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Il vangelo racconta che appena nato Maria avvolse in fasce il  suo bambino. Gesto di grande maternità, il più naturale e il più spontaneo per una madre che mette alla luce il proprio figlio. Simbolo di protezione ma anche di adorazione. Maria, infatti, si inchina di fronte alla divinità del figlio e si rende conto che ora è diventata madre di colui del quale lei stessa è anche figlia. Nella bellezza di quel bambino vede il miracolo della vita che gli scoppia tra le mani. Sensazione che solo le madri capiscono e custodiscono. In quel bambino non contempla solo la divinità che si fa umanità ma anche l’umanità che ei eleva a divinità.

Ma lei sa che non basta la nascita per farci vivere, ci vuole il riconoscimento di chi, amandoci, ci faccia nascere una seconda volta. Ci rigenera al senso dandoci senso. E lo fa sottraendoci al non-senso. Ecco perché dopo la nascita tutti abbiamo bisogno di uno sguardo e di un abbraccio che ci accolga e ci raccolga. Che ci riconosca e ci faccia sentire arrivati. Ci faccia sentire a casa. E lo siamo solo tra due braccia che ci reggono e ci scaldano e di fronte a due occhi che stupefatti ci guardano. Infondo siamo tutti figli di un abbraccio. Quello stesso che cerchiamo per tutta la vita.

Il grande filosofo contemporaneo, M. Heidegger, ha detto che l’uomo è un essere gettato nel mondo. E’ senza fondamento. Anzi è un fondamento infondato. Maria con questo gesto contraddice questa ipotesi filosofica. Anche se, platonicamente, fossimo caduti, c’è sempre qualcuno che ci raccoglie. Abbiamo bisogno di essere raccolti dal nulla del nostro essere senza fondamento, altrimenti avrebbe ragione il filosofo Sarte che diceva che l’uomo è una passione inutile.

Avvolgendo in face questo bambino Maria avvolge Dio con il manto della sua umanità, con il tocco magico della sua femminilità. Permette alla grazia di incontrare le ferite inferte alla nostra natura. In questo bambino lei sa di avvolgere in fasce anche tutta l'umanità rimasta scoperta e spoglia dopo la cacciata dal giardino. Avvolge chiunque sia rimasto scoperto. Chi è rimasto indietro o è stato lasciato fuori. Chi è rimasto senza abbracci. Nella grotta di Betlemme c’è poso per tutti. Tutti possono trovare posto nell’abbraccio di Maria simbolo dell’abbraccio divino. Perché tutti siamo bisognosi di paternità e di maternità. Abbiamo bisogno di un Inizio a cui tornare.

Maria con questo gesto vuole dirci che Dio altro non è se non un abbraccio invisibile che possiamo sperimentare nell’abbraccio e nello sguardo di chi ci ama. Il suo è metafora di un gesto divino. Simbolo di un abbraccio universale che fa della grotta di Betlemme il grembo nuovo del tempo e della storia. In essa si ripete l’abbraccio della creazione e viene anticipato quello della Croce.

Si, perché, le fasce che avvolgono ora il bambino torneranno nel giorno in cui verrà deposto nel sepolcro dove verrà avvolto in un lenzuolo. Maria sa che la vita si gioca tra due grandi abbracci: quello della nascita e quello della morte. E a vincere sarà il più forte. E Maria sa chi vincerà. Infatti, mentre ora abbraccia il figlio nato, già abbraccia il figlio morto, sapendo che la vita di oggi è più forte della morte di domani. E tale forza è quella dell’amore.   

Ora però tocca a noi abbracciare le vite nascenti e le vite morenti. Le vite fragili rimaste scoperte contro gli urti della vita. Anche tu puoi avvolgere in fasce chiunque cerca di rinascere dalle proprie cadute e dai propri fallimenti. E se lo farai tu stesso sarai di nuovo abbracciato.

Si, perché Maria nel mentre abbracciava ha sentito di essere anche lei abbracciato da quel bambino che con amore immenso ha avvolto in fasce. Perciò siate abbraccio e sarete abbracciati!

*Il pezzo qui pubblicato è un anteprima che il prof. Illiceto ci ha concesso del suo prossimo libro che uscirà nel mese di aprile dal titolo “La figura di Maria in don Tonino Bello