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 Da un società senza padri a una società dove tutti siamo padri

di Michele Illiceto

Quest’anno la festa del papà ricorre in un momento difficile per il mondo globale e per l’intera umanità a causa di questa pandemia da coronavirus che nessuno si aspettava. Niente regali. Niente festeggiamenti. Niente scambi di baci e di abbracci. Niente riunioni familiari per festeggiare i padri più anziani, i quali al contrario sono proprio quelli più a rischio.

Festeggiare il padre avrebbe dovuto significare non solo riconoscere una figura che ci protegge e ci rassicura, ma anche una figura che si fa garante di un mondo che ha senso e valore, e per il quale vale la pena faticare e lottare. Il padre nella psicologia di un bambino rappresenta colui che dona la Legge con la quale conferisce ordine e senso. Offre una direzione e una meta. Un limite ma anche un possibilità. Il padre indica la freccia che tende la propria corda per lanciare il proprio figlio in avanti. Non verso un solitudine, ma verso una socialità feconda e intergenerazionale.

Con la sua auctoritas ci eleva e ci solleva. Il padre è colui che, separandoci dalla madre, ci dà il permesso di andare via di casa per tentare di trovare la nostra strada. Per essere noi stessi. Ci conferisce il diritto ad essere diversi, a trovare la nostra identità. Ci dona l’opportunità di sperimentare la nostra libertà per diventare finalmente capaci di esercitare, in autonomia, le nostre responsabilità, anche a rischio di sbagliare. Il padre rappresenta non tanto l’amore che trattiene o che protegge, ma l’amore che ti fa partire. Colui che ti insegna il viaggio.

Il padre significa legame con l’Origine, il fatto che nessuno comincia da sé ma che ciascuno comincia da un altro e che di conseguenza è anche fatto per un altro. Il padre ci ricorda che siamo identità e alterità. Siamo relazione e fecondità. Siamo famiglia e comunità e non soltanto atomi individualisticamente ripiegati su se stessi. Il padre ci insegna che non siamo fatti per noi stessi, ma per un altro.

Ma oggi, in questi giorni di forzata clausura e di solitudine generale, questa paternità è messa fortemente alla prova insieme a tutto il resto: relazioni, affetti, legami, ma anche certezze, speranze, progetti, lavoro, economia, futuro. Anche i padri hanno paura. Tutte le forme di paternità -  da quella politica a quella religiosa, da quella educativa a quella culturale – sembrano essere messe sotto scacco. Impotenti e spiazzati, i padri sembrano soccombere.

E invece no!

In una “società senza padri”, come è definita la nostra, questa pandemia potrebbe essere l’occasione per un ritorno dei padri. E non solo o non tanto dei padri cosiddetti “istituzionali”. Essa, senza volerlo, ci sta costringendo a comportarci come se un po’ tutti fossimo allo stesso tempo sia padri che figli. Perché siamo chiamati a esercitare la cura, non solo quella sanitaria e igienica, ma anche quella spicciola fatta di piccoli gesti di attenzione e di responsabilità sociale e collettiva. Come in una famosa favola di Igino, ripreso dal filosofo Heidegger, sarà la Cura a salvarci. Ma che cosa è una cura senza padri? Non vi è cura senza padri. Non vi sarà cura sufficiente se tutti non diventiamo padri.

Se è vero che il padre è metafora di chi non abbandona, di chi non scappa ma si espone per salvare la vita che ha generato, allora oggi a testimoniare che i padri ci sono ancora sono tutti quei medici e infermieri che in prima linea in questi giorni rischiano la propria vita dando assistenza e cura ai contagiati. E’ padre, oggi, chi salva un vita. Sono padri tutti coloro che rimasti al loro posto nei supermercati ci stanno dando la possibilità di fare le provviste sì da poter stare a casa protetti e al riparo. Padri sono le forze dell’ordine che vigilano che tutto si svolga in modo corretto e responsabile.

Questa pandemia ci sta chiedendo di mettere in campo una nuova forma di paternità: una paternità sociale. E’ vero:  questo virus ci sta togliendo molte cose. Troppe. Non ci sta regalando nulla. Ma noi possiamo rubargli qualcosa.

In primo luogo la vita e la salute, la sicurezza e il ritorno alla normalità. In secondo luogo un nuovo modo di essere padri e di essere figli. La possibilità cioè di diventare tutti padri. Ciascuno può diventare padre di tutti, imparando a non prenderci cura solo di noi, o dei nostri figli, ma di chiunque ci passa accanto.

Se è vero che non c’è figliolanza senza paternità, è anche vero che - come insegna la famosa parabola evangelica del figliol prodigo -  non c’è figliolanza neanche senza  fraternità

E allora, forse è questo il modo migliore di festeggiare la festa del papà:  generando vita prendendoci cura, ciascuno per la propria parte, di quella vita che il virus vorrebbe portarci via. E  allora buona festa del papà a tutti. Padri e figli! Figli e fratelli di una unica grande comunità!