Ho visto questa foto della mia città, molto emblematica e simile a tante altre. Ho pensato che in questi giorni la città sembra essere come l'anima. Ambedue deserte, senza abitanti che sappiano rallegrarla, abitarla, ravvivarla. Due deserti che si incrociano e si sovrappongono.

Vuoti i passi e vuote le strade. Assenti gli sguardi e afone le voci. Muti i muri che non sanno chi attorniare e abbracciare. Le pietre sembrano chiedersi dov’è che siamo finiti, mentre tutti, con le mascherine che celano volti disperati e intimoriti, ci aggiriamo smarriti e impotenti. Mendicanti di una normalità che non abbiamo saputo apprezzare nel tempo della sua abbondanza.

Vuota la città e vuota anche la nostra anima. Ci cerchiamo e non ci troviamo. Ci aspettiamo ma nessuno viene. E se qualcuno arriva gli altri scappano. Ci guardiamo da lontano, ma le distanze sembrano eterne e incolmabili. Intervalli di tempo che non passano mai. Siamo come dei quadri senza pareti. Appesi al niente tra un tempo imploso e uno spazio che si è fatto stretto.

Tutto è diventato immobile. Tutto è fermo. Si rischia la noia e la depressione. La ripetitività e l’inerzia. E così l’anima è diventata una prigione forzata in cui perdiamo il respiro. Tant’è che molti cercano una via di fuga nei social, per riempire una solitudine che non sappiamo più vivere.

Questo virus ha avuto il potere di risvegliare in noi la nostalgia di quella realtà che abbiamo ucciso a colpi di iperconnessioni. Sta demistificando il virtuale che pensavamo potesse bastarci. E così, dopo aver fatto fuori il mondo che non abbiamo meritato, ora è il mondo che piange la nostra assenza. La nostra impotenza. La nostra momentanea (speriamo) scomparsa.

Il vuoto che sembra paralizzare anche l’aria, come un tarlo ora rischia di divorare anche l’ultimo spazio che ci è rimasto: quello della nostra anima.  Se il virus entra anche lì siamo davvero alla frutta. Perché lo spazio interiore è l’unico luogo che ci rimane per ricominciare, per rialzarci e ripartire. Per ripensare tutto in modo diverso.

Il vangelo dice di non temere colui che ha il potere di uccidere il corpo ma piuttosto tutto ciò che ha il potere di rubarci l’anima, cioè il nostro mondo interiore.

E allora questi giorni di forzata prigione a casa forse possono costituire una buona occasione per tornare a guardarci dentro e cercarci proprio laddove non lo abbiamo mai fatto o che mai nessuno ci è venuto a cercare. Praticare quell’invito dell’oracolo di Delfi che il filosofo Socrate aveva fato proprio: “Conosci te stesso”, per riordinare le cose, noi stessi e il mondo intorno a noi.

Sì, rientrare in se stessi per accorgersi che il mondo di fuori comincia dentro ciascuno di noi. Forse lo abbiamo costruito male perché stavamo messi male proprio lì dentro. Ora possiamo riaprire le nostre stanze interiori molte delle quali forse sono rimaste chiuse per troppo tempo.

E non tanto per giocare a fare sterili introspezioni, ma per far rinascere quel mondo di fuori che ci è crollato addosso. Per dare nuovi fondamenti alla realtà, alla vita di ciascuno, alla vita delle nostre comunità e delle nostre città. Perché il mondo comincia dalla nostra stanza.

Nella foto tra le strade vuote si vede un cielo che ci aspetta. Esso porta luce nelle nostre stanze chiuse. E il senso di questo momentaneo isolamento sta tutto qui: nel sapere che in fondo altro non siamo se non un frammento di cielo chiuso in una stanza.