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Paolo si guardava attorno. Ogni angolo, ogni balcone, ogni rumore attirava la sua attenzione. Sembrava che non avesse mai visto quei posti, quelle vie, invece…..

Ottobre 2018

     Sessant’anni, il viso solcato da profonde rughe, trascinava leggermente una gamba per un calcio di “Ceccille”, il mulo con cui aveva vissuto per anni e un bastone di nocciolo lo aiutava a stare in piedi. Con la coppola grigia sulle ventitré, il panciotto sopra la maglia di lana grezza e il pantalone di pesante fustagno che una volta doveva essere stato verde oliva, un paio di anfibi con stringhe di cuoio, girava per le strade del paese. Ogni angolo, ogni balcone, ogni rumore attirava la sua attenzione. Sembrava che non avesse mai visto quei posti, quelle vie.

      Paolo “Peddanèrej[1]”, invece, ci era nato in una di quelle case, aveva passeggiato per quelle vie. Da ogni porta sciamavano cinque, sei, sette ragazzini, anche di più, e invadevano le strade. Qualche volta dividevano un pezzo di pane con zucchero e olio e non ci si accorgeva della miseria, qualcuno senza scarpe, altri con gli abiti rivisitati dei fratelli più grandi. Timido, si sedeva al pianerottolo con le spalle appoggiate al muro di casa e guardava i ragazzi che giocavano a frotte e ridevano e si azzuffavano. Solo Aldo, l’apprendista del falegname, lo acchiappava per la mano e lo trascinava in mezzo alla confusione costringendolo a giocare.

     Era partito volentieri per le terre di Iacotenente, dalle parti della Foresta Umbra e, col passare delle stagioni era rimasto solo. L’abbraccio della terra, il silenzio dei tratturi tra alberi secolari e la vita con gli animali erano diventati il suo regno mentre il paese diventava un mondo lontano, estraneo. Ci tornava soltanto in caso di necessità.     

     Quando il maestrale scuoteva le ginestre e il ginepro e i cardi rinsecchiti diventavano i padroni delle pietraie, terminate le faccende nell’orto e governati gli animali, si sistemava davanti al camino e aspettava che le patate messe sotto la cenere cuocessero. Guardava a volte compiaciuto, a volte assorto, le faville che davano spettacolo nel fumo che si alzava verso il comignolo. Smarrito tra i ricordi, rivedeva il volto sorridente di Lucia, quella che non lo aveva aspettato quando era partito per il servizio militare e, prima che gli occhi diventassero lucidi, iniziava a cantare stornelli paesani a squarcia gola:

     “Li pporte de lu ‘nfirne aprite aprite

Lassateme trasì ca so’ dannète

Manche alla voce m’avite canesciute

Ije so cudde u uagnone abbandunète”[2]

e cantando, cantando, tutto tornava come sempre. Allora  riprendeva a imitare i passeri e i merli quando lo zefiro accarezzava le pratoline e i fiori del ciliegio e gli sembrava di volare con le rondini quando i mille garriti riempivano il cielo.

     Sorrideva dopo aver litigato col mulo e imprecava contro le mucche cocciute che non volevano uscire dalla stalla. Sorrideva quando rincorreva la volpe che, sfrontata, si aggirava attorno alle  galline. Le pietre e gli alberi, il fango appiccicoso, la rugiada e le ragnatele che luccicavano all’alba, un paio di lucertole che si avvicinavano all’uscio senza paura e Micco, il cane che gli stava sempre appresso, erano la sua famiglia, ma da qualche tempo non gli bastava più. Mentre guardava il fuoco del camino, riapparivano gli anni della giovinezza e tornava alla mente il profumo delle strade e i sogni e le speranze che gli avevano riempito l’anima. Si accorgeva che lo spettatore muto e attento che viveva come un eremita in quelle terre si sentiva solo.

     La solitudine scompariva d’incanto al ronzio della macchina in fondo al tratturo, Aldo era speciale. Anche lui, dopo la morte della moglie, era rimasto solo. Falegname sopravvisuto alla crisi, la domenica prendeva un po’ di vino e qualche dolce e correva in campagna.

     “Cosa hai portato questa volta?” gli gridava Paolo.

     “Cosa vuoi che porti a un eremita che preferisce guardare il paese da queste cime e vivere come un orso? Prima o dopo dovrai pur tornare in paese e devi imparare a bere il vino acido e mangiare i dolci amari” rispondeva Aldo.

     Vivere come un orso: era vero. Ad ogni stagione diventava sempre più difficile vivere in una terra senza strade, senza corrente e con l'acqua nel pozzo quando pioveva, non era facile dormire con il fucile accanto al letto per difendere una terra senza pace.

     Quella estate avevano sparato ai suoi gli animali, si sentiva sconfitto. Paolo aveva tentato di abbandonare vallate e pietraie ed era tornato in paese con Micco. Una volta a casa si era accorto che le stradine con le case accoccolate l’una sull’altra e il profumo di ragù che usciva dalle vetrine socchiuse gli erano diventate estranee, erano scomparsi i sogni e i ricordi che sperava di ritrovare in paese. Meno male che la campagna lo aspettava. Paolo si era accorto che, vivere con il suo cane, non era il male peggiore e le terre di Iacotenente, dolci la primavera, assetate l’estate, nebbiose e silenziose l’autunno, gelide l’inverno lo avevano abbracciato come un vecchio amico. Era piacevole pranzare con Aldo sotto il noce in mezzo all’aia e arrostire le castagne all’aperto nei primi giorni d’autunno, poi la nebbia e le corte giornate d’inverno chiudevano il cielo e la terra e le faville del cerro gli facevano compagnia. 

     “Se continui a rimanere solo, prima o dopo su queste pietre ci resti” lo rimproverava Aldo.

     “Prima o dopo tutti dobbiamo riportare il sacco a casa e non mi dispiacerebbe morire senza preavviso su questa terra: è vero Micco?” rispondeva Paolo canzonando l’amico e prendevano a chiacchierare mentre i tempi andati bussavano e si affacciavano spensierati.

     “Che litigata… ricordi?” iniziava a sfottere. Erano giovani allora, militari a Caserta, passavano assieme ogni momento libero.

     “Quale…? Ce ne sono state tante” faceva finta di non capire Aldo che ben ricordava la storia che stava per raccontargli.   

     “Quella di Caserta… quale altra litigata e stata tanto divertente” specificava Paolo sorridendo.

     “E smettila…. È del secolo scorso. Mi hai fatto fare una figura di merda” si scherniva.

     “Mi hai fatto fare…. E quando mai. Hai fatto… una figura di merda. Quell’imbecille ci ha abbordato per strada e voleva “regalarci” una ragazza. Potete fare tutto quello che volete, ci aveva detto e tu, imbecille, mi avevi guardato con occhi di pesce cotto come per dire: quando ci capita un’altra occasione come questa”.

     “Ma non ho abboccato, però. Ho subito capito che quella era una povera crista col suo protettore” si difendeva Aldo.

     “Va bene… va bene…. Hai subito… capito… e mi hai perseguitato per almeno due ore perché avevo mandato al diavolo quel ruffiano e quell’imbecille di  amico che si era fatto tentare”. Stavano proprio bese assieme. Poi Aldo tornava in paese e Paolo riprendeva la vita lenta e monotona delle terre di Iacotenente. 

    Una domenica mattina dei primi giorni di marzo, nei fossi c’era ancora la neve, Micco correva avanti e indietro e abbaiava rabbioso davanti alla masseria. Aldo aveva trovato il suo amico agonizzante sull’uscio della porta.

     “Non è ancora arrivata la sua ora”, avevano raccontato i medici del pronto soccorso: “se tardavi un altro poco, lo avresti trovato morto”, e avevano consigliato vivamente al paziente di non tornare in campagna a vivere da solo.

     Non era stato facile abbandonare la terra, gli animali e i suoi alberi. Anche la nebbia, il freddo e la neve non riusciva a dimenticare. Non era stato facile abituarsi alla vita di paese e non gli piaceva rimanere in casa. Quando arrivava il maestrale, scendeva sotto al belvedere e si incamminava per le strette vie del rione Junno fino a san Francesco, sotto il municipio fin sotto il Carmine, sempre al riparo dal freddo vento del nord. Guardava conn nostalgia le tante porte abbondanate, le poche abitate da anziani che guardavano diffidenti quel vecchio con la coppola grigia sulle ventitré, il giaccone sopra la maglia di lana grezza e il pantalone di pesante fustagno e i pesanti anfibi che facevano rumore sul selciato. Per quelle vie non c’era nessuno. Sembravano i tratturi delle sue valli.

      Il paese non lo aveva accolto bene. La sua aria distratta, il suo abbigliamento, il suo vagare assorto richiamava lo stuolo dei ragazzini che lo prendevano in giro e Aldo teneva a stento Micco che ringhiava. Avrebbe voluto mandare tutti al diavolo e tornare alla sua campagna, ai suoi animali ma non era più tempo. Litigare con dei ragazzini… e quando mai, e non capiva perché anche i conoscenti si tenevano alla larga, ma non se ne preoccupava, in fondo gli rimaneva sempre il cane e Aldo.

     Lo andava a trovare alla bottega e, tra il rumore delle seghe e le pialle rotanti e i colpi di martello, tornavano alla mente fatti nascosti negli angoli più profondi del cuore.

     “Che delusione quando Lucia mi ha scritto che sposava Luca “Finamunne”[3]. Ci ho messo molto tempo per dimenticare quella storia” raccontava a volte Paolo, “e ogni donna che ho incontrato dopo di lei mi sembrava scialba, insignificante”.

    “Le storie vanno come vanno” rispondeva Aldo “e non ci possiamo fare niente. Vedi… Io mi sono sposato, ho voluto bene a mia moglie e, ricordi…, quella mi è andata a morire tanto giovane. A volte penso che quella morte è stato un assurdo tradimento”.

     Quanti silenzi per la strada di Pulsano. Con un cenno della mano salutava distratto i passanti che, come lui, cercavano un poco di tepore. Guardava il sole colorare i capelli d’angelo sopra le dorsali della Madonna degli Angeli e, quando scompariva oltre l’orizzonte lontano, si incamminava verso casa tra il cicalio della gente a passeggio. Paolo “Peddanerej” guardava il volto  del  paese e vedeva le terre che aveva abbandonato. Si sentiva a un tempo traditore e tradito.

     I gerani che si affacciavano dai balconi e dalle finestre sembravano i fiori dei suoi ciliegi e le strade, con i panni stesi e le insegne e le automobili, sembravano campi cosparsi di rovi e biancospino. Le vetrine socchiuse lungo le vie sembravano le calde tane degli animali della sua terra. La gente che passeggiava per la strada gli ricordava le pietre e gli alberi dei tratturi che aveva calcato per tanti anni. Ogni tanto scendeva le mille scale di via Valle Portella e, giovane, sperava di incontrare la sua Lucia.

     Non era deluso quando il ragazzo bonario e schivo, quello che aveva sognato di vivere con la sua donna e i figli, si perdeva nella penombra della sera e riappariva il vecchio con la coppola grigia che giocava sulla testa, il panciotto sopra la maglia di lana grezza e il pantalone di pesante fustagno che una volta doveva essere stato verde oliva, quando guardava gli anfibi che faceva fatica a trascinare per le vie del paese.

     Allora, come aveva sempre fatto, metteva la mano in tasca, tirava fuori qualche crocchetta e la offriva a Micco che lo seguiva saltellando per la via.

 

[1] Pellenera

[2] Le porte dell’inferno aprite aprite

Lasciatemi entrare che son dannato

Neppure alla voce m’avete riconosciuto

Io sono quel ragazzo abbandonato. (anonimo)

[3]. Finemondo