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La tempesta è passata, finalmente, ma ci sono ancora troppi nembi all'orizzonte. Nel cuore restano quelli che ci hanno lasciati, conosciuti e sconosciuti. Meglio non allontanarsi da casa. 

 

          Un brontolio sordo, minaccioso, aveva avvolto la valle spandendosi tra i sassi dei costoni della immersa delle Ripe e si era disperso per i parchi frondosi di cerro che salivano fino alla Foresta Umbra. Il cielo, ancora azzurro e luminoso sulle cime, già si tingeva dei colori del vespro cadendo dentro al mare. Pareva aspettare che le nuvole, come stormi di taccole veleggianti nelle folate di vento senza meta, coprissero il suo cammino verso l’orizzonte lontano.

     “Il tempo cambia… ci sarà temporale”. Nicola, il vecchio proprietario, guardava i nembi che, giocando per la pianura, salivano minacciosi su per la valle, ma non era preoccupato. In più di settant’anni, ne aveva visti di temporali e di bufere, ne aveva viste di belle stagioni. “Meglio affrettare il passo”.

     Di tanto in tanto tornava in quella terra per ritrovare gli anni della giovinezza, i sogni a volte realizzati e quelli tante volte delusi dai casi della vita. Aveva bisogno di vederla, sentirla sotto i piedi e ricordare assieme a quelle mura scrostate le tante storie vissute. Aveva bisogno di restare solo, lontano dal paese e da casa. Era stanco di ascoltare la moglie e le figlie che continuavano a ripetere sempre la stessa storia: “Che ci vai a fare in quella terra. Vendila o prima o dopo ti ammazza”.

     “Quelle hanno ragione…” diceva a se stesso, “ma non capiscono che ho bisogno di respirare quest’aria. Quando cominciano a chiedermi, a pregarmi di rimanere a casa, di girare a zonzo per il paese mi irritano e divento scontroso. Io ho bisogno di riprendermi la solitudine che mi ha accompagnato quando non mi serviva”.

     Della grande costruzione era rimasta in piedi solo la parte più antica, quella costruita verso la fine del settecento, quando il suo bisavolo si era trasferito dalle terre della piana di Carpino a Piano Vergato tra la Immersa delle Ripe e Monte di Mezzo. Due grandi locali per gli animali, un magazzino dove stipava il fieno per l’inverno, la cucina, la stanza da letto, e una stanza d’ingresso. La palazzina costruita negli anni sessanta era crollata sotto la nevicata del ’93. Erano caduti i tetti e i pavimenti del piano rialzato, lasciando intatti i muri perimetrali e quelli divisori. Sembrava un tronco di faggio colpito dal fulmine, spaccato al centro, senza rami e senza foglie nella parte alta.

     “Devo risistemare questi tetti” continuava a ripetere “queste mura hanno bisogno di essere rinsaldate o, prima o dopo, fanno la stessa fine della masseria di Salvatore” e ogni volta che tornava in campagna, rimuoveva un po’ di macerie dal perimetro interno della casa con una vecchia carriola cigolante.

     Un ritmo lento, senza pretese, e mentre tirava via qualche pietra “Mi sto prendendo in giro…” pensava, “di questo passo ci vogliono almeno trent’anni per rimuovere macerie e arbusti. Questi cresco troppo in fretta. Io non ho trent’anni né per questa terra né per altro”.

     L’azienda, ormai, produceva solo funghi, more, prugnolo e origano. I vecchi terreni seminativi erano stati invasi dai peri selvatici e dal biancospino e la ginestra era diventata la padrona dei fianchi della montagna. Solo alcuni alberi di noci, vecchi castagni e ciliegi mezzo marciti producevano ancora qualche frutto, ma non li raccoglieva nessuno. Erano cibo per volpi, uccelli e cinghiali.

     Quante cose erano cambiate. Vista adesso, abbandonata, con i muri a secco crollati, i tratturi invasi da rovi e spini, non sembrava che avesse permesso a lui e alla sua famiglia di vivere con un certo decoro. “Guarda che fine hai fatto…” diceva ai muri scrostati “sei sopravvissuta a mio nonno, a mio padre e adesso hai gli stessi acciacchi che ho io. Tanti sacrifici, certo, ma siamo riusciti a tirare avanti onestamente e alla mia famiglia non è mai mancato nulla neppure quando gli aerei bombardavano le città”.

     Ci aveva messo l’anima e la giovinezza ma come tutte le aziende di quel territorio non servivano più a nessuno. Non ai giovani, partiti; non ai vecchi, consumati da mille anni di fatica. Le lunghe sere erano illuminate da lampade a petrolio e i tratturi lasciavano spazio appena al passaggio del mulo e del cavallo. 

     Mentre annusava l’aria, raccoglieva svogliatamente un poco di legna che riponeva nell’ampia cucina accanto alla brandina, dove era solito riposare. Sul fuoco scoppiettante il paiolo, appeso alla catena che scendeva da un soffitto nero invaso dalla fuliggine con qualche chiazza di bianco calce a ricordo di giorni migliori, dondolava emettendo un cigolio lamentoso. Pareva seguire il vecchio che si affacciava per controllare l’avanzare di quella che si annunziava come una brutta serata.

     Fulmini crepitanti, sempre più vicini, rompevano d’un tratto la penombra e lo scoppio dei tuoni sbottava tra i costoni che chiudevano la vallata. Folate improvvise di vento si insinuavano tra gli alberi ululando e scompigliando rami e foglie. Il pero a ridosso della masseria dimenava furiosamente i rami e d’un tratto si chetava mentre la valle taceva, sprofondava nel silenzio in attesa di un nuovo tuono, del nuovo ululare del vento.

     Lo sfolgorio di una saetta, caduta sulla collinetta di fronte la porta della masseria e lo scoppio simultaneo del tuono lo avevano colto di sorpresa e quasi spaventato. D’istinto aveva chiuso la vetrina e si era nascosto dietro lo stipite. Grosse gocce d’acqua s’abbattevano sulla terra alzando sbuffi di polvere.

     La vallata era sprofondata in una penombra irreale. Rombi improvvisi e bagliori accecanti si erano impadroniti del cielo e della terra e i rami del pero, i vimini dei rovi e del biancospino schioccavano nella furia del vento. In breve, scrosci d’acqua avevano creato mille rivoli e dai tetti scendevano fiotti rumorosi che trascinavano fango, foglie, piccoli rami e ripulivano le grosse pietre del selciato.

     Seduto accanto al fuoco, Nicola aveva preso a guardare il tratturo invaso dall’acqua attraverso il luccichio che si disegnava sui vetri gocciolanti. Per quanti anni aveva attraversato quel pezzo di strada. A volte col cuore in subbuglio altre volte toccando il cielo. Al calare del sole si sedeva sullo scalino e osservava i rovi e il biancospino, mossi dalla brezza del vespro, che costeggiavano il tratturo che lo portava al paese. Le spine e i bianchi fiori del prugnolo riaprivano storie antiche.

     In un lampo gli sembrò di vedere in mezzo al tratturo Giacomo, il garzone. Lo aveva accolto che frequentava appena il secondo anno delle elementari ed era cresciuto con lui. In quella masseria almeno mangiava e si copriva meglio di quando abitava con i genitori. In autunno il ragazzo tornava a casa per frequentare la scuola e già a primavera ricompariva in campagna, spesso, senza finire l’anno scolastico. Prendere la licenza elementare era stata dura, poi aveva del tutto abbandonato la scuola.

     “E’ un maschio” gli gridava dimenando le mani mentre tornava dal paese un lunedì mattina. Avevano bevuto rosolio e festeggiato. Nicola aveva già tre figlie femmine e, adesso, aveva un figlio a cui lasciare l’azienda. “E si…, avevo messo sopra una bella azienda” ripeteva a se stesso.

     Ogni tanto capitava qualche impiccio, e a chi non capitano impicci, ma difficilmente si denunziava l’accaduto. Le controversie si dipanavano, quando era possibile, con il buon senso e i ladri, conosciuti, difficilmente venivano arrestati dalle forze dell’ordine.

     In quelle contrade ci si difendeva da soli. Avevano tentato di rubare anche nell’azienda di Nicola. Alla conta degli animali, al rientro dai pascoli verso l’imbrunire, un sabato di maggio del cinquantanove, mancavano due giumente.      “Se non torno per le nove, le dieci” aveva detto a Giacomo mentre si allontanava con l’accetta in spalla, “vai in paese dai carabinieri”.

     Erano passate le ventuno e mancava poco alle ventidue. Il garzone già si preparava per andare in paese e raccontare del furto e del padrone che non era tornato quando, tra i fruscii ovattati della sera, si era sentito lo scalpitio dei cavalli che si avvicinavano alla masseria. Nicola aveva riportato indietro le sue giumente.

     “Dove le hai trovate?” aveva chiesto Giacomo mentre l’uomo riponeva l’accetta all’angolo della porta. “Giù, vicino al pagliaio abbandonato” aveva risposto senza aggiungere particolari. Cenarono in silenzio prima di andare a letto.

     Quella notte, Francesco “Pellecchia” si era recato al pronto soccorso dell’ospedale della zona con la testa piena di sangue. “Sono caduto da cavallo” aveva dichiarato al medico che lo stava rattoppando. “Si, dal cavallo di qualche povero cristo” aveva commentato il medico prima di avvertire i carabinieri.

     Nicola aveva trovato le giumente legate dentro il vecchio pagliaio abbandonato. Si era appostato dietro un grosso castagno e aveva aspettato che il ladro tornasse per portarle via col favore delle ombre.

     Conosceva il ladro. “Stai lontano dalla mia masseria” lo aveva avvertito. “Eviteremo guai a tutti e due”.

     “Pellecchia”, all’imbrunire, era tornato a prendere le giumente e Nicola, uscito dal nascondiglio, lo aveva affrontato colpendolo alla testa con il cozzo dell’accetta ma nessuna denuncia era stata fatta ne dall’uno, ne dall’altro e tutto, come al solito, era stato archiviato come incidente.

     L’arrivo del figlio maschio era stato un grande evento. Si era svegliato all’alba. Non vedeva l’ora di abbracciare la moglie e stringere al petto il nuovo arrivato, ma prima di partire aveva preso un virgulto di pero e, come aveva promesso, lo aveva piantato non lontano dalla cisterna grande, al riparo dai freddi venti del nord sotto la collinetta di fianco alla masseria, per ricordare la nascita tanto desiderata.

     Michele era cresciuto in fretta. Si, lo avevano chiamato Michele in onore dell’Arcangelo patrono della città. Che piacere vederlo scendere le scale in mezzo a tanti ragazzini vocianti quando il sabato mezzogiorno lo andava a prendere a scuola. Che gioia vederlo correre per i prati dopo sant’Antonio quando tutta la famiglia si recava in azienda per raccogliere il frutto di un anno di lavoro e ascoltare la moglie che rimproverava il ragazzo. “Lascia stare le galline. Se le spaventi non faranno più le uova” gli diceva benevola.

     Era un piacere viverci d’estate con la famiglia e qualche amico che la domenica faceva la gita in campagna. Un centinaio di ettari tra seminativi, boschi e pascolo. Oltre cinquanta vacche e un centinaio di capre. Quattro cavalli e un certo numero di maiali e animali da cortile per le necessità della casa.

     Due lavoranti fissi per tutto l’anno. Il mese di luglio arrivavano una ventina di mietitori per raccogliere il grano. Quattro o cinque biche, le più belle della zona, si ergevano maestose nell’aia; poi iniziava la trebbiature con i cavalli fino a santa Maria. Giornate lunghe, faticose. La polvere e la paglia impastavano il sudore dei mietitori e dei proprietari. Giornate di lavoro al sole di agosto e le sere a raccontare storie nell’aia e a cantare vecchie canzoni piene di malinconia.

     Gli sembrava di sentire ancora il battito della trebbia Landini quando, attraverso secolari tratturi riadattati e superando molte difficoltà, era arrivata per la prima volta nell’aia dietro la masseria. Il lavoro di un mese e mezzo in una settimana.

     La trebbia scaricava balle di paglia da una parte e sacchi di grano direttamente sul camion che trasportava tutto all’ammasso. Anche in quelle terre sembrava fosse arrivato un piccolo pezzo di progresso.

     Nicola era riuscito a rendere carrozzabile, a sue spese, il vecchio tratturo interpoderale ed era finito nei guai. Le guardie forestali lo avevano denunziato per aver effettuato lavori di rimozione terra. Erano passati oltre due anni dalla presentazione del progetto al comune e alla provincia per la sistemazione del tratturo ma le autorizzazioni non arrivavano. A poco erano valse le proteste fin quando, spazientito e per far arrivare la trebbia in azienda, aveva chiamato un motorista con la pala meccanica e aveva eseguito i lavori.

     “Meglio agli avvocati che a loro” sentenziava a voce alta. Dopo una battaglia legale durata tre lunghi anni, il giudice lo aveva assolto anche perché gli enti preposti, con notevole ritardo, avevano ritenuto il progetto presentato e i lavori effettuati conformi alle leggi.

     Poi, nelle più corte giornate di settembre, tutto tornava tranquillo. Anche le voci della campagna diventavano più discrete. Le prime nebbie coprivano il rosso e il giallo, il viola e l’arancio mentre i prati tornavano piano piano al verde e il pero e il ciliegio perdevano velocemente le loro foglie. La moglie tornava in paese e Michele riprendeva la scuola.

     Ripartivano gli ordinari, lenti lavori di campagna. Arare e preparare i terreni per la semina; sistemare le stalle; ripulire i canali per la raccolta delle acque; raccogliere il gran turco; sistemare qualche muro a secco.

     Mentre Nicola consumava la giovinezza nella sua terra, il mondo cambiava in fretta. Aveva comprato il fuori strada e la maggior parte dei lavori veniva eseguito con mezzi meccanici ma era sempre più difficile trovare gente disposta a lavorare in campagna.

     Le istituzioni non si ricordano di quelle terre: le strade abusive rimanevano sconnesse, niente elettricità e acqua, la solitudine e l’abbandono rendevano insicure quella contrade, ancor più di quando erano frequentate da briganti allo sbando e da ladri. I giovani non volevano più fare sacrifici per un futuro incerto. I vecchi diventavano sempre più vecchi e lontano dal paese il fumo delle ciminiere odorava di soldi. La terra non aveva alcun profumo per i ragazzi se non quello della solitudine e della ribellione.

     Abbandonare il mondo dei loro genitori, trasferirsi nelle grandi città del nord, emigrare sembrava la soluzione più facile. Belgio, Germania, Milano e Torino il sogno di tanti. Si lavora poco, dicevano, si guadagna bene e si vive in mezzo alla gente.

     Anche Giacomo, il garzone, era partito. Nicola aveva cercato di convincerlo a rimanere ma capiva bene che gli occhi e il cuore del giovane guardavano altrove.

     A nulla era servito costruire altre quattro stanze e una grande cisterna per far fronte ai periodi di siccità e aveva messo su una piantagione di noci e una di ciliegio. Voleva lasciare al figlio un’azienda moderna ma Michele continuava di anno in anno ad allontanarsi da quella terra. I suoi obiettivi erano altri e aveva cercato di farlo capire al padre.

     La voce degli scrosci d’acqua e del vento tra le fronde sembrava quella delle anime del purgatorio che bussavano alla porta e alle finestre e si infilava lamentosa tra gli stipiti, la voce dei tuoni sembrava quella del figlio quando imprecava contro la terra, gli animali e la mala sorte che volevano legarlo a un mondo che non gli apparteneva.

     Di tanto in tanto Nicola si affacciava alla porta e guardava nella penombra come se dovesse arrivare qualcuno. No, non c’era nessuno. Le faville splendenti nel fumo che si alzava verso il camino sembravano le valli in fiamme dell’estate del sessantasette. Che brutta stagione. Ad ogni favonio qualcuno dava fuoco ai canaloni di felci ed erba secca e gli incendi erano durati tutta l’estate. La notte, ormai, si dormiva vestiti pronti ad arginare in qualche modo il fuoco che si ripresentava ogni tre, quattro giorni. I danni sembravano contenuti e le forze dell’ordine si erano disinteressate del problema fin quando fu trovato un piromane morto bruciato in un boschetto di abeti.

     I carabinieri avevano accertato che, dopo aver appiccato il fuoco, non aveva fatto in temo a scappare. Aveva tentato di salire per l’irto canalone che portava verso le terre di Vico, ma le fiamme erano state più veloci e lo avevano raggiunto verso la sommità della collina. Una brutta morte anche per un povero disgraziato.

     Un paio di settimane di pace, poi gli incendi erano ripresi anche se, ormai, c’era poca roba da bruciare.

     Non era bastato il fuoco. Pochi giorni prima della Madonna del Carmine, una notte senza luna, i cani avevano preso ad abbaiare furiosamente. “Ci sono i ladri” aveva detto il garzone mentre imbracciava un vecchio Lancaster calibro 12. Anche Nicola aveva preso il Bernardelli, che gli aveva lasciato il padre, e aveva detto a Michele di starsene al riparo.

     Appena aperta la porte, due fucilate erano partite verso l’uscio. Nicola aveva aperto il fuoco verso il lampo degli spari, acquattandosi dietro al pesante portone di legno. Un lamento, poi più niente. Anche i cani avevano smesso di abbaiare.

     “E’ inutile cercarli in questo buio. Ormai sono andati via” aveva detto Nicola, mentre Michele borbottava verso il padre: “Ma che vita è questa…. È da pazzi ammazzare o essere ammazzati per quattro vacche e per quattro cavalli; io non voglio fare la fine di Matteo “Salvacrépe” (Salvacapre)”.

     In verità Matteo “Salvacrépe” non c’entrava nulla con lui o con i furti di bestiame. In un processo per il furto in una masseria era stato assolto perché nessun testimone lo aveva voluto riconoscere e il giudice era stato facile profeta:”

     “Prima o dopo finirai in galera” gli aveva detto “e per te sarebbe comunque una fortuna. Temo, tuttavia, che ti troveranno morto ammazzato da qualche parte”.

     E lo avevano trovato morto in una valletta dove i ladri erano soliti portare le auto rubate in attesa o di restituirle al proprietario dietro compenso o smontarle e venderle a pezzi. Una fucilata gli aveva sfigurato la faccia e il cadavere era senza mani. Qualcuno gliele aveva tagliate e appese al collo.

     Anche questi erano gli effetti dell’abbandono delle masserie. In certe zone non ci andava più nessuno ed erano diventate il regno di accaparratori senza scrupoli e di ladri di ogni risma.

     Matteo “Salvacrépe” era stato ammazzato vicino ad una macchina rubata che stava smontando. Qualcuno sosteneva che aveva rubato la macchina sbagliata; c’era invece chi pensava che era stato ammazzato da qualche povero cristiano esasperato per i continui furti subiti e, come per tanti altri delitti, il nome di chi gli aveva sparato e gli aveva tagliato le mani non si era mai saputo.

     Michele era l’ultima estate che si recava in campagna. Quell’anno aveva conseguito il diploma di scuola superiore e aveva presentato, tra altre, una domande ad un concorso per guardia penitenziaria. A poco era valsa l’insistenza del padre il giorno della partenza per la scuola di polizia. Col figlio andava via il sogno di una vita e non si erano parlati per anni. Quell’inverno, una furiosa nevicata aveva sfondato la volta e i pavimenti della nuova masseria.

     Per il vecchio allevatore era stato un anno difficile, molto difficile ma lui, testardo, contro il parere anche della moglie, continuava ad andare in campagna quasi tutti i giorni ma, un poco alla volta, non coltivava più nulla e aveva venduto tutti gli animali.

     No…, non si era rassegnato. Continuava a tenere i muri a secco ordinati e sognava di ristrutturare la masseria crollata.

     “Prima o dopo” soleva dire “qualcuno riprenderà a coltivare questa terra”.

     Il giorno del matrimonio del figlio Nicola, dopo la messa, con una scusa, aveva disertato la festa. Bruciava ancora la decisione del ragazzo di abbandonare la terra e il figlio, deluso dalla cocciutaggine del padre, per alcuni anni non si era più fatto vedere.

     Qualche notizia arrivava dalla nuora che continuava a mantenere i rapporti con le cognate e con la suocera. Poi era nato il primo nipote.

     Lo aveva chiamato col nome del nonno, Nicola, e il giorno del battesimo tutta la famiglia, compreso il vecchio Nicola, si era riunita in una grande festa.

     I vetri, appena schiariti dal fuoco del camino, sembravano lo schermo di un televisore. Nell’acqua che scivolava gli sembrava di vedere il piccolo Nicola tra le braccia della nonna e lui che sorrideva alle moine del bimbo.

     E rivedeva il giorno del trasloco del figlio, quando era tornato ad abitare in paese. Si, riavere il figlio vicino e l’arrivo del nipote avevano attenuato il risentimento che riempiva i giorni del vecchio ma la terra, la campagna continuavano ad essere la ragione della vita.

     Una saetta e un lungo boato avevano richiamato Nicola alla realtà. Davanti agli occhi il crepitio del pero che, colpito dalla saetta, si squarciava e scivolava lentamente verso valle trascinando il grosso muro a secco su cui si era poggiato.      Il brontolio cupo degli assi della soffitta gli avevano fatto alzare gli occhi e da un angolo cadevano calcinaci e colate di acqua e fango.

     La frana...!!

     Acchiappato in fretta il borsone e la giacca, Nicola aveva fatto appena in tempo a uscire dalla porta mentre tutto il lato della masseria che dava sull’orto scivolava verso valle. Una ammasso di macerie trascinate via dall’acqua che fuorusciva dalla cisterna squarciata dalla frana.

     L’acqua, la polvere, il fango e la paura lo avevano impietrito.

     Nicola, al sicuro in mezzo all’aia, si era accasciato vicino al fuoristrada guardando impotente il mondo che gli stava scivolando via. Sembrava che piangesse. Un lampo in lontananza e il brontolio d’un tuono che arrivava dalla costa di Spigno annunciavano la fine del temporale.

     In fondo alla valle era riapparsa la luce del vespro macchiata da residue nubi viola e da lunghe ombre dalle strane fogge mentre il sole, già nascosto, illuminava un’ultima striscia dell’orizzonte lontano.