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E' proprio difficile rimanere sempre accanto alla tua ragazza ma è ancora più difficile starle lontano. Allora si scappa e si torna indietro. E la ragazza, che pensa? 

Novembre 2018

   

     Ecco là il treno…, lo si scorgeva ancora. I fari rossi si allontanavano sui binari e diventavano due puntini che si perdevano tra l’afa e il grano maturo.

     Angela aveva avuto uno scatto di rabbia. La faccia al sole appariva luminosa e i capelli neri nascondevano in parte un paio di rughe che le solcavano la fronte. Guardava il via vai delle valige e alcuni vagoni, fermi in attesa di chissà quali vite da portare lontano, indifferente alle tante storie che si consumavano su quei marciapiedi. 

     “Forse è meglio così. Questa storia deve finire” rifletteva mentre un mare di pensieri si rincorrevano e confondevano la  mente.

     Era uscita da casa un’oretta prima con la scusa di prendere una boccata d’aria ed era corsa verso l’autobus per Manfredonia, sola, con l’assurda idea di tornare nell’isola di Sicandro, in Grecia, dove qualche anno prima aveva passato due indimenticabili mesi di vacanza, ma il sogno si era infranto subito alla prima stazione, no, non solo perché il treno per Foggia era già partito, forsa aveva capito che scappare non serviva a nulla. Prima o dopo quell’assurda situazione andava presa di petto. Prima o dopo quel guazzabuglio in cui si era cacciata andava risolto.

     “Le rose bianche sull’altare cambiavano colore e appassivano velocemente mentre mozziconi di candela illuminavano a stento la chiesa proiettando sui muri ombre inquietanti. Il suo vestito bianco si era impigliato alla balaustra che cingeva l’altare e, tira tu… tiro io, si era strappato. Tutti gli invitati ridevano e il neo marito era seduto a terra con la testa tra le mani”. Erano le scene della notte trascorsa insonne e gli incubi, a tratti interrotti da piacevoli ricordi, si erano dissolti soltanto nel chiarore delle prime luci dell’alba.

     Tra veglia e sonno le era riapparso il sole luminoso di Sicandro, la casa della famiglia di un pescatore che Piera, amica conosciuta a Ferrara, le aveva presentato.

     Anche quella volta era scappata. Doveva cancellare l’ennesima cocente delusione. Vittorio, il suo primo ed unico ragazzo, continuava a cercarla dopo averla lasciata e la lasciava ogni volta che si rimettevano assieme. Tre o quattro mesi di attenzioni e carezze e, d’un tratto, spariva senza alcuna spiegazione. A volte bastava un intoppo qualsiasi, una parola, per farlo scappare, a volte raccontava che aveva bisogno di una “pausa di riflessione”. Venti giorni, un mese e si ripresentava allegro, spensierato, follemente innamorato e, senza spiegazioni, scuse o chiarimenti, si riappropriava di Angela che lo stava ad aspettare.

     “Forse” pensava la ragazza, “la colpa è mia, forse non lo amo abbastanza, è un legame senza affetto, banale, senza futuro”. Forse… forse…, si rigirava nei dubbi e non riusciva a trovare risposte.

     L’ultima volta, durante la sua festa di compleanno, Vittorio era arrivato con un bellissimo mazzo di rose. “Sei bellissima” le aveva sussurrato all’orecchio e avevano ballato senza fermarsi un istante. Poi, come per incanto, aveva lamentato l’alto volume del giradischi, si era allontanato ed era sparito dalla circolazione, come faceva di solito.

     Per la prima volta Angela non lo aveva cercato, chiamato al telefono; non era andata a casa dei suoi genitori per sentire le imbarazzate bugie della povera donna di sua madre. Per la prima volta gli occhi, il volto del suo Vittorio diventavano anonimi, uguali a quelli di tanti altri. Si era ricordata che la sua amica Piera l’aveva invitata in quella isola e nel giro di un paio di giorni era partita per una lunga vacanza.

     Aveva bisogno di capire se voleva veramente bene a quel ragazzo e se quel rapporto poteva avere un futuro; aveva bisogno di stare sola, lei che era la donna più socievole del mondo. Aveva bisogno di capire, finalmente, cosa doveva farne del suo Vittorio.  

     Angela era una bruna carina e simpatica, ormai prossima alla laurea in lettere classiche. Gli amici cercavano lei per raccontare le loro delusioni, la cercavano quando avevano bisogno di essere ascoltati e, passate le delusioni, raccontate le storie, la lasciavano sola.

     La sera, quando si usciva per passeggiare, quando ci si sedeva ai tavoli del chiosco al belvedere, si sentiva inadeguata. “Cosa mi manca?” era solita ripetere a sé stessa. Poi aveva incontrato Vittorio.

     Era accaduto tutto molto in fretta il giorno di carnevale a Manfredonia. Che giornata…! A mezzogiorno la sfilata languiva. Erano transitati soltanto un paio di gruppi di ragazzini delle scuole medie con i loro costumi allegri e colorati e dei carri allegorici non c’era nessuna notizia. Non appariva niente neppure in lontananza.

     Restare in piedi un’intera mattinata sotto il solo matto di fine inverno non è molto piacevole e Angela, ormai stanca e insofferente, si era seduta in disparte al muretto del porto. Voleva tornare al paese ma doveva aspettare gli amici che continuavano a scherzare e divertirsi mentre la sfilata lentamente si snodava lungo la via.

     Anche Vittorio era stanco e insofferente. Aveva trascorso tutta la mattinata a Foggia e di ritorno si era fermato a Manfredonia.     Straordinario Vittorio. Dipendente delle Imposte dirette, tre o quattro anni più grande di Angela, non aveva grandi interessi. Misurava le persone e i conoscenti in base alla loro capacità retributiva e, ogni volta che passeggiava con qualcuno, non perdeva occasione per magnificare la dedizione al lavoro e la sua specchiata onesta e accusava il mondo intero di essere ladro, corrotto ed evasore.

     Gli unici che lo sopportavano erano alcuni vecchi colleghi di scuola che, quando iniziava a pontificare, non perdevano occasione per canzonarlo.

     “Sono proprio d’accordo” ripeteva Franco: “in questo mondo di ladri e corrotti di onesti ce ne sono proprio pochi. E voi…? Siete ladri, corrotti o semplicemente evasori?” e piazzava l’indice in faccia agli amici che sorridevano. Vittorio non capiva e non si accorgeva dei presenti che lo prendevano in giro.

     Di ragazze manco a parlarne. “Caterina l’ho lasciata andare  perché troppo presuntuosa e come potevo restare con Enrica: a quella piaceva sedere davanti ai bar per mettere in mostra le sue mercanzie. Se Ester non fosse scappata perché non reggeva il mio confronto l’avrei lasciata io.  E questa non va bene, l’altra va solo male, addossava la colpa dei fallimenti a quelle che, dopo averlo conosciuto, fuggivano via spaventate dopo pochi giorni.

     Anche lui, solo e annoiato, si era seduto al muretto accanto ad Angela. I due non frequentavano gli stessi ambienti, avevano interessi diversi e si conoscevano solo di vista. Si erano incontrati a qualche festa da amici comuni e, per educazione, si salutavano per strada.

   “Vorrei proprio andare via” aveva esordito Angela, “sono stanca, mi sono scocciata e mi fanno male i piedi. Di questo passo i carri arriveranno alle quattro e a quell’ora sarò morta”.

     “Vieni andiamo via” le aveva risposto borbottando, “anch’io mi sono scocciato, sono stanco e ho fame”.

     Avevano salutato in fretta gli amici e, mano nella mano per non perdersi tra la folla, si erano allontanati dalla zona del porto e dalla confusione.

     “Hai impegni urgenti” aveva chiesto Vittorio prima di arrivare al bivio che si inerpicava per la costa: “potremmo andare a pranzo sul mare, da Monsignore”.

     Qualche attimo di esitazione e: “No, non ho impegni... Mi sembra una buona idea” aveva risposto abbassando gli occhi. Forse, quando meno se l’aspettava, era arrivato il grande amore.

     Era così iniziata una storia fatta di alti e bassi.

     Quando stavano assieme Vittorio l’accompagnava persino in chiesa, lui che si dichiarava agnostico, e non perdeva occasione per correrle incontro quando tornava dal lavoro. Si comportava come il ragazzo più innamorato del mondo e Angela rimaneva regolarmente sorpresa quando, senza motivi apparenti, senza alcuna avvisaglia, spariva.

     Le prime volte lo aveva cercato, gli aveva telefonato e aveva chiesto informazioni agli amici comuni e, non avendo alcuna risposta, si chiudeva nella sua stanza e, tra lacrime che scendevano incontrollate per la delusione, forse per rabbia, ancora più per la incapacità di decidere se aspettarlo o cacciarlo via in malo modo. Tentava di elaborava strategie e programmava vendette per far pagare lo sconforto in cui i comportamenti assurdi di Vittorio la facevano cadere.

     Poi, proprio come era corso via, appariva e la riempiva di coccole e di attenzioni. Prometteva che non sarebbe più andato via e tutto riprendeva come prima. Angela si sentiva rassicurata e sembrava dimenticasse in fretta la delusione e la rabbia dei giorni  passati ad aspettarlo. Sembrava che nulla fosse accaduto. Ad ogni distacco, ad ogni rappacificazione, tuttavia, il loro rapporto perdeva qualche sfumatura e qualche granello di sabbia si infilava nel delicato meccanismo dello stare assieme.

     Vittorio non si accorgeva che ad ogni fuga consumava una parte della fiducia e dell’affetto di Angela e il cesto dei sentimenti e della comprensione, man mano, si svuotava. Non si accorgeva che la margherita aveva sempre meno petali, le lacrime sparivano dagli occhi della ragazza e il loro mondo diventava sempre più piccolo.

     Quella volta Angela non l’aveva cercato ed era partita senza lasciare indirizzi e tracce, con l’ordine tassativo alla madre di tacere sulla sua destinazione, silenzio che la madre aveva accettato di buon grado.

     Che belle le spiagge di Sicandro tra sabbia e mare di un limpido che costringevano anche l’anima ad essere trasparente e serena.      Che dolce il silenzio per i tratturi tortuosi rotto di tanto in tanto dal volo delle colombe e dallo scampanio sommesso di qualche capra intenta a brucare rametti di verde e profumato rosmarino. Che pace tra i cespugli di acero sempreverde sparsi sui placidi dorsali e tra i vermigli fiori di melograno.

     I gialli petali dei cavoli delle Egadi, tra mille orchidee sparse tra prati e pietraie, sembravano farfalle che si rincorrevano attorno ad una pozza d’acqua. I cespi di broteroa azzurro chiari sembravano nuvole al pascolo nel luminoso cielo del mediterraneo.

     Che piacere vivere in mezzo al mare senza telefono, senza giornali e televisione. Vivere in compagnia dei pini odorosi adagiati sui costoni a spargere le loro ombra fin dentro al mare. Camminare per tratturi tra vecchi ulivi attorcigliati dal vento e dagli anni. Passeggiare senza meta e aspettare con la signora Aphia il ritorno del pescatore con la cesta di saraghi e canocchie e spigole e ricci di mare.

     Quella notte tutto era tornato alla mente. L’ultima fuga immotivata e vigliacca di Vittorio e le fughe precedenti. I colori di un mondo riflessi dentro al mare e il sapore di perdersi sola a guardare le onde scivolare sulla sabbia di una spiaggia abitata soltanto dai gabbiani. Il ritorno a casa convinta che avrebbe lasciato definitivamente Vittorio e la stupidata di aver ceduto ancora una volta alla corte spietata del ragazzo. I pochi giorni di serenità e la ripresa della monotona e banale vita di tutti i giorni.

     Quanta allegria per la prima lettera di incarico. Aveva fatto domanda soltanto al provveditorato di Foggia e aveva scoperto che in provincia esisteva anche il comune di Chieuti, a due passi dal Molise. Che avventura arrivarci dal Gargano.

     A volte si nascondeva dietro un libro, facendo finta di leggere, e guardava le facce dei viaggiatori. Ascoltava divertita le invettive conto il governo ladro, i partiti ladri, contro i sindacalisti privilegiati e i colleghi imbroglioni che, con la scusa di assistere parenti con handicap si assentavano dal lavoro e li scavalcavano in graduatoria.

     Ogni volta che si attraversava il Tavoliere sempre la stessa storia. “Guarda quanti negri rubano il lavoro alla gente onesta” iniziava il primo e pronto un altro: “Dovrebbero lasciarli in mare. Questi portano un sacco di guai e di malattie. Sono di una razza diversa”.

     Angela si divertiva quando qualcuno invitava quei gentiluomini a scendere dalla corriera e prendere il posto di quei disgraziati nei campi di pomodori e di finocchi.

     Come per incanto le invettive si spegnevano per qualche chilometro e si riprendeva la guerra alle giornate troppo calde o troppo fredde o troppo lunghe o troppo corte fin quando uno alla volta si scendeva alle fermate fino a Chieuti e, di ritorno, fino a Monte.

     A volte ripercorreva tutti i cento venti chilometri fatti cinque giorni la settimana per l’intero anno scolastico. Un incubo durato dieci mesi prima di essere trasferita a Vieste. E anche sotto i faggi della foresta Umbra sempre le stesse facce, le stesse discussioni, gli stessi inutili lamenti e gli stessi pettegolezzi. Sessanta chilometri e sempre un’ora e mezza di viaggio.

     Lo squillo del telefonino l’aveva spaventata. Un treno era fermo in attesa di chissà quali vite da portare lontano e lei seduta in faccia al sole. Aveva guardato il numero; era sua madre. Aspettava quella telefonata.

     “Dove sei finita?” Una voce piena d’ansia e di rimprovero l’aveva aggredita appena aperto il telefono “sono due ore che ti cerchiamo dappertutto. È già molto tardi, Vittorio è qui e tra poco arrivano i suoi genitori”.

     La casa era tirata a lucido. Un mazzo di rose rosse al centro del tavolo del salotto e una superba pianta di felce all’angolo del balcone. Le famiglie dovevano incontrarsi per fissare la data del matrimonio.

      Ora che Vittorio sembrava aver messo la testa a posto, Angela diventava inquieta quando si parlava di futuro e di mettere su casa.      Aveva cercato di dirgli che era meglio “avviare un periodo di riflessione” ma il ragazzo non l’ascoltava.

     “Capita a tutti di essere insicuri e nervosi quando si parla di futuro, capita anche a me” diceva Vittorio per rassicurarla ma nella testa di Angela continuava a ronzare l’ammonimento della madre: “Non prendere un uomo che scappa” ripeteva ogni volta che vedeva la figlia assorta e infelice, “se scappa adesso che son pizzichi e baci, cosa accadrà quando sarete sposati?”.

     Angela non era né sicura né tranquilla. Il cesto si era svuotato e incontrare Vittorio le procurava ansia.

     Vedendo la figlia inquieta, l’unica ad essere tranquilla e contenta sembrava la madre.

     “Quando arrivano i genitori di Vittorio, non prendere impegni” aveva risposto Angela: “Puoi riferire che non ci sarà alcun matrimonio” e aveva aggiunto: “Vittorio può telefonarmi se vuole. Scusami. Non torno per l’ora di pranzo” e aveva riattaccato.

     Era fatta. La decisione che avrebbe dovuto prendere quando Vittorio spariva senza spiegazioni, quando rimaneva insensibile alle sue lacrime, quando lo pregava di tonare indietro senza ottenere alcuna risposta, quando tornava indietro e le giurava eterno amore sapendo che l’avrebbe ancora lasciata, era finalmente arrivata. Si era liberata di un peso non più tollerabile. La schiena appoggiata alla spalliera e il sole che le baciava le guance la rendevano felice.

     Erano passati pochi minuti e il telefono aveva ripreso a squillare. La madre aveva avvertito Vittorio con la faccia compunta e il cuore allegro. Troppe volte aveva visto piangere la figlia; quel continuo lasciarsi e rimettersi assieme non le era mai piaciuto e non ne aveva mai fatto mistero.

     Prima che Vittorio riuscisse a pronunziare una parola: “Ciao…” Angela gli aveva detto: “Caro Vittorio non ci sono motivi per portare avanti questa nostra storia. Stare assieme non ha senso, forse non l’ha mai avuto e non intendo passare la vita ad aspettare un uomo che va e viene senza motivo” e, senza aspettare risposta, aveva riattaccato.

     Vittorio aveva guardato la madre di Angela che non apriva bocca e si era guardato attorno per cercare un interlocutore. Era maledettamente solo. Il silenzio aveva d’un tratto riempito il suo cuore e non si era mai sentito tanto incerto, confuso. La solitudine lo aveva accompagnato a quella porta che tante volte aveva oltrepassato senza alcun rimpianto. “Io…! Io solo” pensava:

     “E adesso?”.