Questa volta l'inedito e una favola. 'Accettone' non vuole sentire le chiacchiere e le bugie dei compaesani e va a vivere nella foresta. Una fata, un asino e una vecchia gli fanno cambiare idea. Non tutti sono chiacchieroni e bugiardi. C'è anche… Buona lettura. al prossimo racconto.

    

Tanti e tanti anni fa, doveva essere più o meno il mille novecento e… cinquanta, no… forse prima o dopo: mannaggia la miseria, non mi ricordo più, comunque non era ieri, viveva dalle parti del Gargano un giovane, soprannominato ‘Accettone’, che non riusciva più a sopportare le chiacchiere e le storie che tanta gente del suo villaggio continuava a raccontare:

     “Non è possibile rimanere in paese. Ognuno racconta storie e non ci si accorge che le cose vanno male. Meglio girare per i boschi e le foreste del Gargano” pensava tra sé, “tornerò al paese quando avrò trovato qualcuno che dice la verità” e, pur di vivere un poco più tranquillo, aveva lasciato al villaggio Elisa, la ragazza dei suoi sogni, e aveva scelto di fare la vita da boscaiolo.

     Boscaiolo? A dire il vero, un boscaiolo un po’ strano perché tagliava solo le piante vecchie e rovinate e ogni volta che buttava giù un albero ne piantava almeno altri dieci.

     A volte, quando si sentiva solo, gli sembrava di scorgere tra le foglie illuminate dal sole la bella Elisa e qualche passero gli parlava dal folto dei rami delle grandi querce o dal cuore dei rovi aggrovigliati e qualche lucertola si affacciava dalle pietre dei muri a secco per salutarlo. A volte gli sembrava di udire delle voci uscire dalle grotte assai numerose in quel territorio e lui, ben sapendo che erano frutto della solitudine, della stanchezza o della fantasia, non se ne curava, anzi, quando era allegro e aveva tempo, si divertiva a chiacchierare con i passeri, guardare le lucertole che acchiappavano gli insetti e parlava con le voci delle grotte come se fossero la sua ragazza e i suoi amici.

     Un giorno, mentre stava tagliando un grande faggio che era stato spaccato da un fulmine, lo colse all’improvviso un temporale. Acqua, vento e grandine si abbattevano sopra le foglie, i tuoni, i fulmini e i rami facevano un gran fracasso. Sembrava proprio che ci in giro ci fosse una festa di streghe scatenate che urlavano, suonavano strani e rumorosi strumenti e battevano con le mazze sopra tronchi vuoti. Per ripararsi si era infilato di corsa in una spaccatura nella parete rocciosa proprio vicina al faggio.

     “Meno male che c’è questa grotta…” pensava tra sé e sé, mentre accendeva un fuoco per riscaldarsi. Si era appena seduto a uno scalino di pietra e aveva dato un morso alla sua pagnotta di pane e formaggio quando una voce fioca, proveniente dalla parete in fondo tutta coperta di muschio e ragnatele, lo aveva fatto sobbalzare. “Gentile giovane…” sussurrava la vocina, “è il destino che ti ha fatto entrare in questa grotta. Per favore aiutami: ti porterò con me nel regno delle terre dove sorge il sole e ti sarò grata per tutta la vita”.

     “Chi è…? Chi sei…? Dove sei nascosta…?” aveva farfugliato ‘Accettone’ che si era messo sulle difensive e aveva alzato la sua accetta pronto a difendersi, “cosa vuoi…?” Si era guardato attorno ma nella grotta non c’era anima viva.

     “La Strega delle invidie mi ha accusata ingiustamente di averle rubato l’amore dello stregone delle Dune dorate e mi ha imprigionata in questa roccia. Soltanto un giovane coraggioso, capitato nella grotta per caso, mi può salvare da questa maledizione. Basta colpire questa roccia in mezzo al cuore con un’accetta costruita per tagliare il legno. Io ero…, io sono la fata Aurora, e vengo dalle Terre dove sorge il sole e, giuro, non ho mai conosciuto lo stregone delle Dune dorate”.

    Un poco per scacciare la paura, un poco per farsi coraggio: “Ti aiuto io...” aveva risposto il giovane e, presa l’accetta, aveva iniziato a tirare colpi alla cieca sulle pareti della grotta. Le scintille schizzavano da tutte le parti ma nessuna parete dava segni di cedimento. Non riusciva a trovare il cuore della roccia.

     “Al cuore…, al cuore…. Guardati attorno. Devi colpire la parete al cuore” suggeriva la voce.

     “Ma dove sarà mai il cuore della roccia…” pensava il boscaiolo e si girava attorno guardando con maggiore attenzione le pareti della grotta.

     “Forse è quello il cuore”. Come per magia, verso la sinistra della grotta una grossa palla di pietra viva usciva dalla parete. ‘Accettone’, presa la mira, aveva assestato un bel colpo e dalla palla di pietra, dopo scintille colorate, sgorgava una limpidissima e fresca acqua che trascinava via la parete. Un poco alla volta, era apparsa una bellissima fanciulla tutta infreddolita. Sembrava proprio una fata e, chissà, forse era veramente la fata delle Terre dove sorge il sole.

     “Questa bella ragazza probabilmente sta raccontando frottole come tutti gli altri” pensava tra sé ‘Accettone’, tuttavia si era avvicinato e l’aveva coperta con la sua giacca per riscaldarla.

     “Grazie per avermi liberata dal maleficio della Strega delle invidie” gli aveva detto, “Adesso vorrei tornare nella mia terra. Ti prego, accompagnami e quando saremo arrivati, esaudirò ogni tuo desiderio”.

     Ci aveva pensato un poco. Non aveva certo intenzione di intraprendere un viaggio verso luoghi sconosciuti né aveva desideri particolari da chiedere a una fata forestiera. Tuttavia decise di accompagnare la ragazza.

     Erano già sette giorni che camminavano verso le Terre dove sorge il sole quando, una sera, mentre si accingevano a cenare, videro legato ad un masso con una pesante catena un vecchio asino spelacchiato, tutto pelle e ossa e con la coda più sottile di quella di una lucertola.

     “Ih-Oh… Ih-Oh…. Liberatemi da queste catene…” implorava il povero animale, “datemi qualcosa da mangiare. Il mio padrone mi ha legato a questo masso e non è più tornato. Ih-Oh… Ih-Oh…. Forse ha perso la strada o gli è capitato qualche accidente”.

     “Accettone”, presa la sua accetta, con un colpo secco aveva tagliato la catena che lo teneva legato. Che perso e perso…? Quello, il tuo padrone, quasi sicuramente ti ha abbandonato” gli aveva detto, “e, raccolta dell’erba fresca, l’aveva messa davanti all’affamato somaro.

     L’indomani mattina, prima che ‘Accettone’ e la Fata Aurora si rimettessero in viaggio: “Ih…Oh…. Grazie per avermi salvato la vita” aveva detto l’asino, “ih…Oh…. Mi chiamo Arrì e se mai avrai bisogno di qualcosa, chiamami e rimarrai sorpreso delle mie capacità”.

     “Va bene… va bene…” aveva risposto scettico il ragazzo, e lo aveva salutato pensando, “che vuoi che possa fare un vecchio asino spelacchiato con la coda più sottile di quella di una lucertola. Adesso anche gli animali cominciano a raccontare chiacchiere e a dire bugie. Meno male che tra pochi giorni me ne torno a vivere nei miei boschi”.

      Dopo altri sette giorni di cammino verso est i due giovani si erano fermati in una taverna che sembrava stesse in piedi per scommessa. La porta era appesa a un cardine e l’insegna arrugginita era piena di bava di lumache. Si erano appena seduti per cenare quando una vecchia curva e coperta di stracci si era avvicinata: “Fate la carità… datemi qualche cosa da mangiare…” aveva chiesto.

     “Vattene fuori brutta strega…” aveva gridato l’oste che somigliava alla porta sbilenca e all’insegna piena di bava di lumache, “Non infastidire i clienti…”.

     “Lasciala stare…” aveva detto la fata Aurora “può sedere al nostro tavolo. Pagheremo noi il pranzo per lei. Dove c’è posto per due, c’è posto anche per tre”.

     “Grazie per il vostro buon cuore…” aveva detto la vecchia e, rivolta alla fata, aveva aggiunto: “Prendi… ho solo questa vecchia chiave. Tienila sempre legata al collo e ricorda: questa chiave apre tutte le porte del mondo. Prima o poi potrebbe servirti”.

     I due giovani non avevano fatto in tempo a salutarla che era sparita appena fuori la porta. “Ecco un’altra che racconta frottole” aveva pensato il ragazzo mentre la Aurora aveva preso la chiave e l’aveva legata al collo.

     Giunti all’ultimo porto d’occidente, dopo altri sette giorni di viaggio, la fata, aveva scorto, attraccato al molo grande, un veliero con cinque alberi e con lo stemma delle sue terre. Due aquile reggevano un drappo d’oro e, in mezzo, un grande sole che illuminava la terra e il mare. Si era avvicinata felice verso la nave e il capitano, appena la vide, cominciò a fare salti di gioia come una rana innamorata: “Sono mesi che tutta la flotta delle terre dove nasce il sole è in giro per il mondo per cercarla” e mandò subito una colomba bianca al castello della fata con la lieta novella legata ad una zampa.

     Dopo tredici giorni di vele al vento la nave era giunta nel porto delle Terre dove nasce il sole. Tutti gli elfi e la gente accalcata sul molo avevano salutato il ritorno della fata e per tre giorni e tre notti avevano festeggiato il grande evento.

     “Per il grande servigio che hai reso a queste terre” aveva detto solennemente il Gran ciambellano: “ore resterai per sempre con noi”. E per evitare che corresse pericoli, lo aveva messo nella torre del cielo dietro sette porte di ferro chiuse a doppia mandata.

     Giorni e giorni passavano lentamente e il giovane si sentiva sempre più prigioniero in quella gabbia dorata. Aveva una gran voglia di abbracciare la sua ragazza e di rivedere il Gargano ma, ogni volta che chiedeva al Gran ciambellano di partire, nasceva sempre qualche impedimento. Neppure la fata era riuscita a convincere il cerimoniere a far partire ‘Accettone’.

     Una mattina, mentre passeggiava con la fata tra le rose dei giardini incantati: “Cara Aurora…” le aveva detto, “io ti ho salvata dalla roccia e voi mi tenete prigioniero in questo palazzo. Ho troppa nostalgia della mia terra e del mio villaggio. Sono mesi che manco da casa e forse la mia Elisa è stanca di aspettarmi. Io devo necessariamente tornare a casa”.

     “Il Gran ciambellano, mal consigliato dai ministri, teme che la tua partenza mi faccia sparire un’altra volta. Io, invece, desidero che tu torni felice alla tua terra. Ascoltami... Questa è la chiave che mi ha regalato la vecchia dell’osteria. Questa notte, quando tutti dormiranno, prova ad aprire le sette porte di ferro”.

     Arrivata la notte ‘Accettone’ si era avvicinato alla prima porta e, messa la chiave nella toppa: “Trtoch… trtoch… trtoch…” dopo tre mandate, cigolando pigramente, si era aperta. Aveva provato con le altre porte e, ogni volta, le porte si aprivano. “Non tutti dicono bugie. Quella vecchia aveva detto la verità a proposito della chiave che apre tute le serrature” aveva pensato tra sé e, dopo aver rinchiuso tutte le porte, era tornato a letto.

     Sembrava che tutto fosse andato nel migliore dei modi. Un guardiano, nascosto dietro una colonna, aveva visto tutto ma, per paura che non fosse creduto, non aveva raccontato niente a nessuno, neppure al capitano delle guardie.

     L’indomani mattina ‘Accettone’, incontrata la fata, le aveva riferito che la chiave aveva aperto tutte e sette le porte di ferro. “Ma come faccio a tornare a casa…?” aveva chiesto, “le porte si sono aperte ma io non ho navi e non mi è rimasta neppure una moneta per il viaggio”.

     “Ricordi cosa ha detto l’asino che abbiamo liberato dalle catene…? Se mai avrai bisogno di qualcosa, chiamami e rimarrai sorpreso di cosa sarò capace di fare. Questa notte prova a chiamarlo e vedi se ti può essere utile”.

     Giunta la notte aveva chiamato il vecchio asino tutto pelle e ossa e con la coda più sottile di una lucertola: “Arrì… Arrì…, ho bisogno del tuo aiuto”.

     Appena pronunziato il suo nome, ecco apparire l’asino: “Ih…Oh…. Ih…Oh…. In cosa posso servirti…?” aveva chiesto al giovane e ‘Accettone’, tra sospiri e qualche risentimento, aveva raccontato la sua disavventura. “Ho salvato la fata dalle grinfie della Strega delle invidie e, per tutta riconoscenza, il Gran ciambellano, mi tiene prigioniero. Vorrei proprio ritornare alle mie terre”.

     “Io ti posso riportare al villaggio in breve tempo ma è necessario aprire le sette porte di ferro per uscire da questa torre”. Gli aveva risposto l’animale.

     “Non ti preoccupare…, so come aprire le porte di ferro. Domani notte ti chiamerò e potremo tornare a casa. Adesso devo sistemare un’ultima faccenda” e, d’un tratto l’asino era sparito.

     “Non tutti dicono bugie. L’asino aveva detto la verità. Le sue capacità sono proprio impensabili” aveva pensato tra sé ed era tornato a letto.

     Il guardiano, intanto, messo sull’avviso, aveva visto l’asino comparire e sparire. “Se non dico niente al capitano e questo scappa” rifletteva tra se e se “io sarò legato in catene e incarcerato. Se racconto quello che ho visto mi crederà un visionario, e verrò incatenato e sbattuto in carcere. Meglio aspettare. Al momento giusto comincerò a urlare e dare l’allarme”.

     la mattina, appena incontrata Aurora, il ragazzo le aveva raccontato che durante la notte aveva chiamato l’asino e quello era apparso nella torre.

     “Questa notte aprirò le sette porte con la chiave di ferro e l’asino mi porterà al mio villaggio” aveva detto alla fata, “Forse non ci rivedremo più, ma io porterò nel cuore il tuo ricordo”.

     “Non partire prima di mezzanotte…” gli aveva chiesto la principessa “aspettami nella tua stanza e, quando senti bussare, apri”.

     Il campanile della torre alta batteva la mezzanotte quando la principessa arrivò nella stanza di ‘Accettone’.

     “Prendi questo anello” gli aveva detto “è il regalo di nozze per la tua Elisa e in questa borsa ci sono le gemme più belle e più costose del mondo. Sono il mio regalo per te”.

     “Allarmi… allarmi….” urlava il guardiano ‘Accettone’ sta scappando”. Un rumore di armigeri arrivava di corsa dai corridoi: “Arrì…” aveva chiamato il giovane e, subito, era apparso l’asino. Aveva messo l’anello in tasca; aveva cercato di legare la borsa del tesoro al basto ma, in men che non si dica, l’asino era partito per le terre del Gargano e la borsa dei gioielli, legata male, lasciava cadere dal cielo i gioielli regalati dalla fata.

     “Ferma… ferma…. Torniamo indietro…” gridava ‘Accettone’: “I gioielli… i gioielli”.

     “Possiamo anche tornare per raccogliere la ricchezza” aveva risposto l’asino: “ma tu vuoi correre il rischio di rimanere rinchiuso per sempre e perdere la tua Elisa e la tua terra?”

     ‘Accettone’ era rimasto in silenzio. “L’asino ha ragione” aveva pensato, “meglio tornare a casa”.

     Aveva imparato che non tutti dicono chiacchiere e bugie per ingannare il prossimo e aveva imparato a tollerare anche le chiacchiere degli amici e dei conoscenti. Appena giunto al villaggio era corso della sua Elisa che lo aspettava a braccia aperte e le aveva messo al dito il regalo della fata.

     Come in tutte le favole che si rispettano, al matrimonio, durato sette giorni e sette notti, furono invitati tutti gli abitanti del circondario che presero a raccontare un mucchio di fandonie e di pettegolezzi ma il giovane e la sua Elisa non se ne davano più peso e vissero, finché vissero, felici e contenti.

Giugno 2017