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 La convivenza con se stessi, in genere, è complicata, quella con un'altra persona è sicuramente non facile ma se interviene anche una madre o una suocera, poveraccio, chi si trova in mezzo, e allora.....

      Quella porta si apriva solo un paio di volte la settimana. La casa, al primo piano nel vecchio quartiere dei Cappuccini in gran parte abbandonato, non era disabitata. Il martedì e il sabato Camillo, sempre verso le nove e mezza, si affacciava all’uscio, spiava da una parte e dall’altra, per controllare che non ci fosse nessuno in giro, e usciva di casa.

     Tirava fuori dalla tasca del pantalone un vecchio porta sigarette di latta, ne prendeva una, la spezzava e metà la buttava via. “Fumarla intera” diceva a se stesso “fa proprio male”. L’accendeva e cominciava lentamente a salire la scalinata verso il Belvedere con la sua andatura goffa, curvo sotto il peso di chissà quali ricordi, i capelli arruffati sopra una fronte diventata spaziosa, non andava lontano per fare la spesa. Appena in piazza Beneficenza si guardava attorno e gettava il mozzicone di sigaretta.

     “Arance di Vico…, mandarini…, patate di Zapponeta… Cipolle. Donne accorrete…, tutto a un euro…”. La voce metallica riempiva le strette vie e le scalinate che si intrecciavano verso valle.

     Girava in fretta tra le cassette di frutta e verdura sparse in bella vista senza scambiare alcuna parola con gli altri avventori. Pagava e riprendeva subito la via di casa a testa bassa, come una pecora nella calura, con le buste di plastica piene del necessario per rimanere in casa il più a lungo possibile. Prendeva una sigaretta, la spezzava e metà la buttava. Tirava alcune boccate fin davanti casa, entrava e chiudeva la porta. Solo la finestra, illuminata la sera, rivelava che dietro quella porta abitava qualcuno.

     In quella strada lo conoscevano quasi tutti quelli che erano rimasti. I più vecchi lo avevano visto nascere e lo ricordavano come un ragazzo semplice ed educato, forse un po’ taciturno, e quando qualcuno lo salutava, per educazione di buon vicinato, rispondeva con un leggero cenno della testa, senza proferire parole.

     Aveva insegnato alle scuole medie del paese. Una vita tranquilla, ordinata e monotona, del tutto coerente col suo carattere bonario, rinunciatario, solitario contento della solitudine, disinteressato al giorno che gli scorreva attorno.

     Al funerale di un lontano parente aveva conosciuto per caso Carmela, una collega che insegnava alla scuola media di Mattinata. Erano seduti l’uno a fianco all’altra e, al momento dello scambio del segno di pace, si erano stretti la mano. Un paio di mesi e, l’estate del cinquantotto, avevano messo su casa. Un matrimonio senza grandi esigenze. Tutti e due, non più giovanissimi, avevano pensato che un poco di compagnia non avrebbe sicuramente fatto male.

     Sembrava proprio una coppia tranquilla con pochi amici e una vita sociale che si riduceva alle rare feste di qualche parente molto stretto, alle attività di fine anno a scuola, l’uno a Monte e l’altra a Mattinata e, durante l’estate, due o tre giorni al mare. Non una volta al ristorante né una gita, non una passeggiata o un gelato al bar, ma non per tirchieria.

     “È del tutto inutile mescolarsi a tutta quella gente seduta ai tavolini”, sosteneva Carmela quelle rare volte che il marito le chiedeva di fermarsi al bar. “Un poco di gelato o un aperitivo si possono gustare comodamente a casa”.

     Col passare del tempo la donna, un poco per il disinteresse del marito, un po’ per l’abitudine di controllare ogni piccolo particolare della vita familiare, aveva preso le redini della casa e diventava ogni giorno più petulante.

     “Non lo vedete così precisino. Questo non mi ascolta mai” era solita dire appena si fermava con qualche conoscente, “proprio stamattina ha lasciato camicia e mutande sparse per la casa e io sono costretta a badare ai bambini e fare la serva”.

     La donna lo riprendeva per aver messo le scarpe nere al posto di quelle marroni, e lui le cambiava. Lo rimproverava perché aveva preparato il caffè al posto del latte per colazione e lui si affrettava a esaudire il capriccio dell'ultimo momento e, mentre scivolava via: “Non ti scordare i fiammiferi e mi raccomando il vestitino in lavanderia, ricordati della bolletta e avverti i ragazzi che non devono tornare a casa quando vogliono e smettila di fermarti al bar per leggere i giornali e cerca di tornare in orario. Questo non è né un ristorante né un albergo”. Lo inseguiva versandogli addosso un mare di parole e lui non rispendeva mai né contraddiceva la moglie, neppure quando lo riprendeva davanti agli estranei. Lasciava correre tutto come se non fosse un suo problema ed era diventato taciturno, malinconico.

     L’arrivo di un maschietto e una femminuccia aveva riempito la casa e Carmela si era impossessata anche di figli, così l’uomo, con l’andare del tempo, non le aveva più chiesto di andare da qualche parte, fare due giorni di vacanze e si era chiuso in un circolo del paese. Quando poteva, cercava di sottrarre i ragazzi dalle ossessioni della moglie e si fermavano per un gelato.

      “Le passa”, rispondeva alla madre che lo rimproverava di essersi fatto mettere i piedi in testa, “voi donne avete sempre qualcosa da rinfacciare, meno male che scordate in fretta e tutto passa”.

     Non era una bella vita ma, tutti e due, non ne conoscevano una migliore e quella, giorno dopo giorno, sembrava la migliore possibile.

     Si erano accorti che i figli erano cresciuti quando erano andati via. Caterina aveva trovato lavoro a Bari e Antonio si era trasferito a Foggia e a poco erano servite le invettive e i ricatti della madre che li voleva con lei al paese. I due ragazzi non avevano alcuna intenzione di ascoltare una madre petulante e vivere con un padre assente e, anche se abitavano in città abbastanza vicine, con la scusa del lavoro, tornavano al paese per Natale, Pasqua e qualche giorno durante l’estate per le vacanze, giusto per salvare le convenzioni.

     La nuova solitudine non aveva peggiorata né migliorata la vita della coppia.

     Carmela, che aveva bisogno di parlare e giudicare e contraddire e attaccare e scaricare su qualcuno le sue fissazioni, aveva pur sempre il marito e, quando poteva, la suocera; Camillo, che durante i primi anni di matrimonio diceva sempre sì per evitare spiegazioni e discussioni snervanti, col passare degli anni non rispondeva più alla moglie. Aveva imparato ad evitare qualsiasi contrasto ed era diventato insensibile al continuo cicalio.

     “Meno male che quando invecchiamo la natura ci aiuta a essere meno passionali e ci fa diventare più sordi. Come potremmo sopravvivere alle turbolenze della vita?” raccontava l’uomo e, per limitare i danni e ricaricare le batterie, rimaneva fuori casa il più a lungo possibile col piacere della moglie.

     Le cose erano peggiorate di molto dopo la morte di Alfonso, il padre di Camillo.

     Maria, la madre ormai ottantenne, non voleva restare sola, non voleva essere aiutata in casa da estranei: “Le badanti sono buone solo a rubare e a mangiare” ripeteva e la possibilità di andare ad abitare dal figlio non le passava neppure per la testa.

     “Come faccio a vivere con quella donna che hai voluto sposare a ogni costo contro il parere di tutti” lo rimproverava, “dopo cento anni di matrimonio ancora non ti accorgi di quanto è perfida”. 

     “Mica vuoi portare in casa mia anche tua madre…” aveva puntualizzato la moglie subito dopo il funerale del suocero.

     Camillo non si sarebbe mai sognato di proporre alla madre e alla moglie di vivere sotto lo stesso tetto. Tra le donne non era mai corso buon sangue e come si dice, si odiavano cordialmente, non vi era possibilità di compromesso e lui non era in grado di sopportare le angherie di tutte e due messe assieme.

     Come sempre, pur di non scontentare l'una e di non lasciare sola l'altra aveva preso la decisione più difficile: una sera a casa con la moglie e una sera a casa con la madre sommando e sopportando pazientemente lamenti, discussioni, pretese e pretesti sia dell’una che dell’altra.

     “Non ti sembra di trascurare troppo la famiglia” lo aggrediva Carmela quando il marito andava a dormire a casa della madre.

     “Ti aspettavo per le sette e mezza”. Lo aggrediva la madre appena entrava: “Sicuramente colpa di tua moglie e colpa tua che non hai il coraggio di metterla a posto”.

     Povero Camillo. Non rispondeva alla moglie quando brontolava o inventava malanni per costringerlo a rimanere in casa e non rispondeva alla madre quando lo rimproverava e lo accusava di essere succube della moglie.

     Negli ultimi mesi i dissidi e i battibecchi tra le due donne riprendevano senza sosta ogni qualvolta si incrociavano da qualche parte e, se non si incontravano, affidavano gli insulti e le provocazioni all'uomo costretto a fare la spola tra l’una e l’altra.

     “Ascoltate!…” Camillo aveva urlato più forte delle donne, “non riesco più a sopportare le vostre incessanti e stupide diatribe. Non tollero né l’una né l’altra e non riesco più a stare appresso ai vostri spettacoli. Se non la smettete, prima o dopo, mando tutto e tutte al diavolo”.

     Sia l’una che l’altra erano rimaste perplesse, sorprese dal cambio di atteggiamento dell’uomo che mai, mai aveva osato alzare la voce e minacciare. Chiuse nel loro egoismo, non si erano accorte che il povero Camillo era stanco, esasperato e neppure lo ascoltavano quando cercava di spiegare le sue ragioni alle contendenti.

     “Alla prima lite, alla prima discussione non troverete più il fesso che vi ascolta” aveva aggiunto minaccioso.

     “Che fine avrà fatto quel buono a nulla…” si era chiesto la madre quando un venerdì sera, dopo l’ennesimo rimprovero, il figlio aveva sbattuto la porta ed era andato via. Senza perdere tempo aveva telefonato inviperita alla nuora.

     “Come…. Adesso mi prendi anche in giro? Sono due giorni che quell’imbecille è uscito sbattendo la porta e non è più tornato. Quello con la scusa delle tue malattie ha abbandonato la famiglia. Se non si fa vedere io lo denuncio per abbandono di tetto coniugale” aveva urlato prima di riattaccare.

     Loro urlavano, e Camillo spariva dalla circolazione per un po’ di tempo. Era questa la sua ultima arma. Non aveva voglia di incontrarle, di ascoltare quelle voci che entravano come spade nella sua testa, non voleva convivere con lo strepitare di stormi di taccole in una stanza chiusa, e la scuola, la biblioteca, il circolo erano diventate la sua casa.

     Dopo un paio di volte che l’uomo era scomparso per qualche giorno senza dare alcuna notizia, sembrava che le donne avessero imparato la lezione e per qualche giorno le cose andavano meglio. Ma quelle, che usavano le liti come pane quotidiano per riempire le giornate, dimenticavano in fretta le minacce dell’uomo e tutto tornava come prima.

      Quante volte avrebbe voluto scappare, abbandonare e scomparire nel nulla per sempre. Ma una volta pensava ai figli, una volta ai suoi alunni a scuola, un’altra agli acciacchi della madre, un’altra pensava che la colpa delle continue liti fosse sua e, per una scusa o per l’altra, rimaneva ancorato ai suoi giorni sempre uguali e alle sue abitudini. Camillo sapeva bene che gli mancava il coraggio di abbandonare quelle signore.

     Molte sere, se proprio non era freddo, si sedeva a una panchina isolata al belvedere e si adagiava nel buio e nel silenzio che lo circondavano. Assaporava la sensazione di sentirsi libero guardando le lampare luccicare nel mare nero e le luci che disegnavano i confini del golfo. La luna, che s’alzava dal mare e spandeva la sua scia fino all’imbocco del porto di Manfredonia, lo rasserenava ma lo spettacolo si spegneva all'idea di tornare a casa.

      Sperava di trovare le due donne chiacchierare, sedute davanti alla porta, e quando lui arrivava a casa: “Ti stavamo aspettando per la cena” gli avrebbero detto salutandolo affettuosamente. Ma la porta di casa era sempre chiusa e girato l’ultimo angolo, il sogno svaniva.

      I momenti di tranquillità si perdevano per le scoscese valli fino alla piana di Macchia e il rientro lo immalinconiva. Si consolava pensando che, in fondo, vivere con la sua famiglia era meglio che rimanere da solo. In fondo era pavido e insicuro. Non voleva impicci, anche se aveva imparato che gli impicci arrivano anche quando non sono invitati.

     Alla messa di santa Lucia, madre e moglie, che si erano incontrate lì per caso, avevano passato il segno.

     “Mi ha mancato di rispetto davanti a tutti” aveva raccontato appena incontrato il figlio e, quando era tornato a casa, era stato aggredito dalla moglie: “Mi ha accusato di essere maleducata e una poco di buono perché voleva il mio posto con decine di sedie vuote” aveva riferito al marito che, per una volta, cercava di capire cosa diavolo fosse accaduto di tanto grave.

     Era dovuto intervenire il prete e allontanare le due donne dalla chiesa facendole accompagnare a casa da alcuni parrocchiani per paura che si azzuffassero per strada.

     Stanco ed esasperato, incapace di sopportare il continuo imprecare delle donne, aveva deciso di mettere fine una volta per tutte a quegli sciocchi litigi.

     “Se non vieni da noi il giorno di Natale, non tieni a freno quella lingua velenosa e non la smetti di lamentarti ad ogni occasione, hai finito di vedere me e i tuoi nipoti” aveva urlato in faccia alla madre e alla moglie aveva intimato: “O finiscono queste stupidate o mando tutti al diavolo”.

     Non era mai stata una persona molto forte ma quelle minacce sembravano proprio vere e, pur di accaparrarsi la fiducia dell’uomo, la vecchia aveva accettata di mala voglia quella proposta, proprio come di mala voglia l’aveva accettata la moglie. Le due contendenti avevano dovuto fare buon viso a cattivo gioco.

     Verso l’una, mentre i figli erano ancora fuori con gli amici, Maria aveva bussato alla porta arrivando con una buona mezz’ora di ritardo e la nuora, pensando che il marito fosse andato ad aprire la porta, si era attardata nella cucina. Dopo alcuni secondi il campanello aveva ripreso a suonare con insistenza.

     Carmela pensando che fossero i figli aveva preso a imprecare: “Non è necessario buttare giù la porta. Sto arrivando”.

     E appena aperta la porta: “Volevi lasciarmi fuori…” aveva esordito acida la suocera.

     “Chiedilo a tuo figlio sempre seduto…”, che intanto si stava avvicinando all’ingresso per salutare la madre, aveva sibilato subito la nuora.

     Camillo che non si aspettava una bella giornata, anche se sperava che la presenza dei ragazzi avrebbe stemperato le discussioni e le minacce avrebbero rappacificato gli animi: “Cerchiamo di utilizzare bene questo santo Natale”, aveva suggerito con fermezza guardando fisso le due contendenti.

     “Non era certo necessario preparare tanti antipasti” aveva iniziato Maria mentre si sistemava la sedia: “È un sciupo. Sicuramente tanta roba verrà buttata nella spazzatura” aveva continuato.

     Leonardo aveva guardato torvo verso la madre ma quella, dopo aver assaggiato solo due olive, aveva aggiunto: “giusto gli antipasti sofisticati che io non mangio”.

     Carmela aveva fatto finta di non sentire mentre allungava il vassoio dei carciofini fritti e delle tartine ai funghi al marito che, intanto, riempiva i bicchieri di prosecco per il brindisi.

     “Giornata limpida ma molto fredda” raccontava Antonio appena entrato: “Giù, alla Basilica c’era molta gente a vedere il presepe”.

     “Anche il presepe dell’Avis è molto bello” aveva aggiunto Caterina: “è riprodotto anche un pezzo del quartiere Junno”.

     “Spero che questo Natale aiuti tutti noi a rimanere in pace con noi stessi e con gli altri” aveva interrotto Leonardo con il calice alzato e tutti avevano alzato il calice formulando auguri.

     Maria aveva assaggiato soltanto qualche sottaceto e un poco di caciocavallo e aveva posato la forchetta nel piatto. Camillo aveva guardato il piatto sottocchio senza dire nulla né alcuno sembrò farci caso.

     “Non ha un sapore troppo forte?” nonna Maria si era rivolta ai nipoti.

     “Non mettete in mezzo alle nostre storie i miei figli” aveva subito puntualizzato Carmela infastidita mentre sbatteva il cucchiaio sulla rossa tovaglia natalizia.

     “Chiedo scusa” aveva interrotto Camillo, e si era alzato come per andare in bagno allontanandosi dalla sala da pranzo. Dopo qualche minuto di imbarazzante silenzio si era sentito sbattere la porta di casa.

     I due ragazzi avevano subito capito. Si erano guardati sorpresi senza sapere cosa fare, avevano aspettato qualche secondo e si erano precipitati verso l’uscita appena in tempo per vedere la Citroen del padre sparire oltre l’angolo.

     “Ora sei contenta…” aveva urlato Maria mentre la nuora la cacciava di casa e inveiva contro il marito. I ragazzi guardavano silenziosi la nonna che andava via e la madre che piangeva di rabbia accanto alla tavola imbandita al centro della sala che, senza commensali, sembrava un catafalco colorato e dolente.

     Finalmente. Camillo aveva assaporato il piacere del silenzio, la soddisfazione di sentirsi libero, la gioia di ritrovarsi tra mura senza il gracchiare fastidioso delle donne. Il prezzo per non rimanere solo era troppo alto.

     Un pomeriggio di giugno aveva seppellito la madre senza rimorsi e non aveva voluto vedere la moglie. Si era sistemato nella casa al primo piano nel vecchio quartiere dei Cappuccini in gran parte abbandonato. Ogni tanto, sempre verso la stessa ora, quando sentiva la voce gracchiante degli ambulanti, si affacciava alla porta, guardava da una parte e dall’altra come per controllare che non ci fosse nessuno, usciva di casa, accendeva mezza sigaretta e saliva lentamente la scalinata verso piazza Beneficenza.

Dicembre 2017