di Michele Illiceto

 E’ difficile dire perché amiamo. L’amore non lo si può spiegare perché non riguarda la parte razionale e logica, ma la parte emotiva e affettiva, riguarda il cuore. E, come diceva il filosofo Pascal, spesso le ragioni del cuore non sono spiegabili con gli argomenti della ragione. Platone nel suo dialogo più famoso, il Simposio, diceva che amare è tentare di dire con le parole ciò per cui non si hanno le parole per dirlo.

L’uomo fondamentalmente ama perché, come diceva sempre Platone -  e prima di lui la Bibbia - è un essere mancante, cioè un essere relazionale. Nessuno di noi basta a se stesso. Ci manca qualcosa per essere completi. E questo qualcosa ce lo può dare solo qualcuno diverso da noi. Nessuno può dare a se stesso ciò di cui manca.

Questa mancanza ci segna sia nel corpo che nell’anima. Per questo siamo anche sessuati, cioè segnati da una ferita che solo un altro o un’altra può guarire. Quindi siamo mancanti. Anzi doppiamente mancanti: infatti manchiamo “di” qualcuno e manchiamo “a” qualcuno. Per tale ragione il nostro corpo è un corpo duale, complementare: cioè fatto per un altro/a. In fondo, dice Platone, siamo due metà che si cercano nella notte, e quando si trovano, unendosi, riformano quell’intero che Zeus ha diviso. Anche la Bibbia dice che “I due saranno una carne sola”. Non siamo fatti per restare da soli. Ecco allora il miracolo dell’amore: unire due differenze nell’unità della comunione interpersonale.

Nel mio libro “Amore. Variazioni sul tema” ho distinto l’amore come bisogno dall’amore come desiderio. Infatti, l’amore fondato sul semplice bisogno è infantile e immaturo. Infatti, come sostiene E. Fromm, esso dice “Ti amo perché ho bisogno di te”, cioè “Ti amo per me”, il chè significa dire: “Attraverso di te amo me”. Inoltre è un amore narcisisticamente autocentrato su di sé perché mette al centro il proprio Ego. E’ amore possessivo. Non sa donare ma solo prendere. 

Chi ama in questo modo intende l’amore più come scambio e non come dono. In questo modello l’altro serve a compensare una mia fragilità. Chi lo pratica vive una forte esperienza di attaccamento, per cui non accetta i “No”. E’ esigente e vuole essere sempre accontentato, tanto che quando non ottiene ciò che chiede può far diventare aggressivo e violento chi lo pratica. Prende con la forza ciò che gli viene negato. Non accetta alcun limite, ma è illimitato, per cui vuole tutto e subito. Non sa aspettare, né rinunciare. Inoltre, è un amore che si fonda sulla soddisfazione e sul godimento anch’esso  illimitato.

La persona che ama in tal modo di solito tratta l’altro come un oggetto, trasforma il legame in una forma di dipendenza. Non ama ma subisce l’amore. Non è costruttivo, né creativo. E poiché è abitudinario e ripetitivo, finisce per annoiarsi e quindi va in cerca di novità. Non accetta i fallimenti né le frustrazioni. In fondo chi ama così non sa soffrire. Evita il dolore o lo scarica sugli altri. Non sa stare da solo. Non sa perdonare. Colpevolizza sempre gli altri. Infine, vede la sessualità come semplice pulsione. Vive l’amore come sola prestazione. Per questo si rapporta al corpo dell’altro facendo lo spezzatino. Non cresce, ma si fissa o regredisce. Vede l’amore come una stazione di servizio in cui soddisfare i propri bisogni. Questo amore oggi è molto diffuso.

Totalmente diverso è l‘amore fondato sul desiderio che è tipico di una persona adulta. E’ un amore maturo che, come dice sempre Fromm, esclama: “Ho bisogno di te perché Ti amo”. Cioè:  “Amo te per te”. Sa decentrarsi mettendo al centro l’altro e sa uscire dal proprio ego. E’ un amore oblativo perché dona senza nulla aspettarsi in cambio e capisce che l’altro non mi appartiene, perché sa che l’altro non è mio. E’ pronto al distacco, sa vivere la rinuncia e il differimento, e accetta i “No”. Accetta il limite e sa vivere l’attesa. Non confonde la gioia con il godimento, sa essere contemplativo. Tratta l’altro come persona e non come oggetto di piacere.

Chi ama in questo modo instaura un legame generativo tramite una sana autonomia. E’ costruttivo ed è creativo perché sa stupirsi ogni giorno. Ama la stessa e unica persona in modo sempre nuovo. Non aggredisce quando non può avere qualcosa, ma si prende cura. E’ mite e sa accettare la perdita. Sa gestire i momenti di astinenza e di crisi e sa accettare le sconfitte e le fragilità. Sa affrontare il dolore come prezzo dell’amore e arriva ad evitare il dolore all’altro. Sa vivere la dimensione del dono che diventa perdono. Non vede l’amore come una stazione di servizio a cui aggrapparsi ma come un cammino  che, attraverso diverse fasi, è disposto a crescere e per questo sa affrontare le crisi, vivendole come un momento di opportunità.

Infine, secondo questo paradigma, la sessualità è vissuta non come consumazione ma come celebrazione, come una sorta di “liturgia dei corpi”, perché sa gustare la dimensione relazionale, comunionale e anche simbolica, e non solo carnale. Vive l’amore come vocazione e non come prestazione. Da questo amore riesce a far scaturire anche un impegno sociale e umanitario, ma per chi ama così, quando ama il proprio partner, in lei o in lui ama il mondo intero.

Il prof. Illiceto domenica 16 febbraio terrà una conversazione sul tema “Amore: tra eros e agape” presso il salone parrocchiale della Chiesa del Carmine a Monte S. Angelo alle ore 18.45.