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Concetta, per maritare la figlia, aveva chiesto un prestito al quasi sacrestano della chiesa di San Giuseppe. Il Santo, stanco di quel mercimonio in casa sua, aveva rifatto i conti e le cambiali, quali cambiali….

      Recitate le litanie, le donne per lo più anziane e i tre o quattro uomini sparsi nei banchi della chiesa di San Giuseppe, l’uno lontano dall’altro, erano rimasti in silenzio. Ognuno aveva dedicato l’ultima preghiera ai santi suoi e, finito il rosario, alla spicciolata si erano diretti verso l’uscita. Enrico “U Tise”, settanta anni, a passo di bersagliere seguiva comare Rosina “La Frustere”, non ancora quarantenne. Spente le luci, si erano diretti verso la sacrestia. I due, amici da sempre, erano di casa in quella chiesa.

     In fondo alla chiesa, Nicola “Sèrpanéreje”, con la testa che gli usciva appena da una sedia all'angolo, sembrava pregasse ancora mentre contava i passi della moglie Concetta che attraversava la chiesa in penombra, illuminata soltanto dai lumini accesi dai fedeli ai santi degli altari minori.

     Enrico, montanaro discendente di montanari, dritto come un fuso, non aveva fatto un grammo di lavoro in tutta la vita e non si era mai mosso dal paese. Da qualche tempo lo pagavano anche per stare senza far niente. E già: cos’altro è la pensione per chi non ha mai lavorato. Chissà da dove provenivano i soldi che prestava alla povera gente.

     "No… non soldi a strozzo", diceva lui, "solo prestiti a interesse un poco più alto per chi non avrebbe mai avuto un aiuto dalle banche per mancanza di garanzie sufficienti. Un dieci, quindici per cento di interessi all’anno da pagare in anticipo. A volte, qualcosa in più".

     Un poco alla volta si era intrufolato nella chiesa e ne era diventato il quasi sacrestano. Aveva visto passare già un paio di preti prima che arrivasse don Carmine e, da quel punto di osservazione particolare, con discrezione, tanta discrezione, veniva a conoscenza di morte e miracoli dei parrocchiani. Così era certo di non prestare soldi a persone a rischio.

     Rosina aveva ereditato dai genitori, che venivano da un paesino della provincia  di Potenza, un piccolo podere dalle parti di Macchia Libera che le permetteva di vivere serenamente. I capelli neri legati alla nuca, sempre una veste grigia sotto le ginocchia e scarpe basse. Sembrava una donna d’altri tempi, anche piacente. Tranquilla, senza grilli per la testa, dopo la morte dei genitori si era sentita particolarmente sola. Aveva così chiesto a don Carmine se conosceva qualche giovane adatto a lei e il prete gli aveva presentato Giovanni “Iattamosce1”.

     “Il principe dei sogni”, come l’aveva visto. Se ne era subito innamorato e desiderava ardentemente sposarlo. Giunta la bella stagione, come per incanto, non lo aveva più riconosciuto e di fronte alle insistenze del ragazzo, lo aveva persino denunciato ai carabinieri.

     “Chissà cosa è successo tra i due” pensavano don Carmine e l’amico Enrico, ma Rosina non aveva mai voluto parlarne, continuava a sostenere che non lo aveva mai conosciuto e non volava saperne di un giovane con un soprannome tanto ridicolo. “Mica posso sposare una gatta moscia!” era solita rispondere.      

     Verso la metà di settembre, come se nulla fosse accaduto, aveva cambiato idea. Si lamentava che quel ragazzo l’aveva lasciata senza alcuna spiegazione e lei non poteva vivere lontano dal suo amore. Il suo Giovanni aveva pensato a uno scherzo ma, dopo le insistenza della donna, si erano rimessi assieme e la pace era durata fino all’estate successiva.

     Forse il caldo, forse un vuoto di memoria, forse la fattura di una strega dispettosa, appena incontrava il fidanzato Rosina si metteva a urlare e il povero ragazzo era stato costretto a starle lontano. Una ben strana malattia, avevano diagnosticato i medici. Giovanni non si era fatto più vedere e Rosina era rimasta sola. Qualche volta, ricordando il grande amore, gli occhi diventavano lucidi.

     Per passare il tempo si dedicava molto alla parrocchia. Garbata, professionale, curava i paramenti liturgici e gli arredi sacri, si occupava di arredare la chiesa e di presenziare almeno alle cerimonie più importanti, a volte raccoglieva le elemosine durante la messa, insomma Rosina aiutava don Carmine a tener pulita la canonica, nel disbrigo delle incombenze più semplici della vita della chiesa e della parrocchia.

      Enrico teneva aperta la chiesa. Si interessava di tanto in tanto di qualche lavoretto, preparava i certificati da far firmare al parroco, teneva in ordine le scritture contabili. In cambio utilizzava la sacrestia come seconda casa specialmente nei mesi freddi quando, a casa, tenere accesi i riscaldamenti costava molto e se ne serviva come ufficio per i suoi affari.

     “Cara Rosina!...” le aveva detto un giorno, “siccome mi capita spesso di stare lontano da casa, vorresti tenermi nella tua cassaforte la cassetta dei documenti?” e Rosina non ci aveva trovato nulla di male, anzi. Considerava quella richiesta un atto di fiducia da parte dell’amico.

     Nella chiesa silenziosa e in penombra si udiva distinto il rumore dei tacchi della signora  Concetta che giunta davanti alla sacrestia, a capo chino, aveva bussato alla porta ed era entrata.

     “Vieni!… vieni!…”. Rosina le aveva sorriso, aveva preso una sedia e l’aveva avvicinata alla scrivania dove Enrico l’aveva accolta con fare affabile.

     “Vi ho portato la rata di marzo” aveva detto Concetta “mancano ormai poco più di duemila cinquecento euro per saldare il debito. Posso avere la cambiale?” aveva aggiunto orgogliosa.

     “Certo… certo" aveva risposto mentre stropicciava le mani, "non ho mai conosciuto gente così precisa e coscienziosa. Rosina, hai portato la cambiale della comare Concetta?” e Rosina lo aveva guardato sorpresa: “La cambiale? Oh me sbadata!… Si, si… la cambiale…. Devo averla dimenticata da qualche parte... la cambiale!... Quale cambiale” e si era allontanata.

     Sposare una figlia è una cosa seria specialmente quando mancano i contanti e i benedetti ragazzi non hanno voglia di aspettare. Così Concetta aveva chiesto aiuto a comare Rosina e quella, che non aveva i contanti sufficienti, aveva chiesto aiuto all’amico Enrico.  

     É proprio vero: come passa il tempo. Mentre aspettava, Concetta ricordava intera la sera che si erano incontrati in sacrestia. Si sentiva quasi una ladra.

     “Ecco la scrittura…. È tutto come avevamo concordato. Se lo desideri, falla vedere anche a tuo marito, giusto per controllo”. Enrico aveva estratto da una borsa un foglio di carta da bollo e lo aveva posato sul tavolo.

     “No, no, non è necessario. Io e mio marito sappiamo bene che ci troviamo di fronte a un galantuomo” aveva risposto la donna “noi ci fidiamo ciecamente”.

     “Comunque, è meglio leggere davanti a Rosina le condizioni dell’accordo, come testimone e garante di tutte e due le parti, e aveva cominciato a leggere.

     Contratto di prestito ex art. 1813 e ss. c.c.

     Tra il signor Enrico Bandoni, nato a Monte Sant’Angelo il 20 agosto 1937 e la signora Concetta Gatta, nata a San Giovanni Rotondo il 3 aprile 1964, maritata Belazzi si stipula e si conviene quanto segue:

1 - Il signor Bandoni effettua un prestito occasionale a titolo gratuito alla signora Concetta Gatta.

2 – Il prestito ammonta a €. 9.800/00, dicasi novemila ottocento, che la signora Gatta restituirà tra l’uno e il cinque di ogni mese in rate di €. 700/00, dicasi settecento euro, fino a estinzione del debito.

3 – La signora Concetta Gatta si obbliga a restituire le somme secondo le modalità concordate. Il signor Enrico Bandoni è obbligato a restituire le cambiali.

4 – Si specifica che, se di verifica un ritardo di oltre un mese, il signor Bandoni potrà mettere all’incasso le cambiali che la debitrice ha volontariamente sottoscritto a garanzia del debito.

5 – Si allegano copie dei documenti di identità delle parti, numero quattordici cambiali da etc. etc..

     “Giusto, giusto. Se la comare Concetta ritarda di pagare per più di un mese, è giusto mettere la cambiale all’incasso. Però: nel caso il signor Bandoni non restituisce le cambiali alla comare Concetta, cosa accade?” aveva chiesto Rosina. “É opportuno specificare meglio questo altro aspetto dell’accordo”.

     “Allora aggiungiamo a quanto già scritto che: - nel caso non venga restituita la cambiale all’atto del pagamento, la signora Concetta non è tenuta a pagare il relativo importo”.

     “Ecco i settemila euro. E mi raccomando! Non dica niente a nessuno, specialmente a don Carmine, sa… sono faccende delicate”. il signor Enrico aveva sistemato le due copie del contratto, consegnato la busta del denaro e Concetta lo aveva abbracciato: “Che Dio te ne renda merito” gli aveva detto.

     In verità Rosina c’era rimasta un po’ male. Era convinta che l’amico Enrico aiutava, diciamo, in maniera meno interessata, la povera gente che si rivolgeva a lui. Era quasi pentita di aver indirizzato la comare Concetta dal suo amico. Su settemila euro di prestito, in poco più di un anno, la comare Concetta avrebbe pagato duemila e ottocento euro di interessi. Gli intessi erano sicuramente alti e Enrico si comportava da strozzino.

     Non aveva sgarrato una volta. Il primo di ogni mese, dopo il rosario, entrava in sacrestia, Rosina le consegnava una delle cambiali che teneva in cassaforte e Concetta pagava a Enrico la rata del debito. Anche quella sera Concetta aspettava il ritorno di Rosina e rifletteva tra se e se: “Con questa ho già versato settemila euro. Un poco di pazienza e il debito sarà estinto.

       Rosina non tornava.

     “Che diavolo sta facendo!” pensava Enrico e, mentre faceva finta di leggere un messale, guardava verso la porta della canonica. Nessun rumore.  

     Concetta si era alzata e, per ingannare l’attesa, si era messa a leggere le notizie affisse nella bacheca.

     “Resoconto delle offerte per i missionari” era scritto sopra un foglio e, parrocchia per parrocchia del paese e di tutto il circondario, era riportato l’ammontare delle offerte.

     “Ma guarda un po’!...” pensava: “I paesi più poveri, i quartieri più poveri dei paesi più poveri sono quelli che versano offerte più ricche. È proprio vero. O ci si aiuta tra poveri o non ti aiuta nessuno”.

     Si guardava attorno e Rosina non tornava.

     Enrico si era alzato dalla scrivania e, appena entrato nella canonica, sorpreso e incredulo, aveva trovato Rosina che pregava, tranquilla, davanti a un’immagine di San Giuseppe.

     “Rosina!… che fai?…. Hai preso la cambiale di Concetta?” le aveva chiesto dirigendosi verso l’amica.

     “La cambiale!… quale cambiale? Aveva risposto incredula “Io non ho mai visto cambiali in vita mia”. E i due avevano cominciato a discutere, a puntualizzare, ad alzare la voce.

     “Buona sera Concetta”. Don Carmine appena entrato in sagrestia aveva salutato la parrocchiana e aveva chiesto: “ Come mai da queste parti?”.

     “Ho fatto una chiacchierata con Enrico e Rosina in attesa dell’arrivo di mio marito” aveva risposto “dovrebbe stare in chiesa”.

     “Nicola!… Nicola!...” don Carmine aveva scosso l’uomo che si era addormentato sulla sedia. “Tua moglie ti sta aspettando!” e tutti e due si erano avviati verso la sacrestia.

     “Che strano sogno don Carmine. Che strano sogno”. E mentre si dirigevano verso la sacrestia aveva raccontato, barcollando.

         “Seduto in fondo alla chiesa guardavo i santi sopra gli altari appena illuminati dai pochi lumini. Nel gioco delle ombre vedevo biglietti di banca, forse biglietti da cinquanta euro, biglietti da dieci e da venti euro e qualche cambiale che, dopo aver volteggiato davanti ai santi degli altari minori, si posavano l’una sull’altra ai piedi della statua di san Giuseppe sull’altare maggiore.

     “Cerchiamo di farne la giusta ripartizione” mi diceva san Giuseppe.

     Il santo, dopo averle contate una ad una, aveva posato tutte le banconote alla sinistra dei suoi piedi e alcune cambiali alla sua destra.

     “Vedi...” mi ha detto “questi sono i settemila euro che vi hanno prestato a titolo gratuito: e d’un tratto sono spariti; queste, invece sono le cambiali che tua moglie ha firmato per un debito non dovuto. In casa mia no si combinano certi affari e, mentre mi avvicinavo, le cambiali hanno preso fuoco e sono diventate cenere. Caro don Carmine, meno male che mi hai svegliato. San Giuseppe aveva una faccia proprio… inc…. irritata e sembrava che mi volesse picchiare con il bastone”.      

     “Rosina!!! Rosina!!!”  Per la sacrestia si sentivano le imprecazioni di Enrico  “dove hai messo le cambiali?”

     “Cambiali!… quali cambiali” aveva chiesto don Carmie appena entrato.

     “Cambiali!… quali cambiali” rispondeva tranquilla la donna “Tu sei Enrico, il mio amico. Perché gridi?”

Gennaio 2020