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 Il 7 gennaio ricorre l’anniversario della morte, avvenuta nel 1993, del filosofo urbinate Italo Mancini, docente di Filosofia del diritto e di Filosofia della religione presso l’Università di Urbino, tra gli anni Sessanta e Novanta. Intimo amico di Carlo Bo, Mancini è stato un pensatore che ha svolto un ruolo fondamentale nel panorama della filosofia italiana ed europea del secondo Novecento, ma soprattutto instancabile maestro di tanti giovani che, provenienti anche da Manfredonia e da Monge S. Angelo, andavano a Urbino, a volte anche con scarsi mezzi finanziari adeguati, per studiare filosofia, Giurisprudenza o Lettere.

Ma Italo Mancini va ricordato nella nostra città soprattutto perché la maggior parte dei suoi libri li ha scritti nella pace e nella quiete dei viali di Siponto come lui stesso ricorda in una Prefazione a un suo testo: «Ho scritto in pace  e tra gente caramente amica la maggior parte di questo libro camminando lungo i viali desertamente vivi di Siponto, di cui conosco ogni pietra e ogni ombra, quando sembra che i raggi della grande luce corrano nella pagina sul filo della penna. E alla sera la solitudine soddisfatta si coronava della vivida luce del cielo immenso tra il Gargano, il Tavoliere e il Golfo, ben delimitati in giro dalla fulva cerchia di fuoco, fino a quando la casa degli amici offriva la distensione necessaria tra il già fatto dell’oggi e il non-ancora del domani» (Filosofia della prassi, Morcelliana Brescia 1986, p. 10)

Dopo aver avuto maestri del calibro di F. Olgiati, Sofia Vanni Rovighi, A. Masnovo e G. Bontadini, proprio con quest’ultimo si laureò nel novembre del 1953 con una tesi dal titolo "Il non-essere. Ricerche sulla filosofia di Platone". Traduttore di numerosi opere di autori dì tedeschi, ha curato le edizioni italiane di  Rudolf Bultmann e di famosi teologi specialmente protestanti, come K. Barth e D. Bonhoeffer, quest’ultimo morto martire per mano di Hitler a Flossenbürg il 9 aprile del 1945. A questi autori ha dedicato alcuni dei suoi libri più famosi come “Bonhoeffer”, (Vallecchi, Firenze 1969) e  “Novecento teologico” (Vallecchi, Firenze 1977). Ha anche fatto conoscere in Italia il pensiero del filosofo tedesco neomarxista E. Bloch, in particolare due opere di questo autore dimenticato dagli stessi marxisti come “Il principio speranza” e “Lo spirito dell’utopia” che tanto hanno influenzato il pensiero di don Italo che ha lavorato sul concetto della materia come “grembo”.

Oltre che dei fondamenti filosofici del diritto, don Italo -  come lo chiamavano in tono confidenziale colleghi, amici ed allievi – si è occupato del rapporto tra marxismo e cristianesimo, e dei fondamenti teoretici ed epistemologici della filosofia della religione di cui emblematico è il volume dal titolo “Filosofia della religione” (Abete, Roma 1968) e di filosofia morale sviluppata soprattutto nella sua monumentale opera dal titolo “L'Ethos dell'Occidente. Neoclassicismo etico, profezia cristiana, pensiero critico moderno” (Marietti, Genova 1990).

Nel tentativo di far dialogare cristianesimo e comunismo, da Marx don Italo assumnse il concetto di Alienazione (Entfremdung), presente in particolare nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, perché a suo parere tale categoria esprimeva molto bene quel senso di estraneazione dell'operaio in rapporto sia al lavoro salariato che al capitalista. Accanto a questa idea, Mancini aveva intuito tra i primi che la considerazione marxiana del lavoro come pura “merce” fosse un elemento che poteva avere forti agganci con la Dottrina Sociale della Chiesa. Il confronto con Marx verrà sviluppato soprattutto nelle opere “Con quale comunismo?” (La Locusta, Vicenza, 1976), “Teologia ideologia utopia” (Queriniana, Brescia 1978).

Ma Mancini se da un lato dialogava con altri fronti culturali, dall’altro andava approfondendo sempre più il cristianesimo dall’interno, allo scopo di far emergere l’anima più profetica e critica, direi quasi “sovversiva” del cristianesimo rispetto ad una interpretazione tipicamente tradizionalista che invece si era troppo appiattita sull’ordine esistente. Sono testimoni di tale tentativo alcuni tra i suoi libri più belli come Tre follie (1986) e Scritti cristiani (1991).

Per affrontare il rapporto tra filosofia e teologia Mancini si è dedicato molto a Immanuel Kant, pubblicando nel 1975 un libretto dal titolo "Kant e la teologia", dove si accorge che la filosofia della religione kantiana, pur se fondata in modo laico su un approccio puramente razionale, grazie alla presenza della “Legge morale” dell’Imperativo categorico nella coscienza umana, si apre  tuttavia ad una trascendenza che travalica la ragione e che si palesa attraverso i due postulati religiosi della vita morale che sono l'immortalità dell'anima e l'esistenza di Dio.

Nonostante queste vette di alta speculazione metafisica la sua ricerca si è distinta anche per essere da lui stesso definita una “filosofia della prassi” (ancora utilizzando un termine marxiano) come recita il titolo di uno dei suoi libri più famosi uscito con la Morcelliana di Brescia nel 1986.

Il suo impegno intellettuale non si limitava però solo all’insegnamento universitario. Non solo ha fondato a Urbino il primo Istituto superiore di scienze religiose in Italia, oggi intitolato a lui, unico esempio, per molti anni, di "Facoltà teologica" in una università laica, ma ha anche fatto parte della redazione della rivista internazionale di teologia Concilium e ha fondato nel 1981 la rivista di filosofia e teologia Hermeneutica, che ancora oggi a cura dei suoi allievi esce per numeri monografici, nota sia a livello nazionale che internazionale.

Tra gli anni Ottanta e Novanta si confronta con il decostruzionismo antropologico di M. Foucault e  Deleuze-Guattari (quest’ultimi autori di un’opera decisiva e molto discussa dal titolo L’Anti-Edipo). Autori che Mancini filosofo, sulla scia del nichilismo di Nietzsche, ha avuto il merito di classificarli – coniando un neologismo filosofico -  nel filone del cosiddetto “Pensiero negativo”, quasi in dialogo con il “Pensiero debole” di G. Vattimo, P. A. Rovatti e U. Eco che allora dominava la scena filosofica italiana, e a cui dedica un libro che ebbe molto successo dal titolo “Il pensiero negativo e la nuova destra” (Mondadori, Milano 1983).

E’ in questo volume che approfondisce uno dei suo concetti più originali, quello di “violenza ermeneutica”, che consiste, come lui stesso afferma, non tanto nel fare “violenza ai significati”, quanto piuttosto mettere in pratica una ”violenza dei significati”. Si, perché per il filosofo Mancini «La filosofia è il passaggio dal senso al significato, attraverso le mediazioni culturali, dottrinali, attraverso la struttura del puro pensare e attraverso le mediazioni della prassi».

Decisivo è stato, nel suo ultimo periodo di studioso, l’incontro con le opere del filosofo ebreo E. Levinas, dal quale assunse la metafora del “volto” quale luogo di massima significazione dell’essere umano, e la categoria della “alterità” quale fondamento per una società fondata sulla giustizia e sulla vera uguaglianza. Espressione di questo incontro fecondo è il libretto dal titolo “Tornino i volti” (Marietti, Genova 1989).

Di questo lavoro se ne accorgerà, tra i tanti, anche il vescovo di Molfetta Don Tonino Bello che in quegli anni, leggendo alcuni libri di Mancini, spesso nei suoi scritti lo citerà come uno dei suoi autori preferiti.

Postumo è invece un’opera rimasta incompiuta ma che i suoi allievi hanno pensato bene di pubblicare lavorando sui suoi appunti. Tale opera che è sia filosofica che mistica porta come titolo “Frammento su Dio” (2000), l’ultimo libro incompiuto a cui Mancini stava lavorando in vita e che sicuramente possiamo considerare il suo testamento sia filosofico che anche umano e spirituale.

Chissà se questa nostra città vorrà ricordarlo intitolando alla sua memoria uno di quei viali sui quali passeggiava scrivendo i suoi libri. Di certo, per la prossima primavera la Diocesi sta già pensando di organizzare un convegno sulla sua figura e sul suo pensiero giuridico, filosofico, teologico e morale.