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 Nella crisi dei legami affettivi e sociali, anche quelli educativi subiscono i contraccolpi di questa nostra società divenuta liquida, e con essi anche la scuola, oltre che la famiglia, si trova a dover affrontare sfide inedite e per certi aspetti anche interessanti. Siamo fronte al definitivo tramonto del modello trasmissivo mentre si va facendo sempre più urgente un modello generativo.

Più che trasmettere contenuti dovremmo aiutare le nuove generazioni ad elaborare un metodo per conoscere e organizzare i dati delle nostre esperienze fatte di informazioni e di stimoli in continuo cambiamento. Più che insegnare ad imitare passivamente comportamenti e atteggiamenti dovremmo educare i giovani a individuare criteri per scegliere in modo consapevole e responsabile. Più che offrire saperi preconfezionati dovremmo aiutare le nuove generazioni a costruire ipotesi tramite connessioni e collegamenti che facciano leva sulla loro creatività e sulla loro immaginazione oltre che sulla loro capacità di comprensione e di assimilazione.

E’ questa la lezione che ho imparato a dal filosofo e pedagogista E. Morin. Se è vero come scrive lui che "L'autorità degli insegnanti è così in crisi perché la scuola non ha saputo adattarsi alla nuova autonomia dei giovani", ecco che allora bisogna abbandonare un modello educativo che vede l'educazione come un qualcosa che viene dall'alto e che utilizza imposizioni o peggio punizioni-sanzioni. Non si tratta come si esprime Morin di riempire teste vuote, ma di aiutare i nostri alunni ad avere teste ben fatte.

La vera educazione è, come la conoscenza, dialogica una sorta di "aventure de la méthode" come la chiama lui nel suo libro dal titolo "Insegnare a vivere", pubblicato dall'editore Raffaello Cortina. Dopo lo slogan dell’ “imparare ad imparare”, Morin dice che educare, come affermava già Jean-Jacques Rousseau, vuol dire "insegnare a vivere". Il sapere non è fine a se stesso, ma è funzionale alla vita, è strumento per capire e per capirsi, per orientarsi e non perdersi nella complessità del mondo. Non per risolvere ma per abitare la complessità, imparando a stare negli interstizi delle interruzioni e delle sospensioni, perché non vi saranno mai certezze tali da metterci definitivamente al riparo dai cambiamenti.

“La scuola - dice Morin in una intervista - deve occuparsi della nostra doppia aspirazione: realizzarci come individui, nelle nostre attitudini, capacità, e costruire legami all'interno di una comunità. Se c'è solo l'individualismo, diventa egoismo. Se c'è solo la comunità, si crea frustrazione. I professori devono prima di tutto avere la consapevolezza che i ragazzi vanno accompagnati in questa doppia aspirazione".

La scuola purtroppo è ancora trasmissiva, in quanto traghetta nozioni dalle pagine dei libri per farle trapassare nelle menti statiche degli studenti. Non è ancora capace di educare a destrutturare le questioni e a ristrutturare i percorsi fatti per arrivare alla soluzione. Non serve dare la risposta se non si coglie la domanda e da dove la domanda nasce. Insegnare a formulare domande è la base di ogni sapere innovativo.

Quello che ancora oggi manca è un approccio epistemologico alle discipline mentre si privilegia un approccio ancora ripetitivo e meccanico. Al contrario, l’apprendimento, come diceva Ausbel, deve essere significativo ed esplorativo. Non serve infatti conoscere qualcosa se non si conosce il “come” si conosce. E’ stata questa la grande lezione di Kant. La conoscenza prima è quella che ha come oggetto le procedure del nostro stesso conoscere, i meccanismi del nostro pensiero. Conoscere socraticamente noi stessi per conoscere tutto il resto.

Se spostiamo il problema dal piano cognitivo a quello affettivo -  visto che non siamo solo pensiero e ragione ma anche cuore e corpo – si tratta allora di educare i giovani a saper riconoscere anche le dinamiche delle proprie emozioni, sia nel loro nascere sia nel loro tramontare, come anche delle nostre relazioni. In definitiva si tratta di lavora sul piano della metacognizione.  In quest’ottica si può anche valorizzare l’errore. Infatti come dice Morin sempre nella stessa intervista che "La conoscenza della conoscenza è la prima cosa da imparare. In particolare, per ridare spazio e dignità all'errore…La conoscenza non è un percorso lineare ma pieno di insidie, dubbi, correzioni".

Questo aspetto è funzionale alla produzione di quel pensiero complesso di cui Morin è uno degli esponenti più autorevoli. La complessità non è dispersività, o frammentarietà, ma una molteplicità raccordata da nessi invisibili che bisogna scoprire. “Non ascoltando me ma il Logos è giusto dire che tutto è uno” recita una vecchio frammento del grande filosofo greco Eraclito. “Tutto è connesso” ci ha ricordato Papa Francesco nella sua Laudato sii. Ebbene, educare al pensiero complesso significa superare la separazione e la contrapposizione tra sapere scientifico e cultura umanistica. La complessità può esse affrontata solo con un pensiero plurale, aperto ala varie forme di alterità, ecosistemico e non con un pensiero unico, monolitico e rigidamente ripiegato su se stesso. Un pensiero di tipo identitario.

Alla scuola di oggi, come ha sottolineato lo psicanalista lacaniano M Recalcati nel suo libro “L’ora di lezione”, manca l'Eros, cioè il desiderio. amore per ciò che manca. Senza esperienza della mancanza non c’è vera esperienza di conoscenza. A volte l’Eros manca non solo ai ragazzi ma anche agli stessi insegnanti che sono come degli automi che ancorati a ciò che sanno si limitano a trasmetterlo. Educare non è trasmettere ma generare il desiderio di ciò che non si sa, innescando processi di stupore e di meraviglia, non tanto per le soluzioni , ma per le domande che ti costringono a viaggiare e a cercare, come ci ha insegnato Platone e i filosofi medievali, il vero, il bello e il bene. Senza queste dinamiche la scuola  rischia di diventare noiosa e i ragazzi, delusi, si rivolgono altrove, non per affrontare la complessità, ma per evaderla.

Invece di costringere a scappare “altrove” la scuola dovrebbe essere luogo di narrazione dell’altrove che ancora utopicamente si cela tra di noi. In una pluralità di approcci dove si ha il diritto di sbagliare ma anche ha la responsabilità di cercare. Perché le pappe pronte non esistono.

Le risposte non si trasmettono, si scoprono, si sperimentano e si costruiscono con la fatica del pensiero e dell’emozione. Solo in questo modo ogni ragazzo potrà attrezzarsi per cercare la verità attraverso una ricerca plurale. Ed essere pronto, come dice sempre Morin. “a navigare in un oceano di incertezze appoggiandosi ad un arcipelago di certezze”.