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"Sembrava un "lavoretto" facile, facile ma le cose erano andate diversamente. I due ladri avevano ottenuto quello che volevano e il corso della giustizia li avrebbe arricchiti. Poi è successo l'imprevisto…. Non sempre le ciambelle escono col buco. Buona letture e spero che vi divertiate."

     Il vecchio Menico Rodini aveva rincorso e ferito gravemente Cuomo Roveli e Remo Lobiro, a fucilate, mentre scappavano dopo aver tentato di rubare nella casa dove abitava. Il giudice lo aveva già condannato a due anni e sette mesi di reclusione, oltre al risarcimento di cinquantamila euro a ognuno dei due salvo ulteriori danni da definirsi in sede civile.

     “In galera…” gridavano i parenti e gli amici dei ladri durante il processo “non si spara a due persone per pochi spiccioli”. Ma quel vecchio aveva sparato e non sembrava neppure tanto turbato né dal clamore del fatto né dalle ingiurie di quella gente.

     “La giustizia deve fare il suo corso” ripeteva.

     Sembrava proprio un lavoretto facile. La grande villa in campagna lontana dal centro abitato e un vecchio benestante che, in genere, viveva da solo.

     Certo che di soldi ne doveva avere.

     Dopo un paio di mesi di appostamenti avevano accertato che, due, tre volte la settimana, una signora si recava in quella casa isolata per le pulizie; che il giardino era ben tenuto per la cura costante di un giardiniere e che il commesso del supermercato consegnava tutte le mattine il giornale e la spesa. Una volta la settimana saliva alla villa una macchina che accompagnava il padrone di casa in città e lo riaccompagnava indietro. Ogni tanto un uomo e una donna lo andavano a salutare rimanendo con lui una mezza giornata.

     “Si… si, quel vecchio deve avere un sacco di soldi in casa e un consistente patrimonio. Questo colpo ci farà arricchire” avevano concluso Cuomo Rovelli e Remo Lobiro, due ladri che da qualche tempo avevano messo in croce quel paese sul Gargano e la sua gente e, approfittando delle pieghe della giustizia e della fortuna, erano riusciti a evitare la galera e guai particolari.

     Quando erano entrati in casa scavalcando il recinto e scassinando la porta non avevano trovato il vecchio e, inaspettatamente, si erano trovati di fronte una donna e una ragazzina che stavano guardando tranquillamente la televisione.

     “Dov’è la cassaforte?” aveva gridato quello che sembrava il capo brandendo minaccioso il piede di porco e, per essere più credibile, aveva tirato un manrovescio in faccia alla ragazzina che, caduta all’indietro, aveva cominciato a sanguinare dal naso e a piangere per la paura.

     “Non c’è nessuna cassaforte” aveva gridato la donna che cercava di soccorrere la figlia caduta per terra.

     Le minacce non erano durate molto.

     Il vecchio Menico Rodini, che stava mettendo a posto dei ferri nella cantina, sentiti gli schiamazzi, aveva subito capito. Aveva tirato fuori il Beretta automatico che teneva attaccato al muro del camino della cucina ed era apparso sulla porta che si era spalancata rumorosamente a fianco delle due donne.

     “La cassaforte sta qui” aveva urlato di fronte a quei due figuri a volto scoperto che avanzavano minacciosi, uno col piede di porco tra le mani e l’altro con un giravite. Aveva guardato verso la figlia accoccolata vicino alla ragazzina che perdeva sangue e piangeva atterrita; era partito un colpo assordante che aveva colpito la cristalliera mandando in frantumi decine di bicchieri e un paio di bottiglie di spumante.

     I due, sorpresi dalla reazione del vecchio, avevano imboccato precipitosamente la via della porta e mentre correvano verso il muretto di recinzione una seconda fucilata si era spiaccicata sulle pietre, una terza aveva raggiunto Rovelli nel fianco facendogli saltare la milza e un’altra fucilata aveva colpito la mano sinistra di Lobiro portandogli via tre dita.

     “Finiscili…, ammazzali…” aveva puntato il fucile contro i due che ormai giacevano accasciati ai piedi del muretto di recinzione, uno che si teneva il fianco con tutte e due le mani e l’altro che con la mano destra tentava di stringere la sinistra che perdeva abbondantemente sangue. La rabbia era tanta e il desiderio di sparare ancora era forte ma non lo aveva fatto. Aveva chiamato l’ambulanza e i carabinieri e si era seduto di fronte ai malcapitati col fucile spianato. Cercavano di tamponare le ferite; cercavano di capire le intenzioni del vecchio. Tremavano i ladri. Quei due, tanto coraggiosi e forti con le due donne, tremavano, chiedevano perdono e pietà. All’arrivo dei carabinieri avevano tirato un sospiro di sollievo ed erano subito saliti sull’ambulanza che li aveva accompagnati in ospedale.

     “Non dovevano entrare in casa mia…” diceva l’uomo visibilmente provato, “non dovevano alzare le mani su mia figlia e mia nipote”.

     Poi la giustizia aveva iniziato a fare il suo corso.

     Al processo non aveva nominato alcun difensore e gli era stato assegnato un avvocato d’ufficio; Menico aveva raccontato la sua versione dei fatti e non aveva chiesto attenuanti e comprensione. Sembrava che gli eventi in discussione appartenessero ad altri tempi, ad altre persone e, durante il processo, aveva risposto tranquillo alle domande del giudice e degli avvocati.

     “Certo… sparare a delle persone è cosa che tocca la coscienza della gente per bene” aveva dichiarato alla fine del processo “ma non è cosa di tutti i giorni andare in giro per case di poveri vecchi a minacciare donne e a schiaffeggiare ragazzine inermi. Il terrore di mia figlia e la faccia insanguinata di mia nipote mi erano entrate difilate in testa, e ho sparato”.

     Siccome non c’erano particolari esigenze cautelari, Menico Rodini era stato condannato a scontare la pena ai domiciliari. Non l’aveva presa molto male; già usciva di rado e quelle giornate sarebbero trascorse come tante altre.

     “Si…. È capitato un impiccio, un brutto impiccio” diceva a se stesso “ma anche questo passerà in fretta”.

      “Vede signor giudice” aveva detto al magistrato che lo interrogava. “li ho rincorsi per ammazzarli ma poi, quando li ho visti per terra come due animali impauriti, ho preferito chiamare le forze dell’ordine. Questa gentaglia deve pur sapere che quando entra per rubare può trovare stupidi come me che hanno paura e sparano. Avrei potuto ammazzarli; quando il sangue sale alla testa non si ragiona. Non sanno quanto sono stati fortunati, ma ormai strisciavano a terra come vermi e ho visto nei loro occhi lo stesso terrore che c’era negli occhi di mia figlia e di mia nipote. Ho pensato a quelli che li aspettavano a casa e ho avuto pietà, quella pietà che loro non hanno per nessuno”.

     E la giustizia faceva il suo corso.

     I due ladri, naturalmente, avevano chiesto subito all’avvocato di recuperare i soldi già deliberati con la condanna penale.

     “Poi facciamo tutto un conto…” rispondeva il condannato “Se non volete aspettare, mandate l’ufficiale giudiziario a pignorare il mio patrimonio”. 

     “Egregio avvocato, a questo gli dobbiamo togliere anche le mutande. Così impara a sparare alla povera gente senza motivo.     Questo è sicuramente ricco e deve ripagarci delle sofferenze che ci ha procurato”.

     “Ricordate” aveva ammonito l’avvocato don Peppino Filaseta “se il conto corrente e il patrimonio del signor Rodini lo permettono, conviene andare avanti, altrimenti si spendono un sacco di soldi senza recuperare nulla” ma i due galantuomini non avevano voluto dare alcun ascolto alle titubanze dell’avvocato. Gli avevano dato un congruo anticipo per avviare la procedura per ottenere da Menico Rodini anche il risarcimento danni in sede civile per le gravi ferite riportate.

     Era stato un processo facile, meno di un anno per giungere alla conclusione. Menico Rodini neppure questa volta aveva nominato un avvocato e non si era presentato alle udienze. Non aveva voluto fare alcun accordo e non aveva presentato alcuna memoria difensiva.

     “Questo è proprio un mulo” aveva commentato uno dei ladri “l’avvocato mi ha detto che sarà sicuramente condannato e che aumenteranno a dismisura le spese di giudizio”.

     E l’avvocato dei due “signori” aveva avuto ragione. Il tribunale civile aveva condannato Menico Rodini a risarcire i danni che la notte dell’impiccio aveva procurato ai due ladri.

     Trecentomila euro di risarcimento per la perdita della milza a Cuomo Rovella e centocinquantamila euro per la perdita di tre dita della mano sinistra a Remo Lobiro più la diffida a pagare le somme deliberate nel corso del processo penale che il condannato avrebbe dovuto versare entro sessanta giorni ai due danneggiati.

     “Finalmente un poco di giustizia” avevano dichiarato i due ladri quando avevano versato gli ultimi cinquemila euro di parcella all’avvocato che si era tutelato facendosi pagare subito.

     E la giustizia, senza guardare in faccia a nessuno, faceva il suo corso.

     La figlia di Menico aveva denunziato i due ladri per la violenza alla ragazzina ed era stato avviato d’ufficio il processo per il tentato furto aggravato e i ladri erano stati condannati a un anno e sei mesi con la condizionale. Una sanzione economica di duecento euro ciascuno e Rovella aveva risarcito la ragazza schiaffeggia con cinquemila euro che aveva subito pagato su consiglio dell’avvocato.

     “Che vuoi che siano questi spiccioli a fronte di quanto suo nonno ci deve versare quanto prima” aveva sussurrato spavaldamente Cuomo al suo amico.

     E la giustizia continuava pazientemente a fare il suo corso.

     E i primi sessanta giorni erano trascorsi veloci e, dopo, erano trascorsi altri sessanta giorni ma il condannato non dava segni di voler eseguire la sentenza. Sembrava proprio che la condanna non lo riguardasse e quando l’avvocato lo aveva sollecitato a saldare il debito per evitare pignoramenti, ulteriori procedimenti giudiziarie e altre spese:

     “Vorrei proprio risarcire il danno a quei due poveracci” aveva dichiarato candidamente “ma vede…, io non ho un euro. Probabilmente lei sa che io sono pensionato e i suoi clienti, questa volta, mi possono rubare soltanto un po’ di quel tempo che per me non conta niente. Potete avviare tutte le procedure giudiziarie che volete e sono sicuro che vi daranno sempre ragione, ma io non vi posso dare neppure un euro. Non sta bene sparare alla schiena di un paio di delinquenti che fuggono, ma ora il danno è fatto: mi dispiace… ma i tuoi clienti si terranno solo le schioppettate. Quelle neppure il giudice le può togliere”.

     “Il signor Lobiro ha dichiarato che non possiede un euro” aveva riferito l’avvocato ai suoi clienti increduli “se è vero, sarà difficile ricavare qualcosa. Ora che intenzioni avete?” aveva aggiunto.

     “Come non ha un euro” avevano chiesto all’unisono i due ladri e Cuomo Rovello, quello che sembrava prendere le decisioni, aveva continuato, “impossibile. Quello vive in una villa di duecentocinquanta metri quadri. Paga almeno mille euro al mese a una cameriera che va in casa almeno tre o quattro volte la settimana e spende quattro o cinquecento euro al mese solo per il giardiniere. Un commesso del supermercato gli consegna tutte le mattine il giornale e una spesa lussuosa e un tassista lo accompagna in città almeno una volta la settimana. No… no. Non è possibile che sia un poveraccio. Noi abbiamo fatto un sacco di indagini e sappiamo che ha un sacco di soldi. Non possiamo esserci sbagliati. Quello mente” e, dopo una pausa di riflessione, avevano aggiunto: “Avvocato, dobbiamo necessariamente andare avanti. Non rinunciamo così a centinaia di migliaia di euro”.

     “Posso chiedere al presidente del tribunale l’autorizzazione per accedere all’anagrafe tributaria e all’anagrafe dei conti correnti per conoscere lo stato patrimoniale e i depositi bancari del signor Rodini” aveva riferito l’avvocato Filaseta, “ma per fare queste ricerche ci sono delle spese vive da sostenere. Io posso solo garantire che in un paio di settimane potremmo avere notizie sicure e definitive”.

     E i due ladri avevano versato altri mille euro all’avvocato per conoscere le eventuali proprietà e gli eventuali conto correnti del signor Rodini.

     Giorni tormentati, lunghi, di grandi preoccupazioni e di sicure certezze. Si erano indebitati fino al collo per pagare l’avvocato e risarcire la ragazza. No…, non poteva essere. Sicuramente non si erano sbagliati. Menico Rodini faceva il furbo. E, trascorse le due settimane, Cuomo e Remo si erano recati fiduciosi allo studio dell’avvocato.

     “Comprerò un bel fuoristrada, il sogno della mia vita” diceva Cuomo mentre saliva le scale. “E io…” aggiungeva Remo “potrò comprare quel negozietto di ferramenta vicino al corso. E avevano bussato alla porta dell’avvocato.

     “Il signor Rodini è titolare soltanto di una pensione. I soldi per gli aiutanti e per la spesa non li paga lui” aveva riferito l’avvocato Filaseta ai due signori appena accomodati nell’austero studio pieno di grandi libri. “Dalla verifica della sua situazione tributaria” aveva continuato “risulta che non possiede alcun bene immobile, alcun bene mobile registrato e, purtroppo, non e titolare di alcun conto corrente. Ho chiesto aiuto anche ad un mio amico consulente finanziario e mi ha riferito che non possiede né titoli né azioni”.

     I due si erano guardati per un attimo e ognuno aveva abbassato la testa come se fossero stati colpiti dalla peggiore delle condanne.

     “Come recuperare i miei trecentomila euro” rifletteva Cuomo Rovello, d’un tratto sbiancato in volto come se l’avvocato lo avesse colpito con una schioppettata.

     “Come recuperare i miei centocinquantamila euro” rifletteva Remo Lobiro, d’un tratto sbiancato assieme all’amico come se l’avvocato lo avesse accoltellato.

     “Possiamo sempre recuperare i soldi pignorando la pensione” aveva azzardato Cuomo.

     “Si…” aveva risposto l’avvocato: “ma quello percepisce meno di seimila euro all’anno. Tolta la parte che non può essere pignorata restano sessanta, settanta euro all’anno, poco più di cinque euro al mese, con cui il signor Rodini dovrà pagare prima le spese processuali e poi, potrete subentrare voi”.

     “Possiamo recuperare una buona parte della somma sequestrando e vendendo i beni della casa dove abita. Io li ho visti. Si tratta di mobili di pregio e ho visto tanti bei quadri e tanti arazzi di pregio” aveva suggerito Remo.

     “Impossibile. I beni di quella casa non sono suoi. Il signor Rodini abita in quella casa a puro titolo di cortesia. La tiene soltanto aperta e ne tiene la cura. La casa e i beni contenuti appartengono a un vecchio zio, particolarmente facoltoso, che vive in America”.

     “Se i beni sono di suo zio” aveva tentato Remo “prima o poi li dovrà pure ereditare?

     “Dopo quello che è successo…. Sicuramente lo zio non gli lascerà un euro e intesterà tutto alla nipote”.

     Le parole dell’avvocato avevano prodotto più danni delle fucilate di Menico. “E cosa si può fare?” aveva azzardato timidamente Cuomo Rovello con la speranza che l’avvocato indicasse una qualche via d’uscita.

     “Aspettare” aveva risposto l’avvocato, “soltanto aspettare che il signor Rodini vinca qualche lotteria. Il credito è sempre dovuto per il futuro. Se non muore nei prossimi dieci anni bisognerà chiedere formalmente al debitore il pagamento di quanto dovuto”.

     Cuomo e Remo, di tanto in tanto alzavano la testa e si guardavano come due cani bastonati. Seguivano i fari rossi dei sogni che si allontanavano lentamente, ingoiavano le speranze di ricchezza del vincitore mentre vomitavano la delusione dei perdenti.

     Erano saliti dall’avvocato spavaldi, euforici, con la certezza di essere due persone ricche e, ora, scendevano le scale sognando i soldi sulla carta e contando i soldi e le ferite che quell’assurda vicenda era costata.

     Dovevano soltanto aspettare.

     La giustizia che li aveva resi ricchi continuava a fare il suo corso.

Luglio 2018