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di  Leonardo Guerra

 

                                                            III

 

La grotta di San Michele è al centro degli eventi della Prima e della Terza Apparizione dell’Arcangelo, descritte dall’autore anonimo nel Liber de Apparitione Sancti Michaelis Archangeli, e della pestilenza del 1656, nel corso della quale la pietra del Santuario acquista grande valore terapeutico contro il diffondersi della pestilenza. Il Principe delle Gerarchie Angeliche è venerato pertanto, oltre che per altri ruoli legati alla sua figura e riconosciuti nel mondo occidentale e in Oriente, anche come Protettore speciale contro la diffusione delle epidemie. La peste è una malattia infettiva di origine batterica, causata dall’ Yersinia pestis; può essere polmonare, bubbonica e setticemica;  se non curata in tempo, si diffonde a largo raggio e procura una rapida morte. Le sue conseguenze sono ben descritte da Omero, da Tucidide e da T. Lucrezio Caro e, in tempi più vicini a noi, da papa San Gregorio Magno nell’Omelia su Ezechiele (II, 6, 22), del 590, in cui il pontefice scrive: “Ubique luctus aspicimus, undique gemitus audimus. Destructae urbes, eversa sunt castra, depopulati agri, in solitudine terra redacta est. Nullus in agris incola, pene nullus in urbibus habitator remansit. Ipsa autem quae aliquando mundi domina esse videbatur qualis remanserit Roma conspicitis. Immensis doloribus multipliciter attrita, desolatione civium, impressione hostium, frequentia ruinarum: In ogni dove vediamo dolori, dappertutto ascoltiamo lamenti. Sono state distrutte intere città, abbattute fortezze militari, spopolate le campagne, la terra è stata ridotta in solitudine. Non è rimasto nessun abitante nei campi, quasi nessuno nelle città. Vedete poi quale sia diventata la stessa Roma, che tempo fa sembrava essere padrona del mondo, molte volte consumata da immensi dolori, dai tormenti provati dai cittadini, dall’incalzare dei nemici, dal gran numero delle macerie”.

La peste del 1656 si sviluppò  quasi in concomitanza con la rivolta di Masaniello, un pescatore che organizzò un movimento di protesta contro l’aumento delle tasse, ed ebbe il primo centro di diffusione nella città di Valenza, dove fu orribile lo spettacolo di calamità, di miserie e di morti. Attraverso la Catalogna, la Provenza e la Sardegna, giunse fino a Napoli. Nel centro campano le incertezze e le discussioni dei medici contribuirono a farne dichiarare l’esistenza solo dopo quattro mesi, durante i quali ebbe il tempo di propagarsi prima in mezzo alla popolazione più povera, poi in mezzo alle persone benestanti ed ai nobili. La sua diffusione fu così rapida che, stando a Carlo Celano ed a Salvatore De Renzi, i lazzaretti di San Gennaro extra moenia e di Borgo Loreto erano insufficienti per le esigenze della città e Via Toledo sembrava “lastricata di cadaveri. Nel 1582 Carlo Porta scrisse che dei 402.000 abitanti che contava nel 1656 Napoli furono colpiti dal contagio ben 302.000 persone, cioè circa l’80% della popolazione. Dal capoluogo il morbo si espanse in molti centri della Campania, del Barese (Bari, Andria, Modugno, Barletta …) e, nel nostro territorio, principalmente negli abitati di Troia, di San Severo, di Torremaggiore, di Bovino, di Foggia, di Manfredonia e di Monte Sant’Angelo. Non furono risparmiate nemmeno L’Aquila e Roma. A pag. 249 del suo “Il pellegrino al Gargano”, edito nel 1680, Marcello Cavaglieri ricorda che a introdurre il morbo nelle città del Promontorio fu un diciottenne di Monte Sant’Angelo, un tale Federico Spagnoletta, che venne a contatto “con genti appestate di Foggia”.

Il Cavaglieri descrive anche i sintomi avvertiti dal giovane (“… si sentì percosso da veemente dolore sotto il braccio sinistro, ove apparve un bubone (sic!) grosso, e rotondo più di una noce assai duro, e di color bianco, infiammato intorno, e rosso …”), il quale si recò devotamente nel Santuario di San Michele per chiedere la guarigione, prese una pietra di quelle che si cavavano dalla roccia, la pose sul bubbone suo, di sua madre e dei suoi fratelli e tutti guarirono immediatamente.

Di ciò venne informato l’arcivescovo di Manfredonia, Giovanni Alfonso Puccinelli da Lucca, prelato della nostra diocesi dal maggio 1652 all’ottobre 1658, il quale, da Vico del Gargano, in cui si trovava in quel momento per una visita pastorale, si trasferì immediatamente a Monte Sant’Angelo per implorare l’aiuto dell’Arcangelo Michele. L’arcivescovo ordinò ai fedeli digiuni e preghiere e rivolse all’Arcangelo questa supplica: “O Principe Gloriosissimo, ormai su di noi pende il flagello di Dio, che giustamente meritiamo per le nostre colpe, ma noi, tuo popolo e pecore del tuo gregge, cittadini del monte Gargano, dove tu, per dono divino, hai voluto che fosse posta la tua sede, ora, contriti di cuore, con animo preso da grandissimo dolore, riponendo fede in te solo, o Principe degli Arcangeli, adorandoti con alti pianti e lacrime in questo luogo sacro, dove si fermarono i tuoi beatissimi piedi, supplichevoli ti facciamo, mediante il tuo Arcivescovo, questa preghiera, che tu ti degni di difenderci, di proteggerci e di liberarci dal flagello della peste che incombe su di noi. Così, con capo chino, veneriamo le tue pietre. Ascoltaci, ascoltaci! Amen, Amen!”.

Dalla formula della preghiera si evince chiaramente il pensiero dell’Arcivescovo che, al pari di San Gregorio Magno, attribuì il diffondersi dell’epidemia a una punizione di Dio, volta a correggere i comportamenti dei suoi figli. Considerando le vicende di Ninive raccontate nel libro di Giona, papa Gregorio aveva scritto: «Guardatevi intorno: ecco la spada dell’ira di Dio brandita sopra l’intero popolo. La morte improvvisa ci strappa dal mondo, senza quasi darci un minuto di tempo. In questo stesso momento, oh quanti son presi dal male, qui intorno a noi, senza neppure potere pensare alla penitenza». Il Papa esortò i Romani a convertirsi e dispose che si portasse a termine una processione “settiforme”, chiamata così perché partiva da sette chiese di Roma per raggiungere la Basilica di San Pietro. La tradizione vuole che, mentre era in atto il corteo sacro in onore della Vergine Maria salus populi Romani,  San Gregorio vide sul Mausoleo Adriano l’Arcangelo Michele che riponeva la spada nel fodero, segno che la pestilenza era finita. Da quel momento il Mausoleo prese il nome di Castel Sant’Angelo.

Anche all’Arcivescovo Puccinelli apparve l’Arcangelo Michele, all’alba del 22 settembre del medesimo anno, mentre era in preghiera per chiedergli aiuto. Preceduto come da un terremoto, il Principe Celeste gli ordinò di benedire le pietre della sua Grotta, incidendovi sopra il segno della croce e le lettere M. A. (Michele Arcangelo), e gli assicurò che sarebbe stato preservato dalla peste chi avesse tenuto devotamente con sé una pietra del Santuario. Così fu fatto e da quel momento Monte Sant’Angelo fu liberata dall’epidemia. La notizia del miracolo si diffuse nell’intera Penisola tanto rapidamente che da tutto il Meridione e da altre regioni d’Italia i fedeli vennero in grandissimo numero sulla nostra montagna, in pellegrinaggio devozionale, per avere una pietra del sacro antro. Pur molto piccolo, questo frammento di roccia acquista ancora oggi grande importanza per i devoti del nostro centro abitato e per i pellegrini, che la ricercano e la custodiscono gelosamente in  casa, per esserne protetti nel momento del bisogno. A ricordo del miracolo avvenuto, l’Arcivescovo fece erigere in Via Reale Basilica un monumento in pietra (in dialetto locale viene indicato con il nome di ʼU Sammechéle de préte ), costituito da un duplice basamento, una colonna e, in alto, la statua dell’Arcangelo Michele. Sul lato anteriore di una delle basi di sostegno  sono incise, in latino, le seguenti parole: “Monumento di eterna gratitudine al Principe degli Arcangeli Vincitore della Peste Patrono e Custode”; su quello di sinistra è riportato il nome del promotore dell’opera: “Alfonso Puccinelli 1656”. 

L’Arcivescovo volle lasciare anche, per devozione e per attestare la veridicità dell’evento miracoloso, una lapide ancora esistente nell’atrio inferiore della Basilica di Monte Sant’Angelo, subito dopo la Porta del toro. In traduzione, l’epigrafe latina riporta le seguenti parole: “A Dio Ottimo Massimo. Nell’anno 1656, mentre infuriava la morte per il morbo dell’epidemia, essendo quasi tutta l’Italia in lacrime, per grande miracolo di San Michele Arcangelo ne furono preservati e liberati la diocesi di Siponto e molte città e paesi grazie alle pietre designate celestialmente. Testimone oculare di un così grande avvenimento, Giovanni Alfonso Puccinelli da Lucca, Arcivescovo di Siponto, ad imperitura memoria diede credibilità con questo marmo nel 1658”.

La supplica del 1656 dell’Arcivescovo Sipontino è stata ripresa e recitata il 5 aprile scorso dai Padri Micheliti che hanno in cura il Santuario, per ottenere l’intercessione di San Michele contro il diffondersi del covid - 19. Il rettore Padre Ladislao Suchy ha invocato la protezione di Gesù Cristo, la materna misericordia della Vergine Maria  e l’intervento dell’Arcangelo Michele. È stato commovente vedere insieme, fuori dalla Basilica, l’Ostensorio con Gesù Sacramentato, la croce di Federico II, in cui è presente una reliquia della Santa Croce di Gerusalemme, e la spada  dell’Arcangelo Michele, prelevata in via del tutto eccezionale dalla statua. Pur da lontano e con il sistema dello streaming, gli abitanti di Monte Sant’Angelo hanno seguito con grande fervore di fede  tutta la cerimonia, in cui si chiedeva aiuto per la città, per il Gargano e per tutto il mondo. La funzione si è conclusa con la benedizione della città in quattro direzioni, corrispondenti ai punti cardinali. 

         Monte Sant’Angelo, 20 maggio 2020

 

                    Prof. Leonardo Guerra