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 I meno giovani la ricordano di certo. La vigilia di sant'Antonio sugli ultimi tornanti della strada Macchia-Monte Sant'Angelo, non era ancora asfaltata, si svolgeva la corsa degli asini. Che spasso. All'arrivo i cavalieri erano convinti che avevano vinto loro la corsa; in verità aveva vinto l'asino che, per caso, aveva imbroccato la direzione giusta. Spesso, anche nella vita di tutti i giorni, alcuni cavalieri sono convinti di aver vinto la loro corsa. Ben per loro. In verità il caso o la fortuna hanno scelto per loro. Primo aprile: non c'entra il pesce: nevica. Spero che vi piaccia. sperando di mettere in fretta il naso fuori dalla porta, buona lettura.

Ottobre 2017

     Dietro la corda tesa gli asini continuavano a scalciare, a sbuffare incuranti dei comandi che i cavalieri cercavano di imporre con tirate di redini e con gli scudisci.

     Tre chilometri in salita sulla strada da Macchia a Monte Sant’Angelo. Quattro tornanti con tanta gente accalcata sui muretti a incitare asini e concorrenti.

     Bandito, a ridosso del muro a secco, si rifiutava di girare la testa verso il filo di partenza e scalciava Asso che tentava di avvicinarsi.

     Fiocco e Zeus avevano adagiato le teste uno sull’altro e si grattavano reciprocamente.

     Pepita e Vagabondo mangiucchiavano tranquillamente la corda di partenza mentre in seconda fila Ufo e Cupido cercavano di farsi spazio mettendosi di traverso.

     “Pronti…”

     La voce metallica del megafono si era sovrapposta al ronzio della folla e il colpo secco aveva spaventato ancora di più le povere bestie innervosite dalla presenza di tanta gente e dal chiasso che facevano trombe e tamburi. La corda era caduta a terra e gli otto cavalieri strattonavano le redini e urlavano ordini per indirizzare le loro cavalcature per la salita tra le due ali di gente chiassose.

     Ufo, il più piccolino degli asini, con una sgroppata aveva disarcionato Gianni e si era allontanato di qualche passo dalla linea di partenza come se stesse aspettando il suo padrone.

     Gianni, caduto sulle chiappe tra l’ilarità degli spettatori, piano piano tentava di avvicinarsi alla sua cavalcatura. Sembrava il ballo di San Vito. Un passo avanti Carlo, un saltello indietro l’asino, un passo a destra Carlo, un saltello a sinistra l’asino e la distanza rimaneva sempre la stessa.

     A Gianni sembrava di rivedere la bella Carlotta. Quanta fatica per accompagnarla al ballo di Carnevale. Poi aveva cominciato a fare il pavone. Più che interessarsi alla sua compagna si vantava con gli amici di aver accompagnato al ballo la più bella ragazza del paese.

     Carlotta, spazientita, aveva preso a ballare con Antonio sotto gli occhi irritati di Gianni: “Lascia stare la mia ragazza” aveva minacciato, e Antonio, di un paio di anni più piccolo, aveva fermato il giradischi: “Adesso tocca alle ragazze scegliere il cavaliere” e aveva mandato una bella canzone di Richard Antony.

     Che smacco per Gianni.

     Cercava di avvicinarsi alla bella Carlotta per essere scelto, ma quella manteneva le debite distanze e, al momento giusto, quando tutte le ragazze avevano scelto i loro cavalieri, si era buttata tra le braccia di Antonio lasciandolo solo in mezzo alla sala.

     “Non ti vuole… l’asino non ti vuole…” canzonava la folla “vedi come corre appresso all’altro”.

     Neppure Bandito, dal mantello grigio e malfidato, aveva voluto saperne di oltrepassare la linea di partenza. Più il cavaliere usava lo scudiscio, più l’animale girava attorno a sé stesso col muso a terra senza fare un passo avanti.

     “E smettila con quello scudiscio” gridava la folla indispettita “quello non parte. Non gli hai messo la benzina”.

     “Asino maledetto, corri” gli gridava nell’orecchio.

     Fausto era saltato a terra infuriato e ben intenzionato a tirare l’animale verso il percorso della corsa e, nel tentativo di strattonare l’animale, le redini gli erano cadute di mano.

     Miracolo. L’asino, vistosi senza peso e libero, aveva imboccato velocemente la via e correva come un ossesso appresso agli altri con Fausto che, inviperito tra la gente che lo canzonava, correva dietro al suo Bandito.

     Correva. Correva come i ricordi dell’ultimo anno di scuola.

     Lui, attento, preciso e tra i più bravi della classe e Cosimo, indolente, senza interesse, ripetente, sempre pieno di strane idee per la testa, in rotta di collisione col mondo intero. Due amici improbabili.

     L’anno scolastico era trascorso veloce come tanti, tra alti e bassi e, alla fine, lui promosso con cento e lode e Cosimo col minimo.

     Non incontrava il suo amico da almeno quattro o cinque anni.

      “Cosimo… che diavolo ci fai da queste parti?”  Fausto si era avvicinato al suo amico e lo aveva abbracciato “Che fine hai fatto? Anche tu a Parma per il servizio di leva?”.

     “No…, no… Sono riuscito ad evitarlo. Sono al quinto anno di medicina. Spero di finire in fretta. E tu?”

     “Tra una ventina di giorni, finito il militare, me ne torno al paese. Sai, dopo il liceo mi sono iscritto prima a lettere e dopo un paio d’anni mi sono accorto che avevo commesso un errore. Poi ho preferito fare il servizio militare e, ora che torno, mi iscrivo a giurisprudenza. Poi si vedrà”.

     Si erano salutati cordialmente augurandosi tutto il bene del mondo. Fausto si era fermato a guardare Cosimo mentre si allontanava verso la cattedrale.

     Quello che sembrava un asino aveva preso a correre e lui, il cavaliere, il più bravo della compagnia, era rimasto a piedi. Aveva preso a salire per le brevi scorciatoie per arrivare al traguardo prima che arrivassero i concorrenti e aspettare il suo Bandito che continuava a correre seguendo la pista per suo conto.

     Al primo tornante Pepita, in testa al gruppo, aveva intravisto una piccola apertura tra le transenne che delimitavano il percorso e aveva drizzato le orecchie.

     “Guarda che paradiso” pensava l’asino “Oltre lo steccato prati di erba verde e io costretto a correre sopra una strada asfaltata in mezzo a gente che si sbraccia e grida senza motivo”.

     Vittorio, appena resosi conto che l’animale correva verso la piccola apertura, aveva cercato di distrarlo. Strattonava le redini, frustava sul muso con il pesante scudiscio e sventolando davanti agli occhi la giacca che teneva in una mano, ma quello aveva già deciso.

     S’era infilato nella piccola apertura e, sentendosi nel suo paradiso, correva e saltava beato per i prati senza palizzate.

     Dopo i primi attimi di rabbia Vittorio aveva calmato Pepita ed era sceso lasciandolo libero di girare per i campi e giocare con alcune capre che brucavano l’erba fresca. 

     Seduto ad una grossa pietra, mentre guardava il suo animale finalmente libero e tranquillo, gli sembrava che stesse ancora giocando a carte con certi vecchi amici.

     Il tempo, come un velo pietoso, nasconde le porcherie della vita in un angolo del cuore ma, come per magia, la puzza torna quando meno te lo aspetti.

     “Che delusione. Possibile imbrogliare al gioco per rubacchiare all’amico, con cui si condividevano intere giornate, poche centinaia di lire? Chi avrà avuto questa splendida idea?” pensava Vittorio. Ma non c’erano attenuanti “si sono messi d’accordo e sono soltanto una coppia di imbecilli”.

    Li aveva pesantemente insultati e si era incamminato verso l’uscita che lo portava all’aria aperta, lontano da quelle certe amicizie. Una buona boccata d’aria aveva nascosto sotto un velo pietoso la puzza di due ex amici.

     “Forza… corri…. Forza…” gridava allegra la folla dagli spalti e quelli delle retrovie inseguivano il gruppetto dei cavalieri che, dentro la carreggiata, aveva superato la metà del percorso.

     Vagabondo trottava e scalciava infastidito da Zeus mentre Bandito, senza cavaliere e senza guida, si era accodato a Fiocco mordendogli di tanto in tanto la groppa e la coda.

     Alfio, nel tentativo di difendere Vagabondo e tener lontano Bandito, con uno schiocco della frusta, aveva colpito la punta del naso di Zeus che, saltando e sbandando, aveva perso l’orientamento e, ormai, correva in discesa, all’indietro, verso il punto di partenza.

     Le bestemmie di Silvano echeggiavano per tutta la valle.

     “Fermati, maledetto. Dove corri”.

     E quando più tirava le redini tanto più la bestia saltava e correva per la comoda discesa scansando a fatica gli spettatori che inseguivano il corteo.

     Che spettacolo. Ormai Zeus correva solo in mezzo alla strada. Era contemporaneamente il primo e l’ultimo e la gente attorno lo incitava “Forza che sei solo”.

     Asino e cavaliere erano soli.

     Per tanti anni Silvano aveva cavalcato da solo e controcorrente per mettersi in una “classe riverita e forte”. Aveva sopportato angherie e offese senza batter ciglio mantenendo, sempre, un doveroso equilibrio che gli avevano garantito il rispetto di molti amici e conoscenti.

     Ad ogni gradino, però, perdeva un pezzo della sua innata simpatia e, da quando era diventato direttore delle poste, aveva raggiunto la vetta dei cieli e il mondo, senza di lui, non sapeva dove andare.

     Oramai faceva parte della ristretta cerchia degli storici, dei poeti e dei musicisti, oramai, ogni volta che incontrava i vecchi amici continuava a raccontare la storia della sua integrità, i sacrifici per arrivare a quel posto, la sua onestà, la sua competenza in un mare di gente rozza e ignorante.

     Da quando era diventato direttore aveva cominciato un’altra corsa e non s’era accorto che correva dalla parte sbagliata. Il rispetto, che si era conquistato con i sacrifici di tanti anni di lavoro, lo aveva svenduto in poco tempo con la presunzione e l’arroganza. Oramai gli era rimasta come unica interlocutrice la sola moglie.

     Finalmente Zeus si era fermato e Silvano, mogio, mogio, era sceso dalla sua cavalcatura tra le risate della gente.

     Il gruppetto di testa correva compatto, erano rimasti in quattro. Lo striscione dell’arrivo si intravedeva dopo l’ultima curva e i cavalieri si guardavano sottocchio: “Forza… forza…” urlavano: “ci siamo”.

     Chiattone, basso e tarchiato come una palla di grasso, riusciva a mantenere il suo Asso in testa. Sembrava proprio che questa volta avrebbe vinto senza inganni e senza imbrogli.

     “Che fortuna. Bandito ha lasciato a terra il suo cavaliere ed è fuori gara” pensava “Vittorio non è riuscito neppure a guidare il suo Pepita. L’asino è stato più forte di lui e anche Vittorio è fuori gara. Zeus ha fatto una bella corsa a rovescio e anche Silvano è fuori. In gara siamo rimati appena in tre. Io sono il più forte, sono il migliore”.

     L’asino continuava a trottare regolare e di tanto in tanto volgeva gli occhi al suo cavaliere come se volesse sapere quanto sarebbe durata quella tortura.

     All’ultimo tornante Bandito, sempre senza cavaliere, lo aveva affiancato dimenando la testa a destra e a manca e aveva stretto il povero Asso all’angolo della strada.

     Chiattone, nel tentativo di tagliare la curva, aveva costretto la cavalcatura a saltare sul rialzo di cemento che limitava la carreggiata e l’animale, forse per la stanchezza, forse per la distrazione, aveva inciampato ed era caduto rovinosamente rotolando sull’asfalto.

     La folla ai lati della strada era zittita di colpo guardando asino e cavaliere rotolare per terra, poi, resisi conto che tutti e due si erano alzati senza danno avevano cominciato ad applaudire e a ridere mentre Fiocco, cavalcato da Massimo, aveva approfittato della confusione per prendere la testa della corsa.

     Il povero animale aveva cercato di avvicinarsi al suo padrone come un cane fedele ma quello prima lo aveva accolto con una gragnuola di calci nel sedere poi era saltato in groppa e aveva ripreso a inseguire il gruppetto degli altri concorrenti che si avvicinavano al traguardo.   

     L’asino aveva ripreso a correre, cercava di guadagnare terreno, mentre Chiattone si guardava intorno cercando qualcuno o qualcosa che potesse aiutarlo. Cercava qualcuno o qualcosa su cui scaricare il suo insuccesso.

     “Ero arrivato… maledetti… avevo vinto” urlava: “per colpa di un asino senza padrone, ho perso la testa della gara”.

     Chiamava giudici e spettatori e testimoni per la vigliaccata che gli aveva fatto quel maledetto Bandito, ma questa volta era solo: lui e il suo povero asino.

     “Ero il primo” continuava a gridare: “fermate la gara. Riprendiamo da dove sono caduto. Ero io in testa”.

     No…, non sempre le disgrazie altrui bastano per risolvere i nostri problemi. Poteva accampare cento scuse, accusare mille nemici. Questa volta nessun imbroglio l’avrebbe aiutato ad arrivare prima, nessuno lo stava ad ascoltare e tutti gli gridavano appresso: “Scendi dall’asino e corri, Chiattone. Corri che gli atri ti aspettano”.

     Fiocco e Benito, madidi di sudore e istupiditi dalla fatica e dalle incitazioni della folla, trottavano verso il traguardo ormai a vista.

     Bandito continuava a correre senza cavaliere a volte passando in testa a volte finendo dietro agli altri due concorrenti e Fausto, arrivato trafelato al traguardo attraverso le scorciatoie e i campi, lo guardava orgoglioso “Quello è il mio Bandito” gridava mentre saltellava come un passero in cerca di cibo e si sbracciava cercando di attirare l’attenzione della sua cavalcatura. 

     Massimo e Attilio, sempre attenti a non dispiacersi a vicenda, evitavano di usare gli scudisci su quelle povere bestie.

     Chiunque dei due avesse vinto avrebbe fatto contento anche l’alto e, in fondo, si trattava pur sempre della semplice corsa di un gruppo di asini che correvano allo sbando senza regole e senza cognizione alcuna. I due amici avevano partecipato a quella competizione col semplice gusto di divertirsi e far sgranchire le gambe ai loro asini.

     Lo scoppio di un grosso petardo aveva fatto sobbalzare la gente accalcata attorno al traguardo

     Bandito, più leggero e più fresco di Fioco e Benito, spaventato da quell’inaspettato fragore, con un balzo era riuscito a passare in testa tagliando vittoriosamente il traguardo. Fausto lo aveva afferrato, lo accarezzava e lo coccolava. Alzava le braccia al cielo come se fosse stato lui a vincere la gara.

     “Non ti prendere troppi meriti” gli aveva gridato Attilio “Ha vinto quello che per caso ha imboccato la giusta direzione indipendentemente dalla voglia e dalla volontà del cavaliere.

     Viva gli asini. Viva Bandito”.