni”.

     “Non scherzare…. Ieri sera ho accompagnato Lucia fin davanti alla scalinata e, quando mi ha salutato, mi ha baciato ed è entrata nel giardino”.

     Aveva suonato di nuovo il campanello guardando il giardino e il portone in fondo in attesa che il cancello si aprisse e aveva suonato di nuovo. Nessuna risposta, nessun segno di vita.

     A guardare meglio lo slargo dietro al cancello sembrava proprio che il giardino fosse abbandonato. Le ortiche, i rovi e le erbacce arrivavano a ridosso del portone e un lampione pendeva all’angolo pieno di ruggine. Anche la serratura era del tutto arrugginita e quel cancello, sicuramente, era rimasto chiuso da molto tempo. Carlo aveva suonato di nuovo battendo col pugno sul campanello ma non si era affacciato nessuno.

     “Ascolta Carlo…” Alessandro aveva preso sottobraccio l’amico: “Questa casa è chiusa da tantissimi anni. Da ragazzo, quando arrivavo davanti a quel giardino e dovevo passare oltre, forse il buio, forse le ombre, avevo paura e, per farmi coraggio, correvo oltre. Una vecchia ha raccontato a mia madre che in quella casa abitava una coppia con una figlia meravigliosa.

     Un giorno la ragazza non era tornata a casa. Un contadino l’aveva incrociata mentre attraversava quel tratturo sulla strada di Pulsano e andava verso quella masseria, oramai, tutta in rovina, che hai visto l’altra sera. Una delle tante proprietà della famiglia.

     La ragazza si era innamorata di un giovane universitario venuto da fuori ma il padre aveva fatto altri progetti per lei e, qando la ragazza si era rifiutata di obbedire al padre, il ragazzo era sparito all’improvviso senza lasciare traccia.

     Qualcuno diceva che il ragazzo era stata buttato nel pozzo della masseria sulla strada di Pulsano e la ragazza si era buttata nello stesso pozzo per la disperazione ma, quando lo avevano svuotato, non avevano trovato né il corpo della ragazza né quello del ragazzo.

     Il fatto sta che nessuno ha mai scoperto cosa è veramente accaduto al ragazzo e alla ragazza. I genitori, sopraffatti dal dolore per la scomparsa della figlia, hanno abbandonato le loro proprietà e hanno chiuso la casa per cercare la loro bambina. Da allora la casa è sempre rimasta chiusa.

     Qualcuno giura che le sere a ridosso della notte di san Lorenzo una luce fioca illumina quella scalinata e si scorge una ragazza nel giardino che aspetta il suo ragazzo.

Agosto 2019