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di Domenico Rignanese

dicembre 2018

 A differenza di certe persone, il pupazzo di neve aveva visto quello che era accaduto e non si era nascosto dietro mezze bugie per compiacere l'arrogante di turno. Non è facile rimanere in casa. Non è facile rimanere chiusi in casa. Come tutti, spero di fare al più presto una bella passeggiata per i boschi. buona lettura, spero vi divertiate.     

 

La neve era caduta abbondante tutta la notte e la domenica mattina, anche se erano già passate le dieci, il paese cercava faticosamente di mettersi in giro.

“È stata una bella nevicata”. Il comandante dei vigili guardava dai vetri l’operaio che spalava davanti alla porta e osservava, compiaciuto, la piccola Chiara che si divertiva a costruire in mezzo alle siuole, accanto alla statua di san Benedetto, un pupazzo di neve.

     Sembrava il pupazzo della sua infanzia e la bambina, oltre i vetri disegnati dal freddo, gli ricordava proprio la ragazzina che gli aveva fatto perdere la testa cinquant’anni prima.

     D’un tratto la piazzetta intirizzita, illuminata dalla luce che filtrava bianchissima dalla lieve nebbia che stazionava sopra i comignoli, s’era animata. Imprecazioni, urla, ordini imperiosi, risate e bestemmie.

     “Bonaventura!… Bonaventura!… Dannazione. Dove diavolo ti sei cacciato?” Aveva urlato ed era sparito dietro la tenda: “che diavolo succede?”

     “Agli ordini comandante”.

     Temistocle Bonaventura, sempre a disposizione dei più forti e con la pretesa di comandare sui più deboli, amante della quiete ad ogni costo, in tutta la sua carriera aveva contestato pochissime multe ma sempre e solo su ordine dei suoi superiori o su espressa segnalazione di qualcuno su cui scaricare l’eventuale responsabilità.    

     “Aiuto!… Aiuto!…” urlava Antonio. Pezzi di occhiali rotti e alcune gocce di sangue colate dal naso avevano sporcato la coltre bianca, “è stato quello…, è stato lui…, è stato Mario” imprecava e, quando si era accorto che il portoncino di casa sua si apriva e aveva visto il padre uscire incartato nel cappotto di cammello e col borsalino marrone calcato sulla testa: “è stato Mario… aiuto… aiuto” aveva iniziato a piangere e gridare.

     Il giudice Carlo Bianchini, sentito il pianto del figlio e visto che si rigirava nella neve, si era precipitato ad alzarlo da terra mentre col fazzoletto cercava di pulirgli il naso e di capire i danni sulla faccia del ragazzo.

     “Acchiappatelo…! Acchiappate il delinquente…!” gridava: “Vigili uscite. Al delinquente…, al delinquente… Acchiappatelo”.

     Lesto, alla voce del giudice, era balzato fuori il brigadiere Bonaventura dimenticando la strada innevata e ghiacciata.

     “Fermatevi…! Fermatevi…! Gridava mentre, scivolando sul viottolo ghiacciato, finiva con il sedere in uno dei cumuli di neve fresca ammassati ai lati della porta d’ingresso tra le risate dei ragazzi e delle donne che si erano fermate lì attorno. Anche Antonio rideva assieme agli altri ragazzi. Non aveva proprio capito che il delinquente che doveva fermarsi era lui.

     “Quel delinquente la paga questa bravata” sibilava il giudice Bianchini mentre cercava di consolare il figlio.

     In realtà Bianchini non era proprio un magistrato ma giudice di pace per intercessione di vari santi e innanzitutto di “santo denaro” ricevuto in eredita da un padre faccendiere sempre attento alle spartizioni che le istituzioni offrivano copiose.

     “Ma che paga…, che paga…” borbottava sottovoce Ignazio Carelli mentre posava la pala da neve dietro la porta del magazzino. A passo lento e misurato si dirigeva con Alfonso verso il Piccolo Bar, subito dopo la discesa verso via Umberto I, da cui usciva della musica con il volume piuttosto alto: “Il figlio di Carmine non centra proprio niente. Non ha fatto nulla” aveva riferito con sicurezza all’amico, “ha combinato tutto quel ragazzo capriccioso e bugiardo finito gambe all’aria…. Se sarà necessario la racconto io la verità al comandante”.

     Pochi minuti e la piazzetta era tornata quella di prima, sdraiata nella sua coperta di neve. Persone, infreddolite per la via, camminavano attente a non scivolare. Il comandante, che si era affacciato dietro i vetri del suo ufficio, guardava attorno per cercava di capire che cosa fosse accaduto.

     La piccola Chiara aveva ripreso a costruire il suo pupazzo di neve. “San Benedetto sta sempre solo” pensava tra sé, “è meglio che qualcuno gli faccia compagnia”.

     Aveva alzato gli occhi alle imprecazioni di un ragazzo centrato in piena fronte dalla palla di neve e aveva visto il tentativo di fuga e la rovinosa caduta di quello che con gli occhiali rotti e il naso che sanguinava. Aveva scorto il giudice Bianchini arrivare di corsa e soccorrere il figlio che continuava a scivolare sul ghiaccio e non riusciva ad alzarsi da terra. Aveva riso della rincorsa del brigadiere Bonaventura sprofondato col sedere nella neve ammassata di lato alla porta dell’ufficio dei vigili e tutto inzaccherato prestare sostegno al giudice Bianchini prima di bloccare Mario, il delinquente.

     Finito lo spettacolo, aveva ripreso a raccogliere neve fresca per portare a termine la sua opera.

     Mario, che continuava a protestare e a dichiararsi innocente, era stato accompagnato negli uffici dei vigili da Bonaventura che lo rimproverava ad alta voce accertandosi che il giudice lo sentisse: “Perché hai tirato quel pezzo di ghiaccio in faccia al figlio del signor giudice Bianchini? Bella bravata… Gli hai rotto gli occhiali e fatto sanguinare il naso. Questa cattiveria ti costerà cara”.

     A niente erano servite le parole del ragazzo che aveva tentato di spiegare l’accaduto. Il brigadiere aveva acchiappato il colpevole e non aveva voluto neppure ascoltare le spiegazioni di una donna che aveva visto l'accaduto.

     Per lui, le dichiarazioni del signor giudice di pace Bianchini, uomo di giustizia, erano verità sacrosante che nessuna signora, nessun ragazzo poteva mettere in dubbio e aveva portato Mario davanti al comandante.

      Anche Pio e Alfredo, due amici di Mario, si erano attardati dietro i vetri del comando dei vigili urbani, per capire cosa stesse accadendo a Mario e si erano diretti verso via San Giuseppe per avvertire il padre dell’amico.

     Il comandante era uscito dalla stanza lasciando solo il ragazzo. Il cigolio della porta era stato l’ultimo rumore che Mario aveva sentito, poi era calato il silenzio.

     “Forse mio padre mi verrà a liberare” rifletteva tra sé e sé. Seduto sulla poltroncina in similpelle, guardava i graffiti che ornavano il lato dell’armadio accanto alla porta d’ingresso della stanza del comandante.

     Un cuore trafitto da una croce con un nome illeggibile; un serpente con un pugnale conficcato nella testa; una figura femminile con due grandi mammelle e tante, tante date e tante parole che qualche passata di colore, troppo diluito, non era riuscita a cancellare. Le pareti coperte da intonaci grossolani mostravano tutti i segni di una incuria antica.

     Il penetrante miasma del sigaro toscano fumante in bocca al comandante riempiva la stanza illuminata dalla bianca luce di un neon appeso al soffitto e all’angolo il bianco, rosso e verde della bandiera italiana davano un poco di allegria ad un ambiente anonimo con una piccola libreria piena di codici, di vecchie fotografie e di statuette colorate di militari. No, Mario non era particolarmente preoccupato: “Non sono io il colpevole, non lo sono affatto. Io sono quello che ha preso il pezzo di ghiaccio in testa. Ma guarda che bernoccolo che mi ritrovo. La verità verrà a galla appena arriverà mio padre. In fondo ha combinato tutto quello stupido, sempre pronto a tirare la pietra e ancora più svelto a nascondere la mano”.

     Era proprio andata così; Antonio aveva centrato Mario con una palla di neve dura come il marmo in piena testa procurandogli un bernoccolo ben visibile sulla fronte.

     Certo, Mario voleva vendicarsi e stava sistemando una bella palla di neve. Rigirandola tra le mani arrossate dal freddo era diventata dura come il ghiaccio e si preparava a scagliarla ma quando si era girato, Antonio piagnucolava nella neve.

     Non l’aveva neppure scagliata quella palla di neve. Continuava a farla saltellare da una mano all’altra.

     Per paura e per la foga di scappare, Antonio sembrava correre sui pattini a rotelle per la prima volta. Aveva tentato di rimanere in equilibrio saltellando come un grillo poi, con le gambe all’aria, era caduto rovinosamente con la faccia sul primo scalino mandando in frantumi gli occhiali mentre dal naso usciva un piccolo filo di sangue: “Ben ti sta...” urlava divertito “Ben ti sta…”.

     La piazzetta a ridosso del municipio, di fronte alla sede dei vigili urbani, si prestava bene ai giochi e ai dispetti tra ragazzi. Si rincorrevano, si divertivano e qualche volta combinavano qualche piccolo guaio. I vigili e la poca gente attorno guardavano divertiti e tolleravano il chiasso dei ragazzi. In fondo quegli schiamazzi erano molto simili alle discussioni senza fine di quelli che frequentavano le stanze del palazzo e, se si tolleravano chiacchiere e battibecchi di tanti rappresentanti educati e garbati, perché non tollerare i giochi dei ragazzi.

     Il giudice, accompagnato il figlio a casa, aveva subito raggiunto l’ufficio dei vigili e, piazzatosi dietro la scrivania alle spalle del comandante, aveva cominciato ad inveire contro il ragazzo che lo fissava con occhi minacciosi.

     “È stato lui a centrare mio figlio con un pezzo di ghiaccio. Questo delinquente deve pagare tutto, occhiali e danni fisici e morali. Questi teppistelli senza responsabilità la devono smettere di essere i padroni della strada. Cercate qualche genitore, presto” e il brigadiere integerrimo era andato subito a chiamare il padre di Mario.

     Erano arrivati subito e dopo avere bussato, senza aspettare, erano entrati nella stanza del comandante che cercava di calmare il giudice.

     “Eccolo…, eccolo finalmente…” aveva immediatamente ripreso il giudice inveendo contro il nuovo arrivato “quando non siete capaci di tenere a bada i vostri figli mandateli in collegio”.

     Quell’aggressione a freddo, senza motivo, avrebbe mandato in bestia anche Giobbe, quello della Bibbia, ma Carmine, avvezzo a ben altre esperienze, non lo aveva neppure guardato.

     Aveva vissuto per molti anni nelle miniere del Belgio con la speranza di tornare a casa ricco. Quelle lunghe ore nel ventre della terra non lo avevano arricchito ma, oltre a regalargli una pensione d’invalido per la silicosi, gli avevano insegnato ad essere razionale, riflessivo, paziente. La vita sotto terra gli aveva insegnato a prendere di petto i problemi senza inutili giri di parole specialmente quando si trovava di fronte a gente sciocca e arrogante.

     “Chi è quel signore dietro la vostra scrivania?” aveva chiesto freddo al comandante dei vigili,: “è forse il nuovo comandante?” aveva poi insinuato rivolgendosi a Bonaventura.

     “Accomodatevi, prego” era subito intervenuto le comandate con un certo imbarazzo indicando le sedie ai presenti “e cerchiamo di chiarire questa storia” aveva aggiunto piccato.

     “C’è poco da chiarire” lo aveva interrotto Bianchini, “il figlio di questo… signore ha ferito il mio ragazzo e gli ha rotto gli occhiali. Ne è testimone tutta la piazza e lo stesso brigadiere ha visto ogni cosa. Mio figlio mi ha raccontato che è stato colpito da una palla di neve scagliato da questo monello. Devi pagare gli occhiali e tuo figlio deve chiedere scusa al mio”.

     “Quando sono uscito dall’ufficio, accorso alle richieste di aiuto che venivano dalla piazza” riferiva il brigadiere, “ho visto piangere il figliolo del signor giudice ancora per terra con gli occhiali rotti e il naso che sanguinava mentre tutti guardavano tuo figlio Mario che stava per colpire il povero ragazzo con un’altra palla di neve”.

     “E tu che cosa hai da dire a tua discolpa?” aveva ripreso il comandante dei vigili rivolgendosi a Mario che all’angolo della stanza era rimasto in silenzio visibilmente contraddetto.

     “Coraggio Mario…, è vero quello che questi signori stanno raccontando?” Carmine si era rivolto tranquillamente al figlio che continuava a scuotere la testa come per dire: “Ma dove le hanno viste tutte queste fantasie”.

     “Questi signori raccontano un sacco di fesserie” aveva sbottato tutto d’un fiato, “e io ho già raccontato al brigadiere come sono andate le cose. Questo fa finta di non capire. Ha persino dimenticato che il ferito sono io” aveva aggiunto mostrando il bernoccolo sulla fronte, “anche questo me lo sono fatto da solo…? Questi signori raccontano bugie e la verità è completamente diversa. Chiedetelo al signorino che è andato a nascondersi a casa come sono andate veramente le cose”.

     Carmine aveva dato la mano al figlio per rassicuralo e fargli sentire che credeva alla sua versione dei fatti.

     “Brigadiere Bonaventura perché non ci riferisci anche la versione dei fatti raccontata da mio figlio? Giusto per avere un quadro completo dell’accaduto e capire meglio chi racconta frottole e chi protegge i colpevoli”.

     “E si…, ecco…” il brigadiere si era schiarita la voce e aveva preso a riferire la versione dei fatti che Mario gli aveva riferito, “il ragazzo ha dato una versione un poco fantasiosa. Ha detto che è stato il figliolo del signor giudice a colpirlo in fronte con una palla di ghiaccio e mentre scappava, forse per paura, è caduto per conto suo. Però io ho visto tuo figlio che aveva ancora in mano un’altra palla di neve e si stava minacciosamente avvicinando al figliolo del signor giudice già con il naso sanguinate e gli occhiali a pezzi”.

     “Allora comandante, come procediamo” aveva chiesto con voce squillante: “Pare che il mio amico Bonaventura e il signore qui presente raccontano la loro storia e mio figlio ne racconta un’altra diversa. Intanto ci troviamo con due ragazzi, uno con gli occhiali rotti e il sangue al naso e l’altro con un bel bernoccolo in testa e con una palla di neve ancora in mano. Non possono essere vere tutte e due le storie”.

     “Come osa questo signore mettere in discussione la parola di uomo di giustizia e di un pubblico ufficiale” aveva tuonato il giudice Bianchini rivolgendosi al comandante che si era alzato dalla sedia e camminava sopra e sotto la stanza in cerca di una via d’uscita. Era vero. Il giudice e il suo brigadiere avevano raccontato una storia credibile ma nessuno dei due aveva parlato del bernoccolo del ragazzo e della palla di neve non ancora scagliata.

     Mario, d’altra parte, aveva accusato il suo brigadiere di non avergli raccontato l’altra versione dei fatti che nessuno contestava, quindi, o il ragazzo doveva essere un gran bugiardo o quanto meno c’era bisogno di approfondire una storia che presentava diversi punti oscuri. Era opportuno cercare qualche testimone credibile.

     “Forse è bene capire meglio come sono andati i fatti. Conviene parlare con qualche altro testimone” aveva suggerito il comandante mentre guardava il brigadiere e il giudice Bianchini che borbottavano.

     “Mi pare che, come avete riferito tutti e due, quando sono accaduti i fatti erano presenti in piazza anche Alfonso e Ignazio Carelli”.

     Il giudice Bianchini aveva chiamato i due che erano appena usciti dal bar: “Raccontate al comandante quello che è successo a mio figlio” aveva intimato: “così la smettiamo con questa commedia”.

     Alfonso guardava il suo amico e aspettava che raccontasse quello che aveva visto. Quando, dopo alcuni secondi di imbarazzante silenzio, aveva capito che Ignazio non aveva alcuna intenzione di mettersi conto il giudice Bianchini, si era subito tolto dall’impiccio.

     “Mi spiace, io non ho visto molto. Quando sono arrivato il signor brigadiere stava accompagnando il figlio di Carmine all’ufficio dei vigili. No, no. Io non ho neppure visto il figlio del signor giudice né quello che gli è accaduto”.

     “E tu, Ignazio? Aveva chiesto il comandante: “tu stavi davanti all’ufficio a spalare la neve. Sicuramente quando si sono sentite le imprecazioni ed è iniziata la confusione avrai alzato la testa e avrai visto qualcosa”.

     “No…, no. Neppure io ho visto nulla. Ho sentito il figlio di Carmine bestemmiare e, quando mi sono girato, ho visto il figlio del signor giudice a terra che chiedeva aiuto. Poi è arrivato il signor giudice e ho visto il brigadiere scivolare e finire gambe all’aria nella neve fresca. Proprio allora sono tornato al magazzino per riporre la pala e per andare con Alfonso al Bar”.

     Alfonso aveva fatto un paio di passi indietro e: “Possiamo andare?” aveva chiesto al comandante. Poi si era avviato con Ignazio verso il bar dal quale erano usciti poco prima.

     “Perché non hai raccontato la verità” aveva domandato asciutto fermandosi sulla porta del bar, “io non avevo veramente visto niente ma tu, prima, mi hai raccontato un’altra verità”.

     “Ma…, veramente…, forse non ho visto bene prima” Ignazio cercava di farfugliare qualche scusa mentre invitava l’amico a entrare, “forse è meglio entrare per bere qualcosa”.

     “Ho già bevuto abbastanza” aveva risposto Alfonso mentre lo lasciava solo sulla porta e, senza salutare, si allontanava verso il municipio.

     “Sono finiti gli interrogatori?” Aveva alzato la voce il giudice: “ora possiamo rientrare e cercare di chiudere questa faccenda?”.

     “Il mio pupazzo ha visto tutto: dall’inizio alla fine” aveva strillato Chiara che stava sistemando gli ultimi particolari della sua opera.

     Carmine si era girato mentre il comandante si era avvicinato e aveva salutato la ragazza: “Cosa dici signorina? Il tuo pupazzo ha visto quello che e successo tra i ragazzi?”.

     “Certo che ha visto e sentito quello che è successo in piazza, aveva già gli occhi e le orecchie. Adesso gli metto la bocca e vi racconterà per filo e per segno quello che è accaduto”.

     Lentamente aveva raccolto un piccolo pezzo di cartone e aveva fatto la bocca del suo pupazzo.

     “Sapete” aveva aggiunto: “il mio pupazzo non dice bugie, è troppo amico di San Benedetto. Non può far finta di non aver visto nulla se ha visto o credere di aver visto quasi tutto se non ha visto”.

     E l’amico di san Benedetto, per bocca della piccola Chiara, aveva preso a raccontare per filo e per segno gli avvenimenti della mattinata mentre fiocchi leggeri avevano ripreso a giocare, a danzare nella piazzetta seguendo il ritmo e la musica delle leggere folate del vento.