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Il vecchio filosofo Kant parlava della vita umana come una “ermeneutica della finitudine”. Ispirandomi al suo problematicismo e criticismo, vorrei estendere il mio augurio per il nuovo anno.

Il mio augurio è per un anno tratteggiato, perchè tra due linee vi è sempre un vuoto a ricordarci che nulla mai ci potrà riempire, che nulla potrà mai bastarci e che non serve accumulare se poi non abbiamo nessuno da arricchire. Se non abbiamo un’altra linea a cui collegare la nostra, limitata e finita.

Per prepararci ad accettare i fallimenti, le cadute le perdite e le sconfitte. Perché non siamo padroni di niente ma solo ospiti di questo divenire che da noi aspetta di ricevere un senso.

Il tutto nella consapevolezza che siamo ciò che seminiamo e che il tempo a modo suo mentre toglie, anche dona, restituisce tutto ciò che abbiamo avuto il coraggio di mettere in circolo. Mentre inesorabilmente ci porta via ciò che tendiamo a conservare e a trattenere solo per noi.

Ma nel tratteggiato non ci sono solo gli spazi vuoti. Infatti, tra due vuoti c'è sempre anche una linea, per dire che la vita è fatta di ripartenze, di ricominciamenti, di orizzonti, di arcipelaghi nascosti a cui ogni tanto aggrapparsi per riprendere fiato e ricominciare a navigare senza naufragare.

Possiamo essere mani che stringono altre mani più vacillanti di noi o avere anche l’umiltà che siano altre mai a reggerci nel tempo della nostra fragilità, mentre le onde alte della vita tentano di travolgerci. Perché è chiaro che non ci possiamo salvare da soli. Non siamo linee asintotiche che scorrono all’infinito in modo parallelo. Siamo solo mezze rette unite tra due vuoti. O due vuoti uniti da mezze rette intervallate dal niente.

Un anno tratteggiato è un anno che ci chiede il coraggio di abitare le interruzioni, gli intervalli, i ritardi, le sospensioni, non per subirli ma per affrontarli e trasfigurarli. Per farci carico gli uni degli altri. Per trasformare i vuoti in mancanze e le linee in tensioni, in proiezioni, in desideri. In passioni.

Un anno tratteggiato è un anno senza arroganza e senza presunzioni, perché per unire due vuoti ci vuole il coraggio debole e umile di una mezza linea che non si sente retta lei sola né da sola pretende di occupare tutto lo spazio. Passare dalla indifferenza e dalla contrapposizione alla logica della condivisione e della complementarietà dove ognuno ha qualcosa da dare prima che da prendere. O peggio da pretendere.

Un anno tratteggiato per non vivere l’errata illusione di essere una retta che scorre all’infinito, pensando che tutto quello che trovo per strada sia mio o che è lì solo per me. Al contrario è prendere atto che siamo tutti come delle linee spezzate che solo se si mettono insieme possono disegnare quell’infinito che tutti desideriamo. Perché in fondo non siamo altro che parallele che solo se si incontrano, giungendo ala meta, si compiono.

Nella consapevolezza che solo se mettiamo insieme i pezzi di questa retta sgangherata possiamo disegnare un cerchio che come in un abbraccio, possa includere tutti. E nel cerchio, come diceva il grande filosofo del Quattrocento N. Cusano, il centro non è da qualche parte, ma ovunque.

E allora il mio augurio è che possiamo trasformare il tratteggiato in cerchio. Figura che per i greci era simbolo di perfezione. Per farlo basta eliminare i vuoti che sono di fronte e di lato. Mettere il vuoto al centro Significa metterlo fuori gioco,

Se così sarà, uniremo le nostre linee spezzate che, collegate, ci faranno uscire da questo mondo liquido, e ci permetteranno di camminare su un terreno solido e non più scosceso.  E di lato non troveremo più il vuoto creato da una linea spezzata, ma il pieno di un alinea ritrovata.