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 Si avvicina la quaresima, tempo di riflessione e di conversione. Tempo di riconciliazione interiore ed esteriore. Con sé e con gli altri, e per chi crede anche con il buon Dio. La prossima quaresima potrebbe essere una “Quaresima sociale”. Infatti penso che Manfredonia, per una serie di ragioni, allo stato attuale si trovi ad essere una città lacerata, scissa, spezzata, quasi interrotta, attraversata da conflitti e incompresioni, sospesa tra un passato che pesa come un macigno e un presente che ancora sfugge perché tutto da decifrare, mentre il futuro sembra ancora incerto e oscuro.

Per questo credo che, dopo il motto del nostro vescovo Moscone,  “Manfredonia Ri-alzati!, sia arrivato il tempo di passare ad un secondo slogan: “Manfredonia Riconciliati!”.  La nostra è una città che necessita di guardare negli occhi i propri mali e le proprie pochezze, e non per piangersi addosso o per trovare un capro espiatorio, quasi a colpevolizzare alcuni e a salvare altri, ma per capire da dove ripartire, che cosa rimettere in piedi e da dove ricominciare.

Ma deve anche saper guardare alle risorse che possiede per metterle in circolo e non usarle come bandiere da sventolare allo scopo di fare chissà quale apologia, né per dare a qualche approfittatore di turno la possibilità di aprirsi un varco  per crearsi aree di influenza o peggio posti e ruoli da occupare. Il principio e criterio per fare tutto questo deve essere solo e unicamente la ricerca del bene comune.

E’arrivato il momento di dire che rispetto a ciò che è accaduto, ciascuno a modo suo e in proporzione diversa, siamo tutti responsabili. Infatti, colpevole non è solo chi i favori li ha elargiti, ma forse ancor più, chi li ha richiesti, andando di nascosto a bussare alla porta del potere, innescando quel circolo vizioso che ha inquinato l’intero sistema non solo di rappresentanza politica, ma anche di mediazione sociale e di propulsione economica.

A questa città è mancata un’idea di politica “orizzontale”, direi popolare e partecipata, mentre ha prevalso a un certo punto, un modello di politica “verticale”, che subito si è trasformata in “verticistica”, creando una sorta di cerchio magico e chiuso che, diventato autoreferenziale, ha finito per ripiegarsi su se stesso, perdendo di vista i problemi della città, e soprattutto smettendo di perseguire quell’ideale di bene comune, che pur tuttavia per un certo periodo era riuscita in parte a realizzare.

Questa città ha avuto troppi spettatori che hanno saputo stare solo alla finestra, divertendosi solo a scrivere commenti sui social e che al minimo errore hanno inveito contro chi ha avuto il coraggio di mettersi in gioco. Piuttosto che svolgere una funzione di controllo critico e attivo (ad es. durante la costruzione del consenso o la verifica dei programmi), partecipativo e costruttivo (tramite impegni sociali di varia natura al servizio del territorio), si sono limitati soltanto a chiosare, spesso con pettegolezzi da bar dello sport, gli eventi politici locali.

Poi ci sono stati quelli che hanno pensato bene di salvarsi da soli, tenendosi lontani da questo naufragio collettivo, e non per una qualche scelta morale, o perché avessero un pensiero alternativo a quello dominante, di opposizione e di dissenso, ma solo per non perdere la posizione acquisita, pensando a difendere e tutelare più il proprio benessere personale che il bene collettivo.

E allora, forse è arrivato il tempo nel quale dovremmo tutti fermarci un poco e rivedere, partendo da noi stessi, il cambiamento da realizzare, il futuro da disegnare e il presente da risvegliare. Ciascuno deve cambiare prima sé stesso - dentro al proprio mondo - le proprie abitudini, la propria visione di città, e solo dopo può cominciare a pensare di cambiare il mondo di fuori, e pretendere che anche gli altri lo facciano.

Riconciliarsi significa spogliarsi dell’atteggiamento di chi, per guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, non riesce a trovare il coraggio di guardare la trave che si trova in quelli propri. La riconciliazione deve venire sia da parte di chi ha fatto il tempo suo, trovando il coraggio di farsi da parte e non essere di ingombro al nuovo che vorrebbe nascere, sia da parte di chi vorrebbe prepararsi a scendere in campo con idee nuove e con energie fresche, senza però avere la pretesa che prima di lui non vi sia stato nulla di buono. Hanno sbagliato alcuni che hanno dichiarato che prima di loro c’era il deserto.

E’ chiaro che prima di riconciliarsi con il presente e con il futuro, che sta nascendo, dobbiamo riconciliarci con il passato, partendo da quelle buone pratiche che in certi periodi sono state messe in atto. Senza assolutizzare gli errori e senza enfatizzare i meriti. Altrimenti diamo solo adito a qualche personaggio che, nostalgico, pretende narcisisticamente di essere il salvatore della patria, e che solo quando c’era lui le cose andavano bene. Il sentirsi indispensabile a tutti i costi e per tutte le stagioni più che fare bene potrebbe solo nuocere a questo nuovo processo che sta già cominciando.

E’ in quest’ottica che vedo di buon occhio quello che sta accadendo in città, dove si sta innescando un movimento di riflessione e di ripensamento che, da più parti e dal basso (associazioni, parrocchie) sta smuovendo energie e risorse fin’ora latenti, direi rimaste come dormienti, ma che ora vogliono uscire allo scoperto perché vogliose di partecipare alla costruzione di un nuovo corso politico, culturale e sociale per la nostra città.

Spero non si tratti solo di una ennesima forma di reiterato protagonismo, ma che sia espressione di una città che intende veramente rialzarsi e riconciliarsi per ripartire e tornare di nuovo ad essere se stessa per innescare processi di sviluppo in tutti i settori.

Per tale ragione il nostro vescovo Padre Moscone ci ha consegnato tre parole chiave per un percorso che ci aiuti a riprendere consapevolezza: deserto, digiuno e carità: “Deserto per guardarci dentro e fare silenzio da ciò che non serve, evitare di puntarci il dito, ricercare colpevoli, ma puntare all’essenziale, alla ripresa di un senso civico, di comunità, di appartenenza. Digiuno da parole, gesti, personalismi, per far spazio al dialogo, alla voglia di costruire, incontrarsi, progettare insieme. Carità per aprire le porte delle Comunità parrocchiali a tutto il quartiere e alla città, accogliere ed ospitare tutti, praticanti e non praticanti per riscoprirci insieme figli della stessa Comunità-Città”.

Perciò, buona quaresima sociale a tutti!